venerdì 28 ottobre 2011

L’Italia non è un paese per cinofili

L’ultima sberla arriva dal fisco. Una sorta di immaginario palazzo del potere di kafkiana memoria, dove anche la realtà più cristallina, e di imbarazzante buon senso, si trasforma in un blob buio e melmoso fatto di pretese assurde e relative ingiunzioni-capestro.
Hai una cane? Lo curi? Allora devi per forza avere un tesoretto sotto il materasso che, da vero parassita della società, tieni nascosto in attesa di un ennesimo condono o di un passaggio verso la Svizzera. Eh no caro mio, una parte la devi dare al padre-padrone fisco!

Una sberla. Ma non tanto ai cinofili, quanto all’intelligenza. Per lo stesso principio, allora, anche curare la nonnetta con i farmaci salva-vita, oppure comprare lo sciroppo per il pupo che sputa i polmoni per la tosse, diventa segno di ricchezza. E di inevitabile frode fiscale. Bastardo evasore! Allora sai che faccio? Metto le ganasce alle zampe del tuo cane pulcioso. Tua nonna la interno in un ospedale psichiatrico e il tuo pupo lo sbatto in un collegio. Tiè... così impari a nascondere quei 200 euro che tieni nella zuccheriera per comprarti un paio di scarpe il 28 del mese.

No... Non ci siamo. Lo penso già da tempo, ma ora rasento la convinzione: l’Italia non è un paese per cinofili.
Basta guardare quanti hotel accettano cani poco più grandi di un Chihuahua. Quante spiagge permettono di accedere con il “sacco di pulci” al fianco. Quanti negozi espongono malignamente il cartello “Noi qui non possiamo entrare”. Ma vaff... E allora dove lo metto ‘sto cavolo di bestiola? Lo tengo in macchina? Ah no... così mi muore di caldo. Allora in casa... Eh sì... bravo... poi i vicini ti fanno a pezzi perché ha abbaiato una volta. In pensione? Sì... tu hai i soldi per pagarla?

Ecco allora che iniziamo a guardare all’estero. Mica tanto in là... ad esempio in Francia. Sì... lo so... ci sta un po’ sulle palle per via della testata di Zidane ai mondiali di calcio e per il risolino di Sarkozy (che poi, a dirla tutta, con quella faccia farebbe meglio a stare zitto...), ma va beh... Resta un paese dove i cinofili hanno più diritti. Dove trovi più alberghi, più spiagge, più tutto. Non che adori questo paese. Però sicuramente ci batte anche in questo.

E allora? Niente... ce ne restiamo qui a leccarci le ferite e a vivere da “clandestini dell’amor canino”. Consapevoli però di essere dei folli, in quanto a tutti i costi ci ostiniamo ad amare un animale che ci impone così tanti casini. Che ci fa additare per le pupù per strada, per le malattie trasmissibili all’uomo, per quell’insopportabile odore canino che fa a pugni con Chanel n. 5 (taroccato) della vicina. Pazienza... ce tocca. Che vuoi fa’? Almeno fino a quando, un giorno, con la scusa di andare a prendere il giornale non ci imbarchiamo su un mercantile diretto a Panama. Con il nostro pulcioso amico a quattro zampe... ovviamente!

giovedì 20 ottobre 2011

Cinofilo? No, “cinoforo”

Non sono mai stato attratto dalle disquisizioni linguistiche. Tuttavia, di fronte al quotidiano scempio della cinofilia degli anni Duemila, anche il mio lessico abituale ha un rigurgito di indignazione. E così propongo l’introduzione di una dicotomia netta tra la parola cinofilo (ovvero “amante, amico dei cani”) e cinoforo (colui che il cane semplicemente “lo porta in giro”).

Regalare la parola cinofilo  a tutti, cioè anche a coloro che vedono in questo animale unicamente il cortiletto privato dove far giocare tranquillamente le loro frustrazioni di uomini a danno e vergogna del nostro amico a quattro zampe, sinceramente non mi va più. Così toglierei questo appellativo a tutti i padroni che: colorano il mantello del cane a tinte choc; gli danno solo vegetali perché anche loro aborrono il mangiar carne; gli danno da bere la “birra per cani”. Ma anche a coloro che al canile rifiutano di adottare un soggetto nero, perché porta sfiga o “viene male nelle foto”; oppure li tengono chiusi in cortile tutto il giorno, d’estate e d’inverno; che regalano cuccioli a Natale; che a carnevale li trasformano con costumi bizzarri per farsi due risate con gli amici; che ricorrono alla chirurgia estetica per togliere ad esempio le pliche della pelle sul muso di un Bullmastiff. Eccetera.

Per loro va bene solo il termine cinoforo, dal latino “fero”, portare. “Portatori (malati) di cani”, e basta. Ma anche di tante idiozie quanto è il loro peso corporeo. No. La parola cinofilo, pur senza essere affascinante come altre - magari straniere - conserva in sé un radice bella, pulita: l’amore per il cane. In questi dementi che ignorano la più piccola particella di intelligenza canina e umana, di cinofilia non c’è nulla. Chiamateli allora padroni, gente con il cane. Se non proprio depressi, ignoranti. Finanche coglioni. Ma, se volete restare nel lessico più fine e meno volgare, allora usate cinofori. Farete bella figura, e renderete giustizia a coloro che, i cani, li amano davvero.

mercoledì 19 ottobre 2011

Cari manager, imparate dai lupi!

La figura del Mega Direttore Galattico, tratteggiata da Paolo Villaggio nella saga di Fantozzi, resta per molti l’icona più graffiante, grottesca ma a volte veritiera della figura del manager di alto livello. O, per dirla più semplicemente: del capo. Quasi inavvicinabile, pronto a troncare la carriera di ciascuno che non segua pedissequamente le sue indicazioni e contornato da una schiera di adulatori pronti a schioccare risatine compiacenti ad ogni cavolata che pronunci (e che a una persona non servizievole a malapena farebbe alzare il labbro in uno stentato sorriso), lui si gode la sua posizione di potere e privilegio al pari di un imperatore di antica memoria.

Al di là delle capacità manageriali che può avere o meno, spesso il capo ama ostentare il suo ruolo di potere che nella maggior parte dei casi include un rapporto freddo, superficiale, distaccato con i dipendenti. Di loro ignora eventuali beghe familiari che comunque possono avere un effetto anche sulla redditività in ufficio; di loro a volte non ricorda neanche il nome e preferisce usare il cognome (segno evidente di distacco più che di rispetto); di loro, infine, ignora perlopiù ogni componente umana che non sia asservita al lavoro.
E’ insomma un leader freddo. E il suo potere è quello classico, determinato cioè da percorsi che non sono passati dalla “base”, in quanto tutto è stato deciso dall’alto. Al contrario la sociologia ci insegna che esiste anche il leader emotivo, la cui leadership viene determinata non solo da decisioni “superiori”, ma anche dal favore della base. E’ insomma un leader carismatico, capace di entusiasmare i suoi collaboratori e di tirare fuori da loro il meglio. Grazie anche ad una capacità di “fare squadra” di certo non comune. Come Steve Jobs. Genio e leader carismatico, anche se certamente si è macchiato di sbavature da tiranno.

I leader emotivi sono quelli che più di altri si avvicinano ad un modello eccezionale (e funzionale) di autorità: quella dei lupi alfa, ovvero i soggetti dominanti di un branco.   

L’etologia ci insegna che il branco è una famiglia di lupi in cui a padre e madre si affiancano i figli di prima, seconda, e finanche terza generazione, più eventuali (rari) soggetti esterni che hanno trovato accoglienza. E ci insegna anche che questa famiglia è piuttosto rissosa. Il desiderio di leadership – ruolo che comporta numerosi privilegi tra cui il diritto ad accoppiarsi – è talmente forte e innato che il capo e sua moglie non possono mai stare tranquilli. Periodicamente la loro autorità viene dunque messa in discussione da giovani rampolli, tutto ormoni e sogni.
Eppure, da veri leader, questi lupi riescono nella maggior parte dei casi a mantenere l’ordine con saggezza e una straordinaria capacità da mediatori. Lungi dal voler imporre sempre e comunque la loro autorità in modo prevaricante, “essi sono i più intelligenti, i pensatori, e quindi quelli di maggior valore” come sottolinea Shaun Ellis. Uno che di lupi se ne intende, avendo convissuto con loro per anni. Da veri leader, per farla breve, usano a meraviglia “carota e bastone”, accettando talvolta di giocare a subire, sapendo che comunque l’apparire accomodanti e predisposti ad un potenziale dialogo con i sottomessi non inficia la loro autorità. Semmai la esalta, grazie alla “stima” (se così sui può dire) che sono capaci di conquistarsi.

Ecco perché tanti manager dovrebbero imparare dai lupi. Altro che scegliere buffonate come le passeggiate sui carboni ardenti o i corsi di sopravvivenza in finte giungle metropolitane, per imparare a controllare un loro ego che spesso fa acqua da tutte le parti!

giovedì 6 ottobre 2011

I sogni, benzina della vita

Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle."
Steve Jobs (1955-2011)


Ricordo di aver letto da più parti testimonianze di persone coinvolte in situazioni tragiche (dal campo di concentramento alla calamità) che grossomodo raccontavano la stessa cosa: sono sopravvissute, oltre a una buona dose di fortuna, di fede e con la complicità del destino, anche grazie al fatto di non aver mai mollato la speranza di sopravvivere. Di restare legati ad un sogno. Fosse pure quello di uscirne in qualche modo.

In quest’ottica il sogno perde completamente quel connotato di “illusione” che oggi gli viene affibbiato perlopiù da gente sfiduciata, delusa, ferita dal fatto di aver sbattuto musate pesanti contro la realtà. Ma illudersi significa travisare il concreto, dissimulare le proprie capacità. Non certo “sognare”. Io ad esempio posso illudermi di correre i 100 metri piani in 10 secondi, ma se lo facessi sarei un “povero illuso”. Mi manca il fisico, la forza. Mi mancano persino i geni. E anche se lavorassi per anni per questo obiettivo, forse riuscirei a percorrere quella striscia di terra sintetica in 25 secondi. Non certo 10. Posso però sognare di fondare un giornale tutto mio. E’ vero, mi mancano i soldi. Non ho la minima idea di come potrei recuperare la pubblicità necessaria a farlo vivere. Però posso lavorare per questo. Studiare, farmi in quattro, cercare contatti, ideare soluzioni, proporre idee. Insomma... posso darmi da fare per il mio sogno. E così facendo non dissimulo la realtà. Cerco di piegarla al mio volere. Alle mie aspirazioni. A cio’ che voglio e, parafrasando l’Alfieri, “volli, sempre volli, fortissimamente volli”.

Oggi la scomparsa di Steve Jobs, genio dell’Apple e sognatore concreto, stimola milioni di persone a ripensare alla sua voglia di sognare. Alla sua lucida follia che si è trasformata in miliardi di euro per l’azienda  che ha contribuito a fondare e milioni di clienti soddisfatti. Oggi il sogno torna a diventare il protagonista. Non è infatti morto né l’iPhone né l’iPad. E’ morto il loro inventore. E così, fra un mese, il concetto di sogno tornerà ad impolverarsi sotto chili di giudizi negativi: “E’ un sognatore...” si dice di qualcuno che osa pensare in modo stupefacente, lontano da ogni canone conosciuto.

Sarà anche così, ma nel club dei sognatori ci sono anche persone che lavorano incessantemente per quello che vogliono. Come Steve. E talvolta a questo traguardo ci arrivano. A questo proposito, se non sbaglio Silvester Stallone in un film disse qualcosa del tipo: “Non smettere mai di lottare. Se poi perdi non importa. L’importante è che tu abbia lottato”.

Un piccolo esempio personale. Ho sempre voluto fare il giornalista. Da piccolo (era il 1976, avevo 12 anni) un giorno appesi in cucina un foglio di quaderno che simulava la pagina di un giornale. Decisi di chiamarlo con scarso senso del gusto La cornacchia. Poi una “erre” mi rimase nel pennarello, e così diventò: La conacchia. Andava bene lo stesso. Ricordo che accanto a una improbabile cronaca della vittoria di Niki Lauda in Formula 1 vista in Tv, c’era una news su un fatto avvenuto in casa nostra.
Beh... non sono diventato il direttore del Corriere della Sera (a dire il vero neanche mi interessa) e probabilmente i miei lettori sono quei 25 di manzoniana memoria. Eppure, nonostante le facili ironie di amici di allora e parenti, sono riuscito a scrivere e dirigere testate cinofile nazionali. E ora spiego ad allievi entusiasti, come si può fare giornalismo cinofilo. Questo, credetemi, mi dà una soddisfazione che vale più di cento articoli sui più blasonati quotidiani di oggi.