mercoledì 14 marzo 2012

Quel buio oltre il corso

C’è una piccola falla nei corsi di giornalismo cinofilo che tengo da oltre 10 anni. Niente di che, a dire il vero. Poco più di un buchino di quelli che ogni tanto si riscontrano tra gli atri del cuore ma che fanno vivere lo stesso bene, fino a quando un medico non ce lo fa notare. Ed è quel “buio oltre il corso” che, quasi inevitabilmente, emerge a livello di domanda dopo tante ore di lezione. “E ora, cosa mi consiglia per poter fare il giornalista?”, chiede sempre qualcuno.

Colleghi ben più bravi e affermati di me tendono sempre a deviare questi sani istinti di tanti “portatori sani di sogni”. “Non illudetevi ragazzi”, ripetono. “Lasciate stare! Cambiate obiettivo”. Da parte mia sono d’accordo solo in parte. Cosa sarebbe successo se il giovane Montanelli (o qualunque altro maestro del mestiere) si fosse lasciato convincere da questi consigli? Cosa avremmo perso se lui non avesse, cocciutamente, fatto orecchie da mercante a chi, a suo tempo, sicuramente gli avrà detto le stesse cose?

Certo, non è né bello né utile sollevare illusioni. Se tutto va bene, per interi anni riesci a guadagnare quanto basta per una pizza al mese con la fidanzata. E basta. Se tutto va bene, devi mettere da parte i tuoi sogni e iniziare a scrivere di cose che non ti interessano per nulla. Se tutto va bene, ti sentirai ripetere mille volte la solita solfa: lascia perdere!
Al mio professore della tesi (scomparso di recente e per il quale provo comunque un moto di affetto) avevo fatto leggere con orgoglio i primi articoli. Con aria sufficiente mi disse pressappoco di darmi all’ippica invece che continuare a scrivere. Ci rimasi male, ma da buon capricorno ho tenuto duro. E il giornalista alla fine l’ho fatto. Bene o male, non sta a me dirlo.

È curioso. Nei miei corsi insegno le tecniche per superare il “panico del foglio bianco”, il “buio oltre al lead” (l’inizio dell’articolo, ndr). Dedico poco tempo, invece, al buio oltre il corso. A quel senso di smarrimento, delusione, persino rabbia che inevitabilmente colpisce chi giornalista (bene o male) lo vuole fare davvero. Ma non lo faccio apposta. Né travio i miei allievi con le decine di episodi che io stesso potrei citare: frammenti di delusione, di rabbia, persino di senso di fallimento. Forse, semplicemente resto convinto che ognuno debba trovare in sé quella voglia, quella caparbietà, quella forza di andare contro corrente e cercare di diventare giornalista. Fosse pure di una testata dedita agli animali.

Poco importa, infatti, che su 100, forse neanche uno probabilmente finirà mai per mettere la sua sigla (neanche la firma!) sul Corriere, o altro giornale importante. Se anche solo uno di questi 100 potrà un domani vedere uscire un suo articolo alla pagina 30 di una rivista di settore, e proverà lo stesso quell’ansia di correre in edicola a comprarla, allora vorrà dire che quella grinta l’avrà tirata fuori. Ed io sarò contento di non avergli tarpato le ali in partenza!