sabato 2 aprile 2022

Loro avranno solo te

C'è una frase che lessi poco tempo fa e che da allora non solo mi è rimasta impressa in mente, ma addirittura sta penetrando in me come fosse un acido. Grossomodo diceva così: “Un umano nel corso della sua vita può avere diversi cani, e con ciascuno di loro può intrecciare una storia unica e diversa. Il cane, invece, avrà il più delle volte un’unica storia. Quella con chi lo adotta e lo vive fino all’ultimo giorno”. One shoot and go, potrebbe dire qualcuno. Ovvero: “hai un solo colpo a disposizione”. Dopo c’è il nulla, o il tutto. Dipende dal credo.

Non ci avevo mai posto l’attenzione che merita, forse perché fa parte di quei concetti che diventano “naturali”, “istintivi”, ovvero tali da essere presenti ma che non sempre si trasformano in pensiero compiuto. E oggi è divenuto corrosivo, almeno per me.

Ho sempre cercato di dare al cane tutto quello che potevo, ma fino a ieri per il fatto che io l’ho scelto, io l’ho voluto e il fatto di essere finito a casa mia non è stata una sua scelta, semmai del destino. Ma, oggi, si aggiunge un concetto in più: devo darti tutto, perché nella tua vita tu avrai solo me.

A pensarci bene è una responsabilità immensa. Un figlio, ad esempio, può anche cercare di supplire a eventuali mancanze familiari (che comunque si porterà dietro per tutta la vita come cicatrici indelebili) ad esempio cercando una compagna adatta e ricostruendo il “nido” mancato. Ma il cane no. Dipendendo da noi in tutto e per tutto, non può cercare fuori l’amore che non riceve. Ed ecco che allora deve avere tutto da noi: cure, amore, rispetto ecc.

Pur non avendo propensioni militari, una cosa però condivido ad esempio con lo spirito dei marines statunitensi: non si lascia nessuno indietro. Ed è così che ancora oggi, dopo più di tre anni, mi fa ancora sanguinare e piangere la promessa che dentro di me avevo fatto alla mia Bullmastiff, ricoverata in clinica. Oggi ti porto a casa, fosse anche solo per un giorno. Non ce l’ho fatta. La patologia (ancora oggi non del tutto chiara) che in soli tre giorni l’ha devastata a tal punto che è stato umano e amorevole sopprimerla pur di non farle più subire dolori che immagino lancinanti, ha avuto il sopravvento. Ma io ci credevo. Era la vigilia di Natale ed io mi sono detto: non mi importa. Litigherò con tutti, ma io la porto a casa (era in clinica da due giorni). Io non la lascio indietro. Poi mi sono dovuto arrendere. Ho dovuto lasciare da parte quello che rischiava di diventare un mio atto di amorevole egoismo, e lasciarla andare. Non sono riuscito a mantenere quella promessa e, anche se non è stata colpa mia, la cosa mi ferisce ancora oggi peggio di una lama. Mi scava nel pianto. Mi tormenta nei momenti più inaspettati.

Sul nuovo cane (una Bulldog francese adorabile) arrivata a casa circa due mesi dopo, ho allora riversato tutto l’amore che potevo. E, oggi, dopo essermi reso conto di quel concetto così terribilmente vero, non lesino un grammo di forza e resistenza fisica e mentale pur di darle tutto quello che posso. Perché se anche lei se ne andasse in qualsiasi momento, io possa dire: “Ti ho dato tutto”.

Tempo fa scrissi che in qualsiasi relazione affettiva, amore e morte viaggiano a braccetto. Non c’è amore senza una “data di scadenza” rappresentata dalla morte (anche solo figurata, intesa come “fine”). Se vuoi l’amore, devi accettare anche la morte. Non puoi averlo senza. Non puoi viverlo senza. Diversamente è qualcosa di tiepido, che non poi chiamare amore. Ti farà soffrire di meno, ma ti priverà anche di tonnellate di gioia e di brividi. E tante volte, accarezzando il cane, cerco in tutti i modi di assorbire la sua anima attraverso il pelo e la mia pelle. Perché un domani mi verrà strappato di nuovo il cuore. Perché un domani darò non so cosa per altri 5 minuti con lei. Perché un domani io possa non rimpiangere nulla.

Ed allora la vivo al 100%. La respiro, la assorbo. Cerco in ogni istante di viverla come se fosse l’ultimo giorno. Allora annego in lei. E questo mi fa sentire uomo. E padre anche di un cane.  

sabato 18 maggio 2019

Cuore di cane



Una delle tante leggende sui cani racconta che Dio, vedendo l’uomo così fragile sulla Terra, decise di mettergli al fianco una creatura che potesse supportarlo e dargli conforto: un cane, appunto.
Fin dai tempi più remoti, dunque, erano chiari due concetti: da una parte che questo meraviglioso animale è una fonte certa di affetto e sostegno. Dall’altra – cosa peraltro meno evidente ma conseguenza logica della prima – è che l’uomo inconsciamente si dichiara debole e bisognoso. Molti anni dopo io racchiusi quest’ultimo aspetto nella formula: “da padroni a bamboccioni”.
E sempre molti anni dopo, io scrissi innumerevoli volte che il cane rappresenta una sorta di “caldaia d’affetto quasi sempre disponibile”. Devo tuttavia dire che, oggi, mi sento di correggere questa mia affermazione in: “l’affetto del cane è direttamente proporzionale all’amore che riceve”. Questo, sulla base della vita vissuta e dei tanti cani che mi hanno regalato la loro anima. 
Chi dunque pensa che il cane sia un essere “servile”, sbaglia. È capace anch’esso di provare – se non proprio indifferenza – almeno riserbo nei confronti di chi ne ha paura o lo schifa. Insomma, uno scodinzolio di coda non costa solo due coccole o un etto di cibo. Che poi, però, il cuore del cane sia una spugna enorme, capace – lui sì – di dare amore a larghe braccia, questo è indubbio.
Chi ha avuto cani, spesso di fronte ad un lutto decide di prenderne un altro quasi immediatamente. Quasi che l’assenza di esso sia un vuoto intollerabile. Salvo poi fermarsi quando la somma emotiva tra dolore per l’inevitabile perdita e la gioia dell’arrivo in casa, dà un risultato negativo. Quando cioè si diventa incapaci di accettare una nuova scomparsa. E ci sarà una ragione!
Francamente non so se questo accada per qualunque animale d’affezione. Probabilmente per i gatti sì (dal momento che l’interazione uomo-gatto è simile a livello emotivo a quella tra uomo e cane). Non ho idea tuttavia se ciò accada per canarini, pesci, tartarughe ecc. ma ho dei dubbi.
La ragione sta allora forse nel cuore del cane. Esempio mirabile di quel concetto di amore di cui noi credenti ci fregiamo (e questo lo dico senza alcun velo offensivo): un amore puro ma non servile; schietto; generoso; democratico.
Ho dedicato diversi anni della mia vita professionale ai cani. E da sempre sono nel mio cuore. Ho poi confessato pubblicamente (nei miei 5 libri dedicati a lui) che l’amore per il cane nacque dall’esigenza d’affetto di un adolescente triste, salvo poi farne uno stile di vita. Per questo sarò sempre grato a questo animale: spesso più forte, generoso, presente e schietto di noi, nonostante proprio da noi dipenda per vivere. Purtroppo... o per fortuna. 

sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 7

Come ragiona il cane ora che non è più lupo

N
el capitolo precedente abbiamo riportato la frase di Bruce Fogle secondo cui
  l’intera base del comportamento del cane è quella che ha ereditato dal lupo. In effetti sorprende come ancora oggi i nostri cani domestici mettano in atto azioni e reazioni molto simili a quelle dei suoi alter ego selvatici, nonostante siano riferite a soggetti di una specie diversa come l’uomo. Com’è dunque questo non-più-lupo che abbiamo al nostro fianco?

Volendo fare un paragone, è come avere un animale nella cui mente c’è una lavagna per metà già scritta (e che contiene il modus operandi tipico del lupo), e per metà invece ancora bianca. E proprio in quest’ultima parte è l’uomo a scriverci sopra attraverso la selezione artificiale, ma soprattutto attraverso il tipo di interazione che è in grado di instaurare con lui.
Questa deve iniziare molto presto. Non prima delle 3 e non oltre le 14 settimane di vita. Meglio se nel periodo compreso tra le 6 e le 8 settimane. In questa fase, infatti, la mente del cane raggiunge il momento giusto per interessarsi con curiosità all’uomo e a farne poi il suo compagno di vita. È insomma come se ci trovassimo di fronte a un negozio con un orario molto ridotto: se arriviamo prima o dopo lo troviamo chiuso. Se invece entriamo in quella finestra temporale corretta, possiamo essere sicuri che scatterà quel legame affettivo e non solo che durerà per tutta la vita.

Dobbiamo immaginare questo processo di socializzazione del cucciolo come una curva parabolica. Nelle prime tre settimane cresce di poco oltre un ipotetico zero. Un incontro precoce con l’uomo in questa fase non porterebbe risultati, semplicemente  perché il cane non è pronto; deve prima capire di “essere un cane” (e lo fa con un naturale processo di imprinting [1] che gli fa capire di appartenere alla specie canina). Poi questa curva cresce, fino a toccare l’apice proprio tra le 3 e le 8 settimane di vita. Ecco il momento giusto: il cane sa già di essere un cane e può adesso intessere relazioni di amicizia con i protagonisti del mondo esterno. Infine la curva decresce fino a toccare ancora una volta lo zero, dopo la 14ª settimana di vita. Dopo di allora l’uomo potrà in qualche caso conquistarsi comunque il cuore del cane, ma con grandissime difficoltà e, soprattutto, con il rischio continuo di ingenerare in lui un sentimento di diffidenza e di paura.
Ovviamente i tempi sopra esposti non vanno calcolati cronometro alla mano. Restano indicativi. Quello che tuttavia è importante sottolineare è proprio questa “amicizia a tempo” che caratterizza ogni relazione tra uomo e gli animali evoluti in genere (l’esperienza con i felini, i grossi mammiferi marini e anche i rapaci ce lo dimostrano).

A due mesi vita il cucciolo lascia generalmente la cucciolata e inizia la sua nuova vita all’interno della famiglia. Cosa succede adesso?
Da buon “ex lupo” cerca per prima cosa di capire chi è il capo  e lui quale ruolo abbia all’interno del nuovo branco umano. All’interno della cucciolata il piccolo aveva già un ruolo: poteva essere il leader, oppure il più timido e introverso di tutti, e questa gerarchia si era stabilita attraverso il gioco (vera palestra per poi quello che sarebbe accaduto una volta divenuto adulto). Ora però le cose sono cambiate. Spetta dunque all’uomo diventare capobranco, e lo fa imponendo un giusto mix di autorevolezza e di sensibilità, così come farebbe un buon capo a quattro zampe.
In poche settimane il cucciolo impara presto che quello strano bipede che gli impedisce di fare certe cose, che lo loda se ne fa altre, che gli dà il cibo, che si permette di maneggiarlo, è il suo nuovo lupo alfa. E in poche settimane imparerà (come dovrebbe essere) che il suo posto è quello di sottomesso.
Se questo avviene, è probabile che tra uomo e cane si instauri una relazione perlopiù tranquilla e serena. È difatti una stupidaggine dettata dall’ignoranza e da pulsioni iper-animaliste pensare che il ruolo di sottomesso sia disdicevole. Per il cane non lo è affatto. Lo sarebbe anche in natura, nei confronti di altri lupi o cani. Il problema è semmai se non sa quale ruolo deve ricoprire per colpa di una educazione e di una gestione quotidiana non coerente, lunatica, impreparata.

Ecco che a questo punto entra in gioco una questione importante: il cane come vede l’uomo? Come una “mamma”? Come un conspecifico, solo di grado sociale più alto?

In una vecchia teoria di Lorenz, poi rimessa in discussione da lui stesso, l’etologo austriaco sostenne che esistono fondamentalmente due tipi di cani: quelli di origine lupina (ad esempio i cani nordici e il chow chow) che derivano dal lupo [2] e instaurano con l’uomo un rapporto quasi da “pari a pari”; quelli invece che derivano dallo sciacallo dorato [3] (il resto dei cani) che vedono l’uomo come una super-mamma e hanno nei suoi confronti un comportamento infantile.
Restiamo comunque su questa teoria. Esistono infatti razze che per razza, indole e memoria storica realmente hanno un modo di approcciarsi all’uomo all’apparenza molto freddo: i levrieri in genere non abbondano in smancerie; molti cani orientali (tra cui il già citato chow chow ma anche l’akita e lo shiba) risultano piuttosto riservati e diffidenti; alcuni cani da lavoro come il ciarplanina, il terrier nero russo, i cani nordici in genere realmente sembrano interagire con l’uomo “da pari a pari” e quasi pretendono un legame di “stima reciproca” per poter svolgere i compiti affidati. Esistono poi altre razze che invece sembrano restare degli eterni “bamboccioni”, per voler usare un’espressione divenuta di gran moda. Tra questi soprattutto i molossi.
Quindi? Non esiste un’unica risposta esaustiva. Quel che è certo è però che avendo delegato all’uomo funzioni fondamentali come il nutrirsi, il proteggersi, il riprodursi  e il trovare riparo, il cane di fatto vive in una eterna condizione figliale, la stessa che poi dà origine ai ben noti comportamenti detti neotenici [4] e che di fatto rende l’animale cane quasi del tutto dipendente dall’uomo.

Al di là del ruolo assunto dal capobranco umano agli occhi del cane, quello ancora più importante è il fatto che la famiglia umana sia ora il nuovo branco del cane. E per il branco, per la sua difesa, per la sua unità, per la sua sopravvivenza ora il cane – esattamente come farebbe in natura – è disposto anche a morire.
Detto questo è certamente impensabile che il cane che sia stato ben socializzato con i suoi conspecifici (che cioè abbia potuto stare a sufficienza con madre e fratelli) ci veda esattamente come dei cani. Più probabilmente ai suoi occhi siamo degli esseri strani, in cui non si riconosce, ma verso i quali prova sentimenti di affetto. Eppure si comporta con noi come se fossimo altri cani: ci invita al gioco allo stesso modo [5], ci segnala con l’abbaio un eventuale pericolo come se fossimo dei lupi che devono proteggere il territorio, innesca con noi le stesse lotte per ricoprire la posizione di leader che metterebbe in atto con i conspecifici. In buona sostanza si comporta ormai come un lupo domestico, e come altri lupi domestici ci vede.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione



[1] Questo avviene stando a contatto con la madre e i fratelli di cucciolata. Se, come ha dimostrato Lorenz, il cane dovesse passare i primi giorni di vita solo con noi umani, una volta adulto non riuscirebbe a riconoscersi negli altri cani, ne ignorerebbe il linguaggio e probabilmente li attaccherebbe per paura o perché considerati potenziali prede.
[2] Canis lupus
[3] Canis aureus
[4] Con neotenia si intende il permanere di atteggiamenti tipici del cucciolo anche in età adulta.
[5] Ponendosi nella tipica posizione con il posteriore alzato e gli arti anteriori paralleli a terra

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 6

Come ragionava il lupo prima di diventare cane


Scrive lo studioso Bruce Fogle nel suo volume La mente del cane [1]: “Il cane potrebbe sembrare una pecora. Si potrebbe pensare in realtà che sia una pecora, ma l’intera base del suo comportamento è quello che ha ereditato dal lupo”. Se dunque vogliamo capire il nostro cane dobbiamo necessariamente rifarci al suo parente selvatico, in quanto siamo di fronte a un processo ereditario ed evoluzionistico a direzione unica: dal lupo al cane e non certo viceversa.

Un primo elemento fondamentale per capire e porre in relazione questi due canidi è il concetto di branco, che per quanto riguarda il lupo può essere definito come una unità familiare allargata, in quanto generalmente è composto dai due genitori riproduttivi e dalla loro prole. Il numero di soggetti che lo compongono è variabile e soprattutto determinato da vari fattori tra cui in primo luogo il tipo di habitat popolato (se ricco o meno di selvaggina o comunque di disponibilità alimentari) e in secondo luogo la vastità del territorio controllato dal branco stesso: in sostanza più quest’ultimo è ampio (ed è quindi in grado di fornire cibo per tutti i suoi componenti, sempre in relazione al tipo di habitat che lo caratterizza) più il branco può essere numeroso. Di norma le osservazioni effettuate indicano un numero medio di 4-6 soggetti, anche se non mancano rilevamenti decisamente maggiori, come quello rarissimo di un branco di 36 lupi individuato negli anni ‘60 in Alaska.
Parlare di branco significa poi coinvolgere un altro aspetto che accomuna lupo e cane: la socialità. In sostanza grazie al fatto che il lupo è un animale sociale si può creare un branco, ma è anche vero che quest’ultimo ha determinato la socialità stessa di questo selvatico.
Per capire questo concetto dobbiamo rifarci a ragioni di carattere etologico ed evoluzionistico. A differenza dei felidi, i canidi in genere sono dei cacciatori decisamente meno efficaci: i primi, definiti dagli etologi “specializzati”, sono dotati di armi d’offesa molto valide, tra cui le unghie retrattili e una maggiore agilità; i canidi, invece, detti cacciatori “opportunisti”, sono meno dotati rispetto ai primi e devono necessariamente trovare la forza nell’unione coordinata del gruppo; i felidi, difatti, hanno un sistema di predazione basato sull’avvicinamento graduale, furtivo e silenzioso alla preda, fino a sferrare di colpo l’assalto finale; i lupi, ad esempio, si basano invece su lunghi e pazienti inseguimenti portati avanti da tutto il branco, fino ad isolare la preda prescelta e colpirla. Per ottenere questo occorre ovviamente che all’interno del branco ci sia una perfetta coordinazione, ma questa può esistere solo se il gruppo - come diremmo per degli uomini - è molto “affiatato”, e soprattutto se risulta chiara e rispettata la gerarchia di potere tra i suoi membri. La minore efficacia predatoria singola ha dunque portato per natura il lupo ad un tipo di predazione “a gruppo”; quest’ultima a sua volta ha favorito l’innescarsi e il perfezionarsi di quella socialità intraspecifica che lo caratterizza.
Una conferma a quanto detto ci viene data in questo senso dall’etologa Daniela Tarricone che, nel suo volume Cane o gatto per amico? [2], scrive: “Sicuramente l’incrementato successo predatorio ottenuto tramite la caccia di gruppo deve aver svolto una grossa pressione a favore dell’insorgere di uno stile di vita sociale”.

Abbiamo appena fatto riferimento alla gerarchia di potere all’interno del branco. Ma come funziona nel dettaglio? Possiamo innanzitutto dividere due linee gerarchiche distinte: una maschile e una femminile. All’interno di ciascuna linea troveremo l’individuo dominante detto lupo o lupa a, (alfa) altri individui dominati, di medio livello gerarchico, detti lupi b (beta), fino ad arrivare al vero e proprio “capro espiatorio” per l’intero branco, il lupo w (omega), detto anche “il pacificatore”,  che rappresenta non solo l’ultimo soggetto nella scala gerarchica ma anche quello contro il quale si sfogano la maggior parte delle tensioni di tutti i componenti del gruppo; rappresenta insomma una “valvola di sfogo vivente”, che assorbendo le tensioni dell’intero branco ne mantiene salda l’unità. Il lupo omega è costretto perlopiù ad una vita a margine del branco, almeno fino a quando rimane in esso.

È importante infatti sottolineare come il branco, e la relativa gerarchia di potere che lo governa, non sia fisso nello spazio e nel tempo. La coppia dominante, formata dal maschio e dalla femmina a, l’unica coppia alla quale sia permesso di riprodursi, deve continuamente sottostare al tentativo di prevaricazione da parte dei sottomessi che tentano in questo modo di conquistarsi un ruolo più favorevole. I lupi dominanti (e nello specifico il maschio alfa, al quale è sottomessa persino la stessa femmina a) hanno difatti molti vantaggi: si nutrono per primi (e quindi hanno la possibilità di sfamarsi fino a sazietà), e sono gli unici a potersi accoppiare (salvo dei rari casi in cui, per distrazione della coppia alfa o per altri fattori di disturbo che intervengono, anche i lupi sottomessi arrivino ad unirsi tra di loro). A fronte di questi “diritti” stanno anche dei “doveri”; tra questi c’è la funzione di guida del branco nelle battute di caccia, il ruolo di “paciere” per eventuali zuffe che coinvolgano gli individui sottomessi e in genere il ruolo di guida per i suoi conspecifici.
Il tentativo di prevaricazione e la relativa difesa del ruolo conquistato vengono perpetrati attraverso un’infinita serie di segnali sonori e mimici, fino ad arrivare a veri e propri scontri fisici che tuttavia solo in pochi casi portano alla morte di uno dei due contendenti; perlopiù si concludono infatti con una resa simbolica dello sconfitto, correlata dalla conferma anch’essa simbolica dell’autorità da parte del dominante. La vecchiaia oppure il generale indebolimento del soggetto alfa faciliterà tuttavia la prevaricazione degli altri su quest’ultimo, stravolgendo in questo modo l’intera scala gerarchica. Il risultato che se ne ottiene è di norma duplice: l’ex lupo (o lupa) dominante continua a vivere nel branco conservando un ruolo di più basso potere, ma più spesso raggiungendo proprio quel “gradino omega” che, come abbiamo visto, è il più scomodo; una seconda alternativa è quella di essere allontanato o allontanarsi spontaneamente dal branco (cosa che fanno tutti i cuccioloni, una volta raggiunta la maturità sessuale, vale a dire dopo i primi 12 mesi d’età) e di cercare un altro branco che lo accolga. Quest’ultimo caso non è raro ma non rappresenta nemmeno la norma: il più delle volte il vecchio “capo” condurrà il resto della vita da wolf alone (lupo solitario), cibandosi di animali di piccole dimensioni oppure di quello che trova nelle discariche pubbliche, fino alla morte.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 7 



[1] Edizioni Geo, 1991
[2] Editoriale Olimpia, 1991

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Parte seconda

Parte seconda - Il nuovo rapporto uomo-cane

Premessa


Nella prima parte di questo libro abbiamo ripercorso storicamente l’evoluzione del rapporto uomo-cane, ponendo l’attenzione soprattutto sul modo di vedere, pensare e gestire l’animale da parte dell’uomo. Del cane abbiamo poi evidenziato come molto presto abbia fatto una scelta di tipo opportunistico, decidendo più o meno consapevolmente di cedere in toto la sua natura a favore di essere vivente di specie diversa, fino al punto da diventarne completamente dipendente.
Si tratta ora di comprendere le ragioni psicologiche che hanno da un lato portato il lupo a diventare cane, e dall’altra l’uomo a creare una relazione interspecifica praticamente senza pari in tutto il panorama animale, fino al punto di creare una vera e propria tribù del guinzaglio che del cane fa la sua ragione d’essere e nel nome cane produce tutto quel corollario di linguaggio e comportamento che la rende unica e per certi versi riconoscibile.
Per farlo, però, dobbiamo per prima cosa capire come ragiona il lupo allo stato selvatico e come invece ragiona il cane una volta che il suo branco è ormai composto da membri di specie diversa. A questi due aspetti dedicheremo i prossimi due capitoli.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione


SEGUE CAP. 6

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 5

La celebrazione del cane inutile e le radici della moderna "cinofollia"

Il venir meno di una condizione inderogabile almeno fino a un paio di secoli fa – il cane deve risultare utile per avere la facoltà di esistere – a favore invece di una nuova e più comoda situazione – il cane può anche non fare nulla e avere comunque il diritto di vivere – può essere considerato come il punto cruciale dal quale ha inizio un nuovo, e più perverso modo di vedere, trattare e vivere il cane. Insomma, un po’ come è accaduto a certi atleti molto blasonati, il rapporto uomo-animale da tonico, pragmatico, efficiente e rigoroso qual era agli inizi, si è lasciato in seguito andare a ogni sorta di vizio, e in qualche caso a un più generale “decadimento morale”.

Non unica colpevole, ma certamente corresponsabile di questa trasformazione, è stata la selezione artificiale da parte dell’uomo  che, a partire dall’800 in poi, ha generato su basi non più empiriche ma scientifiche cani perlopiù iper-specializzati, e per questo a maggiore rischio “disoccupazione” con il cambiare dello scenario socio-economico.
Per comprendere il fenomeno, basta pensare al settore della caccia. Nell’attuale classificazione delle razze canine della Fci (Federazione Cinologica Internazionale), su 10 gruppi esistenti ben 3 sono dedicati espressamente a razze per uso venatorio: il Gruppo 6 (Segugi e cani per pista di sangue), il Gruppo 7 (Cani da ferma) e il Gruppo 8 (Cani da riporto, da cerca e da acqua). Il numero totale di razze comprese in questi tre gruppi ammonta poi a 160 razze (su circa 400 riconosciute), senza contare razze come i bassotti (Gruppo 4) o alcuni terrier (Gruppo 3), nati anch’essi per uso venatorio Ciò significa che oggi almeno il 50% delle razze esistenti è stata selezionata per la caccia.

Un altro dato per riflettere: nel 2015 sono stati registrati ai Libri genealogici dell’Enci (Ente nazionale della cinofilia italiana) ben 13.782 setter inglesi (cane nato espressamente per la caccia). Vale a dire che in un solo anno, e contando solo quelli di razza pura muniti di pedigree, in Italia circolano più di 13 mila cuccioli di questo cane da ferma. Ora, vogliamo forse illuderci che tutti quanti abbiano la fortuna di scorrazzare per i boschi in cerca di selvaggina? Affatto. La maggior parte di questi è destinata a finire in salotti borghesi, tra divani e caloriferi, scelti da chi magari la caccia proprio non la sopporta ma solo per il fatto che si tratta di un cane bello e anche socievole. Quindi, sono destinati a svolgere un’attività che non fa parte della loro indole e della loro memoria storica.

Quello che si è verificato negli ultimi decenni è dunque ancora più grave: si è continuato a produrre soggetti di razze che ormai non hanno quasi nessuna ragione d’essere con la loro funzione primigenia. Pensiamo ai cani nordici come l’alaskan malamute o il siberian husky: a parte il loro uso per intraprendenti cittadini metropolitani che vogliono provare l’ebbrezza di una corsa in slitta, oggi quale funzione possono avere? Nessuna. Eppure almeno fino all’inizio degli ultimi anni ’80 queste razze sono state iper-allevate anche in Italia, dando vita ad un mercato - alimentato da un contemporaneo e deleterio effetto moda - di cuccioli finiti tutt’al più in qualche casa di montagna.   

Ecco dunque il vero cuore del problema. Le mutate condizioni socio-economiche che, perlopiù in Occidente, hanno sollevato il cane dall’obbligo di rendersi utile, hanno di fatto drogato il mercato che continua a produrre soggetti iper-specializzati quasi che ci trovassimo ancora in tempi in cui il cane da slitta poteva effettivamente correre nella neve, il cane da caccia poteva realmente andar per boschi, e cani come molti terrier passare la giornata a cacciare topi e lonze. Tra realtà storica e attività umana si è dunque creato un incredibile dialogo tra sordi, senza alcun ragionevole punto di contatto. È allora il caso di dire che la cinofilia, da strumento per soddisfare i bisogni dell’uomo, negli ultimi 200 anni si è sempre più trasformata in strumento per compiacere l’uomo. A qualsiasi costo.

Discorso ben diverso è invece quello che riguarda i paesi non occidentali, dove questa iper-specializzazione non è affatto così marcata, a favore invece di cani perlopiù tuttofare. Pensiamo ad esempio  al già citato pastore di Ciarplanina. Da molosso con eccellenti doti fisiche qual è, risulta in grado di essere un ottimo cane da guardia, un buon cane da difesa personale e anche un buon guardiano del bestiame. Quello che poi lo caratterizza è quella che i giornalisti cinofili definiscono spesso una “natura incorrotta”: vale a dire un comportamento più vicino al fratello lupo che al cane domestico, fatto di fierezza, coraggio, atteggiamento parzialmente indomito e la capacità di porsi di fronte all’uomo quasi “da pari a pari” e con ben pochi atteggiamenti gratuitamente servili.

Curiosamente (ma a pensarci bene neanche poi tanto) molte altre razze non occidentali conservano queste caratteristiche. E guarda caso sono le stesse che hanno subito il minor impatto derivante dalla selezione artificiale umana. Razze orientali come il chow-chow o l’akita, quelle dell’Europa dell’Est come il puli e il laika, ma anche quelle dall’altra parte del mondo come il fila brasileiro o il perro dogo mallorquin, presentato tutte un fondamentale atteggiamento di fierezza, di tempra [1] dura  e di scarsa socievolezza che difficilmente troviamo tra i nostri cani europei. Rispettano cioè più da vicino quello che idealmente potevano essere le caratteristiche di quei proto-cani, non ancora cani domestici e non più lupi dei nostri antenati.

Di fronte a questo ulteriore indizio che vede proprio l’uomo quale responsabile primo di un certo decadimento della vera natura canina, l’effetto a cui assistiamo oggi è pressoché drammatico: l’avere al nostro fianco cani che hanno perso la loro identità, e sui quali vogliamo invece apporre quella che noi umani riteniamo essere la più adatta.

Per i nostri cani ormai disoccupati creiamo degli intrattenimenti artificiali: facciamo correre i levrieri dietro a peluche meccanici nei cinodromi o nei campi da coursing; i border collie li facciamo lavorare solo in esibizioni sportive, pronti a radunare uno sparuto gruppo di pecore ormai assuefatte e sotto gli occhi dei giudici inflessibili; il pastore maremmano abruzzese non ha più idea di cosa sia un lupo; i molossi ormai sono ridotti a morsicare la manica di juta e plastica dell’addestratore. E così via.
Tutto questo senza contare che ormai per certe razze esistono due tipologie di cani: l’una, in cui si predilige la bellezza e che rispecchia in toto lo standard di razza; l’altra, in cui si prediligono invece le doti lavorative, in cui invece il fenotipo si concede qualche “variazione sul tema” e spesso risulta essere solo una versione bruttina del cane vero.

In questo mix di perdita di lavoro, d’identità e  spesso anche di delle attitudini e originarie e memoria storica di razza, affondano le radici della moderna cinofollia. Vale a dire di quel nuovo modo di vivere il cane, totalmente antropocentrico e vero e proprio vaso di pandora di molti dei disturbi comportamentali a cui oggi purtroppo vanno soggetti i nostri compagni a quattro zampe.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE PARTE SECONDA 




[1] Con tempra si indica la capacità del cane di sopportare stimoli negativi sia fisici che psichici

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 4

Il cane utile... e quello "non più utile"

Il concetto di rispetto con il quale s’è chiuso il capitolo precedente, nel corso dei secoli è andato perlopiù di pari passo con l’attitudine del cane a lavorare. A scapito, però, di altri fattori come la bellezza o la capacità, da parte dell’animale, di dare origine a un legame emotivamente ricco con l’uomo. In quei 14,8 cm di storia citati, insomma, poco importava che l’animale fosse espansivo, coccolone, o finanche bello da vedere. Queste sono tutte prerogative che cercano  gli uomini moderni. Non certo i nostri avi. 
L’attitudine a lavorare rendeva dunque il cane utile, e quindi degno di rispetto, ma unicamente perché era importante mantenerlo in una condizione tale da poter continuare a rendere un servigio all’uomo.

Non è un caso, allora, che i primi tentativi di classificare le razze canine si siamo tutte incentrate sul ruolo che i vari cani avevano. Lo storico greco Senofonte, vissuto tra il V ed il IV secolo a.C, ad esempio si limitò a distinguere due gruppi: i cani adatti per la guardia e quelli adatti per la caccia. Con Aristotele invece, filosofo greco del IV secolo a.C, cambia la prospettiva, ma non il senso del discorso.  I cani vengono infatti suddivisi solo per provenienza geografica: quelli dell’Epiro; di Laconia; di Molosso; di Cirene; i cani degli egiziani; quelli indiani; quelli melitensi.
Anche i Romani non si comportarono diversamente, e la loro classificazione è anch’essa imperniata solo sulla funzione: cani venatici (da caccia, suddivisi tra coloro che seguono, attaccano e rincorrono la selvaggina), quelli pastorales (da pastore) e villatici (cani da guardia alle case, alle fattorie, ai campi ecc.).
Una piccola novità la offre invece John Keys, meglio noto con l’appellativo di Dottor Caius, medico tra gli altri di regnanti come Edoardo VI (1537-1553), e le regine Maria I (1516-1558) ed Elisabetta (1533-1603). Nella sua classificazione datata 1576, oltre a diversi (e particolarmente analitici) gruppi di cani da caccia e da utilità, cita anche il gruppo dei Currish kind-degenerate, traducibile con “i cani dei saltimbanco”. Secondo Keys i cani da lavoro erano destinati alle fasce sociali medio-alte della popolazione; gli altri, i Currish kind-degenerate, erano invece destinati alle fasce più popolari, le meno nobili in tutti i sensi. Inizia dunque a insidiarsi una differenziazione sociale dell’animale cane. La stessa che poi darà vita a molte delle scelte che inconsciamente ancora oggi facciamo prediligendo una razza piuttosto che un’altra.

Per arrivare a una considerazione del cane non più dal solo punto di vista utilitaristico ma anche esteriore, morfologico, occorre aspettare il XIX secolo. Per la precisione Pierre Mégnin, medico veterinario dell’esercito francese, il quale nel 1897 divise le razze canine secondo un sistema ancora oggi in vigore: lupoidi (cani con testa a forma di piramide orizzontale, orecchie generalmente diritte, muso allungato e stretto, labbra piccole e serrate, quelle superiori non oltrepassano la base delle gengive inferiori); braccoidi (cani con testa a forma quasi prismatica, col muso egualmente lungo sia all’estremità sia alla base e separata dalla fronte da una depressione generalmente ben marcata, orecchie cadenti, labbra lunghe e pendenti, le superiori oltrepassanti il livello della gengiva inferiore); molossoidi (cani con testa voluminosa, rotonda o cuboide, orecchie piccole e cadenti, muso corto, labbra lunghe e spesse, corpo massiccio e normalmente di grande statura); graioidi (cani con testa a forma di cono allungato, cranio stretto, orecchie piccole coricate all’indietro e diritte, muso lungo e sottile in tutti i sensi e in linea retta con la fronte, naso saliente ed angolato, sporgente sulla bocca, labbra piccole e corte o serrate, corpo slanciato, membra fragili, ventre molto levrettato).

È a questo punto importante sottolineare come la selezione artificiale condotta dall’uomo sul cane (ciò che rappresenta il passo successivo alla domesticazione), per il 90% del periodo intercorso tra il primo contatto tra le due specie a oggi, sia stato dettato da ragioni pratiche. I soggetti destinati a riprodursi erano quelli con le maggiori doti sfruttabili per il lavoro: forza, aggressività, tempra, costituzione fisica ecc. La conseguenza è che per lunghi secoli ci troviamo di fronte a definizioni di cani, ad esempio “mastino”, che non identificano un particolare molosso, ma più genericamente un vasto universo di cani di stazza più o meno grossa e con caratteristiche fisico/caratteriali adatte alla lotta, la guardia, la guerra e la difesa. Solo da un paio di secoli, invece, con lo svilupparsi della cinognostica [1] e le conoscenze in ambito genetico, si è arrivati a produrre razze non necessariamente pensate per un ruolo pratico preciso.  

Lo svilupparsi dei criteri di selezioni moderni ha certamente fatto ordine in un guazzabuglio di veri e propri meticci, favorendo una razionalizzazione dei vari genotipi [2] e, di conseguenza, riassestando il fenotipo [3] delle razze che conosciamo oggi, ma a ben vedere ha anche favorito una vera e propria rivoluzione culturale che si può riassumere in poche parole: il cane non necessariamente dev’essere utile; può anche non fare nulla  e avere comunque piena dignità di esistere. 

Significativa in questo senso è la storia del bulldog inglese. Per secoli questo cane ha rappresentato un classico esempio di mastino usato per il combattimento con altri animali. Il nome stesso (bull + dog, cane da toro) evoca ancora oggi scontri cruenti con i bovini, resi ancora più atroci dal fatto che il cane doveva mordere il muso del povero avversario e cercare di resistere il più a lungo possibile senza mollare la presa. Azione del resto facilitata dalla conformazione prognata del muso che – attraverso una posizione arretrata del tartufo (naso) – permetteva al bulldog di continuare a respirare dalla narici pur avendo la bocca serrata.
Questa vera e propria pratica sportiva, detta bull-baiting, fu ampiamente perseguita almeno fino alla metà del XIX secolo. Poi, con l’insorgere di una nuova coscienza animalista e la conseguente introduzione di normative contro i combattimenti tra animali (nel 1834 in Francia; nel 1835 in Inghilterra), diventò una pratica illegale seppur portata avanti in periferia o in zone dove comunque la polizia chiudeva un occhio. L’effetto fu comunque devastante sulla razza. Il bulldog, che dobbiamo immaginare non certo piccolo e tozzo come quello odierno, semmai più grande e simile all’attuale bulldog americano, si trovò quasi di colpo senza impiego. Inoltre  i soggetti allora esistenti avevano un tasso di aggressività interspecifica [4] elevati e comunque incompatibili con una facile gestione quotidiana.
Iniziò allora da qui una straordinaria azione di riconversione della razza che doveva intervenire sulla stazza (non erano più necessari cani grossi) ma soprattutto sul carattere. Attraverso selezioni mirate il cane iniziò allora a rimpicciolirsi e a incrementare le sue doti di docilità e socialità, per farne non più un cane “da lavoro” ma un good citizen dog, un “cane buon cittadino, come si usa dire da qualche anno.
Nel 1864 Samuel Wickens, usando lo pseudonimo Philo-Kuon (amico del cane), scrisse il primo standard della razza, dando di fatto le prime direttive di quello che oggi chiamiamo english bulldog e chiudendo definitivamente una pagina di storia.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 5



[1] Scienza che valuta le razze canine per i loro caratteri morfologici e fisiologici esteriori e individuare così per ciascuna razza la migliore utilizzazione e il massimo rendimento.
[2] Per genotipo si intende la costituzione genetica di un organismo
[3] L’aspetto esteriore
[4] Rivolta cioè verso soggetti di una specie diversa