lunedì 30 gennaio 2012

Quel rimorso come un macigno

Nick Santino
È troppo facile, ora, dire che aveva altre soluzioni: meno drastiche. Meno crudeli. Persino meno folli. Perché nella vicenda di Nick Santino, suicida all’età di 47 anni per il rimorso di aver fatto sopprimere il proprio cane a cui dai condòmini era stato imposto un allontanamento coatto, c’è ben altro.
Attore salito alla cronaca per qualche comparsata, nel 2002, nella soap opera Sentieri, Nick si è tolto la vita per colpa della burocrazia e di vicini pronti ad andare in fondo alla loro esasperazione nei confronti del cane Rocco. Questo ci raccontano le testimonianze: prima una multa da 250 dollari. Poi (è facile immaginarlo) una sequela infinita di esposti all’amministratore, alle forze dell’ordine, per quel cane che abbaiava sempre. Fino all’epilogo: l’eutanasia e il suicidio.

Nick aveva altre strade da percorrere: da quella più infingarda (fare finta di nulla e resistere) fino a quella più drastica: cambiare casa. Ha scelto invece quella più dura: eliminare il cane e poi se stesso. Per il rimorso, scrive di suo pugno in un’ultima nota. Per l’incapacità di affrontare una scelta durissima, dico io. E aggiungo: per quel cortocircuito che in qualche modo, probabilmente, già covava in lui.
Certo. Nick poteva cambiare casa. In fondo è toccato a molti di noi: volontariamente o involontariamente. Eppure ha scelto la strada forse più spettacolare e punitiva nei confronti di chi rimane in vita: “Ecco, ora sarete contenti!”, pare dire con il suo gesto. Un atto di sfida, di enorme ricatto morale. Salvo poi cedere sotto al peso di quell’atto stesso, vissuto come sciocco; inutile. Perché, salvo qualche “lacrima di coccodrillo”, ormai nessuno dei suoi vicini di casa si sentirà più in colpa di aver tirato così tanto la corda. E il povero Nick dimostra solo di aver consumato a vuoto il suo ultimo assolo da attore: il suicidio come atto finale di una tragedia che purtroppo non è finta come sul set di una serie Tv.

È un po’ come il fidanzato che si suicida per essere stato abbandonato, e in un bigliettino rivela le ragioni del suo gesto: punire la donna che gli ha spezzato il cuore. Povero illuso... Non sa forse che la persona in questione  troverà certamente mille spiegazioni che la faranno uscire “pulita” da questa storia? Non sa forse che, molto umanamente, arriverà comunque ad una auto-assoluzione morale, anche se non a “formula piena”?
Povero Nick. In questa ingenuità non da quarantenne, ma da adolescente, si consuma tutto il suo dramma. In questo sta quel cortocircuito che ho citato.

Riposa in pace, allora, fragile uomo. E che Dio abbia pietà della tua debolezza.

martedì 24 gennaio 2012

Un cane “prêt-a-portrait”

Non riesco a stupirmi. Lo confesso e mi dispiace. Ma proprio non riesco a stupirmi della notizia che circola in questi giorni: l’apertura anche in Italia di agenzie che offrono cani in affitto per poche ore. Giusto il tempo di farne bella mostra nei parchetti “chic”, in un salotto “in”, o ad una sfilata. Meglio poi se di colore intonato al vestito. Non mi stupisco per il semplice fatto che ci troviamo semplicemente di fronte all’esternazione di un sentimento molto più comune di quanto si pensi: il cane come oggetto, da modellare a seconda dei nostri spazi, delle nostre esigenze e delle nostre civettuolerie.

Allora vi prego, lasciamo stare almeno oggi un lungo e borioso discorso sull’effetto psicologico che questa pratica può avere su questi poveri cani “prêt-a-portrait”. Sì, lo sappiamo che è deleterio, fuorviante, terribile. Ma di questo – scusate – non gliene frega niente a nessuno (o quasi). È pertanto inutile che ancora una volta saliamo in cattedra a difendere gli interessi di queste creature più indifese. L’effetto sarebbe scontato, esattamente come le parole che useremmo per intessere un’arringa tipo Pubblico Ministero della cinofilia. Quindi... lasciamo stare.

Per oggi (ma solo per oggi) ci limiteremo ad una smorfia della bocca. Ad un sano senso di disgusto. Ad un improvviso attacco di nervosismo. Perché ancora una volta riusciamo a non stupirci non tanto di chi farà soldi sul mantello di queste bestiole, quanto semmai dell’infinita stupidità di coloro che spenderanno fosse anche solo un euro per avere un cane in affitto. Rimbecilliti che risultano dissolti in questa pratica che sa di mercimonio della carne. E dell’intelligenza.

martedì 17 gennaio 2012

Inventiamo un peluche che fa la pupù

Da diversi anni i giocattoli sono diventati uno strumento di educazione civica indiretta. Le bambole ormai non sono più soltanto delle belle riproduzioni di finti bambini perfetti in tutto, ma sempre più spesso ne imitano anche i lati più “scomodi”: fanno pipì nelle mutandine, piangono, chiedono il latte con urla e strepiti ecc. Addirittura ci sono ora delle bambole polically correct: ad esempio bambolotti neri, per insegnare ai pargoli ad essere giustamente tolleranti con gli amichetti di colore, fino alla nuovissima Barbie calva, destinata (sic!) alle bambine colpite da tumore.

Ora mi chiedo: perché non usare questa tendenza anche per insegnare ai bambini cosa vuol dire essere un cane e possederne uno? L’idea è semplice: basta con peluche bellissimi di razze tutte tondeggianti, con gli occhi grandi e zero problemi! Inventiamo un peluche che fa pupù, che odora di cane, che guaisce perché gli scappano i bisogni e deve essere portato fuori, anche a 5 gradi sotto zero. Piantiamola insomma di alimentare la favoletta che i cani sono solo coccole, leccate, notti passate con lui nel lettino. Chi è cinofilo responsabile, sa infatti bene che questi animali hanno anche dei lati più scomodi: le già citate incombenze fisiologiche, il pelo perduto sul tappeto e i divani, gli orari dei pasti da rispettare, le vaccinazioni da fare, le immancabili passeggiate per non trovarceli grassi come porcelli.

Sia chiaro. Il cinofilo vero affronta tutto questo con animo leggero. È un impegno che mette in conto, ma questo non vuol affatto dire che il cane sia per lui un peso. Resta un essere vivente con le sue (giuste) esigenze, che tuttavia vengono vissute in maniera perlopiù responsabile e cosciente.
E allora, a fronte di un simile peluche di nuova generazione che grazie ad un timer fa la pupù due volte al giorno, che ogni tanto rilascia dell’acqua colorata di giallino sul tappetino del bagno e che, grazie ai dentini di plastica, arriva perfino a mordicchiare il Cicciobello nuovo di zecca, quanti bambini sarebbero così intelligenti, responsabili e pronti a diventare un domani dei veri cinofili?

lunedì 9 gennaio 2012

Se il cane si trasforma in ricatto

Il cane come “arma” di offesa, ricatto. Strumento involontario e inconsapevole per ferire l’altro: sia esso un compagno, un amico o un familiare. È l’altra faccia della cinofilia. Quella che rappresenta lo specchio riflesso e deformato di un rapporto uomo-animale perlopiù esaltato come bello, tenero; talvolta persino edulcorato nell’ostinata spinta a cercare un qualcosa di positivo in un’umanità in grado troppe volte di assumere profili scabrosi. Ed ecco allora il concretizzarsi di questo fenomeno in testimonianza, feroce e inaspettata, giunta via mail per il solo fatto di aver scritto libri sui cani (e di averne evidenziato anche il lato più bieco): “Usava il suo cane per difendersi da me....lui da proteggere io da ferire”.

Nulla di nuovo, purtroppo. È l’applicazione di un principio fondamentale che regola certi rapporti umani: il ricatto dell’amore. Sia esso rivolto ad un altro umano oppure ad un animale. È l’amore come arma d’offesa, merce preziosa che diventa moneta di scambio: ti ferisco dirottando l’amore; ti ferisco dimostrandoti che altri meritano più amore di te; ti rendo cosciente di quanto poco amore sei meritevole al confronto di altri.
Nulla di nuovo, s’è detto. Stupisce tuttavia che, ad assumere il ruolo di grimaldello per scardinare l’equilibrio emotivo dell’altro, sia stato scelto un cane. Proprio lui, così lontano dalle geometrie e dai calcoli amorosi di noi bipedi; lui così pronto ed immediato a restituire (moltiplicato) l’intero capitale d’affetto investito nelle pieghe del suo cuore. Eppure le cronache di questi anni ci insegnano come proprio il cane diventi anch’esso materia di contenzioso nelle cause di divorzio: affetto da spartire in uno spezzatino di giorni alterni, come per i figli.

Perché allora stupirsi? Per colpire, ferire, umiliare l’altro, si ricorre a tutto: bambini, amici, parenti... e cani. In amore e in guerra non esistono regole, si dice. C’è allora solo da sperare che proprio il cane, dall’alto della sua purezza emotiva, possa almeno lui essere indenne da condizionamenti e restituire con una semplice leccata in viso, un grammo di dignità e amore a chi crede di averli perduti entrambi.