giovedì 24 novembre 2011

Quell’ultimo premio

Per chi, come noi, ogni anno organizza la Festa del Cane Meticcio di Seveso (MB), c’è un censimento tanto triste quanto necessario da fare ad ogni edizione: quello dei cani, delle nostre “piccole star” come le chiamiamo noi, che da un anno all’altro ci abbandonano per popolare il grande canile del cielo. Si tratta perlopiù di cani anziani, quelli che nella nostra manifestazione sono premiati con la coppa Barbetta bianca. Ma, purtroppo, anche di animali più giovani, che per malattia o altro sono costretti a lasciare un vuoto. Alcuni di questi, come Asko (16 anni, Barbetta bianca 2011), hanno potuto godere della gioia di essere premiati. Altri, come Zuper, invece non hanno fatto neanche in tempo a solcare il ring. Altri ancora, come Chicco, hanno lasciato memoria di sé nel logo che caratterizza la nostra Festa e la nostra Associazione.

Ed ogni volta il proprietario ci scrive. Non tanto per informarci dell’improvviso lutto. Semmai per condividere con noi un dolore. Così come abbiamo condiviso con lui la gioia di una coppa, o anche solo quella di farne per qualche minuto un protagonista. A quel punto non siamo solo gli “organizzatori”. Diventiamo una famiglia allargata. Degli amici. Di quelli con i quali puoi non vergognarti a piangere se muore un animale, e sai che troverai sempre una parola di conforto e di partecipazione.

Questo, malgrado tutto, mi piace di Feste come la nostra: questo spirito che unisce, così come nel divertimento della gara, anche nell’epilogo più triste. Perché ogni lutto non è più privato. Diventa collettivo. Assume il ruolo di graffi che inevitabilmente sono destinati a crescere anno dopo anno nel cuore di tutti coloro che ad ogni estate si sfidano sul verde del ring, ma poi sono anche capaci di battere le mani al vincitore.

Ogni volta che mi arriva una lettera di questo tipo, immagino allora la coppa, o anche solo il diploma di partecipazione che fa bella mostra di sé in una casa ormai vuota di uggiolii e disordine, di zampate e ciotole ferocemente vuote e messe da parte. E immagino gli occhi umidi con cui vengono guardati, fino a recuperare quel ricordo tra i tanti che popolano un’intera vita. In quella coppa, in quel diploma c’è allora parte di noi, così come resta nella vita del cane, anche se siamo stati davanti ai suoi occhi per una sola giornata.

Così quando, un giorno, il buon Pastore deciderà che ha bisogno di noi per organizzare una grande festa del meticcio in Paradiso, allora ci piacerebbe poterli rivedere. Lì, tutti in fila. Pronti per l’esame di una giuria. Ma questa volta composta davvero di angeli.

venerdì 18 novembre 2011

La "sindrome di Cenerentola"

Paris Hilton
Quanto costa mettersi la coscienza a posto e godere così di una rendita emotiva per giorni interi? Anche solo 80 dollari (60 euro circa). Quanti ne ha spesi Paris Hilton a Bali (Indonesia), per acquistare e far cucinare ai cuochi di un hotel di lusso una bistecca da dare a un cane randagio. E affamato.

Un gesto nobile, certo. Peccato però che qualcuno ha fatto notare che, con 80 dollari, forse si potevano sfamare 80 randagi ad un dollaro l’uno. E non credo proprio che il super fortunato mangiatore di filetto fosse l’unico sfigato della spiaggia indonesiana. Ma tant’è. Così facendo la nostra Paris ha guadagnato ancora l’interesse dei media. E guarda caso di questo evento c’è pure una foto che la ritrae mentre, uggiosa e orgogliosa allo stesso tempo, posa a fianco del “fortunato-disgraziato” che mangia.

Che bel colpo di marketing, cara Paris. Da maestra, non c’è che dire. Infatti qui entra in gioco un sottile meccanismo psicologico che mi piace chiamare: la sindrome di Cenerentola. Fateci caso: che eco avrebbe avuto l’immagine di 80 pulciosi indonesiani che mangiano crocchette economiche mentre l’ereditiera si propone al flash dell’immancabile paparazzo? Da zero a dieci... diciamo cinque. Non di più. Ed invece ecco il colpo di genio: per una notte faccio vivere pochi istanti di sogno ad un poveraccio con la coda. Lui, e solo lui, diventa allora un principe indonesiano che sveste i panni della povera Cenerentola e indossa quelli del prescelto. L'unico selezionato per affondare i denti in un filetto sanguinolento e alto due dita. A differenza di Cenerentola, però, lui non lascerà la celebre scarpina di cristallo. Semmai un sonoro e gustoso rutto nell’aria calda di Bali.

Non sazia di questo bagnetto caldo per la sua coscienza, la Hilton ha dichiarato poi di essere rimasta sveglia tutta la notte al pensiero di quei poveri disgraziati a quattro zampe che ha potuto vedere tra un drink e l’altro. Oh... povera ciccina.... Chissà che occhiaie! Chissà quante iniezioni di collagene serviranno per colmare quei brutti solchi sotto le palpebre...

Guarda, cara Paris, facciamo allora così: la prossima volta lascia perdere. Ok? Lascia che ai randagi ci pensino persone dal cuore grande e gli attributi grandi come meloni, così come lo sono quasi tutti i volontari che operano per i cani. Ok? Dio non voglia che il tuo cerone si macchi del viola dell’insonnia. E giammai vorremmo che tu spendessi un altro 0,00001 per miliardo del tuo patrimonio, semplicemente per dimostrare al mondo che il mito di Cenerentola alberga anche tra i nostri amici cani. Ci crediamo, davvero.

Ah... un’ultima cosa. Grazie, a nome del cane, per quel filetto. E te lo diciamo a modo nostro: con un bel rutto collettivo, nella fredda aria della provincia brianzola.

lunedì 7 novembre 2011

Mettiamoci il cuore in pace: cane e lupo sono diversi

John Bradshaw
Cari cinofili che avete preso un cane di razza nordica perché assomiglia ad un lupo. E voi altri che, con grande soddisfazione, intravvedete nelle pieghe del comportamento del vostro cane, tracce inequivocabili (e per questo affascinanti) del cugino selvatico, e come tali vi fanno sentire un po’ dei novelli Konrad Lorenz o David Mech... mettetevi il cuore in pace. Cane e lupo sono di fatto animali diversi, tanto che qualcuno propone di considerarli perfino come appartenenti due specie a sé. Lo confermano - impietosamente, aggiungo io - le indagini scientifiche dell’ultimo decennio. E ne fanno eco bestseller come il recentissimo La naturale superiorità del cane sull’uomo di John Bradshaw (Rizzoli, 2011).     

Lo so, è un duro colpo. All’orgoglio, in primo luogo. Quello un po’ macho che, allo stesso modo, vi fa scegliere un’auto di grossa stazza e cilindrata per farvi sentire padroni della giungla d’asfalto. In secondo luogo alla fantasia. Chi di noi non ha sognato di avere un lupo domestico? Chi non ha mai cercato il brivido di quei misteriosi occhi ambrati nello sguardo da polentone del nostro amico tutto cuccia e biscotti? Basta. E’ tutto finito. Se proprio volete vedere un lupo, comprate un Dvd, un poster, oppure tentate la fortuna in un’oasi naturale americana.

Consolatevi, però. Così facendo, la scienza mette i bastoni tra le ruote anche a noi, cresciuti a cani e Nutella. E ci spinge ad abbondare quel grumo di convinzioni che ci faceva vedere, con esattezza quasi matematica, ogni azione del nostro Fido in chiave lupina. “Branco”, “individuo alpha”, “soggetto omega”, “dominanza”... tutto sembrava funzionare come un orologio svizzero. Salvo accorgerci, ora, che invece che un Rolex guardavamo una patacca made in Taiwan. Addirittura quella meravigliosa “sottomissione attiva” che tanto ci rendeva “fighi” a citarla in ogni occasione (quella, tanto per intenderci, in cui un soggetto sottomesso lecca gli angoli della bocca al dominante in segno di pacificazione) pare che debba essere rivista in una più innocua “ricerca di affiliazione”. Richiesta di amicizia, insomma, per dirla alla Facebook.

Pazienza. Da ora in poi inizieremo a guardare il cane con occhio diverso e ci sforzeremo di vedere ciò che veramente ci si pone sotto al naso. Senza pregiudizi. Ma anche senza quel sottile fascino che il lupo da sempre ci suggerisce e che ora, suo malgrado, siamo costretti ad abbandonare. Almeno per ciò che riguarda quella preponderanza che fino a ieri potevamo dargli. 

mercoledì 2 novembre 2011

Tra cani e bambini non dimentichiamo il genitore

I cani possono essere un toccasana per i bambini: ne stimolano la socialità, li aiutano a superare la timidezza, li spingono ad assumersi responsabilità, ne migliorano le capacità psico-motorie ecc. Ormai lo sappiamo e ce lo conferma ogni ricerca scientifica condotta in tal senso. Oltre che un pizzico di buon senso.
Tutto bene, dunque. A tal punto che spesso l’animale viene adottato dalla famiglia non tanto per dare seguito alle incessanti richieste del pargolo; quanto semmai come “giocattolo intelligente” (sul modello di quelli della Clementoni, avete presente?) e pertanto accolto in casa con quella soddisfazione da novelle Maria Montessori in preda ad un’astinenza da educazione permanente.
 
Eppure c’è qualcosa che non va, perfino in questo quadretto da Mulino Bianco: il genitore. Sì, proprio lui che si pone il cuore in pace e così facendo crede di aver donato al figliolo l’equivalente di un computer didattico vivente. Lui, dov’é? Cosa fa dopo aver portato il cucciolo in casa? Come segue la nuova accoppiata baby & baby?

Sono domande necessarie dal momento che troppo spesso si relega al cane il ruolo da “Sos Tata”, presupponendo che dalla semplice interazione tra i due esca un nuovo Einstein a due zampe. No, mi spiace non è così. Il cane fa il cane, ovvero esplica quel concentrato di anarchia, istinto, affetto, memoria di razza e casino che sono propri della sua natura. Per contro anche il pargolo fa altrettanto. Certo, è probabile che da questa “teoria del caos” nasca qualcosa di buono. Ma non nascono certo regole, insegnamenti, senso dei limiti, rispetto e quant’altro possa un domani servire ad entrambi, se il genitore è assente. Se cioè non segue in maniera intelligente, aperta e costruttiva questo nuovo binomio a 2 e 4 zampe. E farlo non significa anteporre l’ansia (“Attento che ti cava un occhio!”; “Non sporcarti i pantaloni!”; “Non rompere il vaso” ecc.) ad uno sguardo acuto su ciò che i due ogni giorno manifestano, creano, distruggono e ricostruiscono assieme. Non significa nemmeno imporre delle regole ferree sulla gestione dell’animale, se prima non si spiega bene alla creatura perché il cane ha bisogno di questo e non di quest’altro.   

L’adottare un cane-tata, insomma, non solo non ci solleva dal nostro ruolo genitoriale ma, anzi, ce lo impone ancor di più, in quanto ci chiede di essere genitori e cinofili accorti. A meno che, sopraffatti da tanto impegno, non decidiamo - al posto del cane - di acquistare un più semplice “Sapientino”.