lunedì 19 dicembre 2011

Lettera a "Cane Natale"

Caro Cane Natale,

lo so. L’epoca delle letterine per me dovrebbe essere finita d’un pezzo. Eppure ti chiedo uno strappo alla regola in modo tale che, la notte del 24, la tua cuccia volante possa posarsi anche sopra i nostri tetti.

Non so in quale lista risultiamo noi uomini. Se tra i “buoni”, meritevoli così d’un regalo, oppure tra quelli che il 6 gennaio vedranno la loro calza riempirsi solo di carbone. A dire il vero un’idea ce l’ho.... Ma confido lo stesso nella tua bontà. Così, quest’anno, per noi umani non ti chiedo scodinzolii gratuiti, leccate immeritate, uggiolii a vuoto. E meno che mai chiedo un amore gratis, una dedizione quasi senza pari. Nemmeno un’ennesima dimostrazione di principi che noi abbiamo quasi scordato: lealtà, altruismo, spirito di sacrificio, pazienza, umiltà ecc.

Ti chiedo solo di donarci altre zampate di fango sul tappeto, altre crocchette sparse a terra, altre pantofole rosicchiate, e ancora altre palline in giro per casa, coperte che “sanno di cane”, peli finanche sulla tovaglia bella della festa. Insomma regalaci ancora una volta tutto ciò che ti rende cane e non bamboccio, peluche, alter ego di qualcosa d’altro. Siamo stanchi di cani che sanno di borotalco, di robot viventi, di perfetti soldatini agghindati come imbecilli. Siamo stanchi di animali che fra un po’ sanno anche risolvere le equivalenze; che vanno necessariamente d’accordo anche con i più idioti di noi; che abbassano sempre la testa di fronte ad ogni più perfido capriccio.

Regalaci il cane, con il suo modo incasinato di vivere, la sua dolce anarchia, con il suo spirito libero e la voglia di giocare anche se ha un equivalente umano di 60 anni. E se qualcuno di noi non gradisse questo regalo... beh... lasciagli davanti a casa un bel ricordino di quelli che solo voi cani sapete lasciare. Per una volta i sacchettini faremo finta di non averli appresso!     

giovedì 1 dicembre 2011

Nel ventre del cane

Certo che noi umani siamo proprio strani. Ci esaltiamo nel credere di essere i dominatori dell’universo; ci vantiamo di essere scesi sulla Luna;  sfidiamo la gravità con grattacieli che fanno il solletico alle nuvole; insomma... ne facciamo una più di Bertoldo (come si usa dire) e poi... ci scopriamo deboli, indifesi, pronti a farci piccini e a trovare calore nel ventre del nostro cane.

Ma come? Dov’è finita l’intelligenza umana? Dov’è mai quel genio che non ha ancora inventato la pillola della felicità, la macchina delle coccole, la crema anti-nostalgia, la dieta dell’ottimismo, la bevanda dell’euforia, il chewingum dei pensieri positivi... Dov’è? Suvvia! Coraggio, l’umanità intera è pronta a sborsare miliardi per invenzioni del genere (che però si rivelino efficaci)!
Come? Non c’è nessuno? E’ ancora tutto in fase di laboratorio? Mannaggia... ci tocca ancora una volta ammettere – del tutto in privato, per carità – le nostre debolezze. Ci tocca ancora una volta sorridere perché tornando a casa c’è una coda che si agita. Ci tocca ancora affondare il viso nel ventre del nostro cane per trovare quel calore perduto che, talvolta, neanche in famiglia abbiamo mai sperimentato.

E lui? Il nostro “povero” cane, che fa? Sorride, scodinzola, talvolta sbadiglia o fa “orecchiette” perché prova imbarazzo, ma quasi mai ci respinge. Piuttosto si diverte. Sì, ma non tanto per il fatto che noi siamo talmente comici da dargli il buon umore. Perché, al contrario, siamo così sciocchi da vantarci delle nostre prodezze, e poi altrettanto velocemente diventiamo ignudi come bimbi, indifesi peggio dei cuccioli. Persino ridicoli a fronte della nostra presunta grandezza.

Ma, cari colleghi umani, facciamoci coraggio. In fondo abbiamo eletto il cane a miglior amico dell’uomo, no? E allora è probabile che ancora per qualche secolo, questi miracoli di cuore, coda e zampone resistano alla voglia di mandarci a quel paese. O anche solo di ridere di noi. A meno che, segretamente, tra di loro non lo facciano già.

giovedì 24 novembre 2011

Quell’ultimo premio

Per chi, come noi, ogni anno organizza la Festa del Cane Meticcio di Seveso (MB), c’è un censimento tanto triste quanto necessario da fare ad ogni edizione: quello dei cani, delle nostre “piccole star” come le chiamiamo noi, che da un anno all’altro ci abbandonano per popolare il grande canile del cielo. Si tratta perlopiù di cani anziani, quelli che nella nostra manifestazione sono premiati con la coppa Barbetta bianca. Ma, purtroppo, anche di animali più giovani, che per malattia o altro sono costretti a lasciare un vuoto. Alcuni di questi, come Asko (16 anni, Barbetta bianca 2011), hanno potuto godere della gioia di essere premiati. Altri, come Zuper, invece non hanno fatto neanche in tempo a solcare il ring. Altri ancora, come Chicco, hanno lasciato memoria di sé nel logo che caratterizza la nostra Festa e la nostra Associazione.

Ed ogni volta il proprietario ci scrive. Non tanto per informarci dell’improvviso lutto. Semmai per condividere con noi un dolore. Così come abbiamo condiviso con lui la gioia di una coppa, o anche solo quella di farne per qualche minuto un protagonista. A quel punto non siamo solo gli “organizzatori”. Diventiamo una famiglia allargata. Degli amici. Di quelli con i quali puoi non vergognarti a piangere se muore un animale, e sai che troverai sempre una parola di conforto e di partecipazione.

Questo, malgrado tutto, mi piace di Feste come la nostra: questo spirito che unisce, così come nel divertimento della gara, anche nell’epilogo più triste. Perché ogni lutto non è più privato. Diventa collettivo. Assume il ruolo di graffi che inevitabilmente sono destinati a crescere anno dopo anno nel cuore di tutti coloro che ad ogni estate si sfidano sul verde del ring, ma poi sono anche capaci di battere le mani al vincitore.

Ogni volta che mi arriva una lettera di questo tipo, immagino allora la coppa, o anche solo il diploma di partecipazione che fa bella mostra di sé in una casa ormai vuota di uggiolii e disordine, di zampate e ciotole ferocemente vuote e messe da parte. E immagino gli occhi umidi con cui vengono guardati, fino a recuperare quel ricordo tra i tanti che popolano un’intera vita. In quella coppa, in quel diploma c’è allora parte di noi, così come resta nella vita del cane, anche se siamo stati davanti ai suoi occhi per una sola giornata.

Così quando, un giorno, il buon Pastore deciderà che ha bisogno di noi per organizzare una grande festa del meticcio in Paradiso, allora ci piacerebbe poterli rivedere. Lì, tutti in fila. Pronti per l’esame di una giuria. Ma questa volta composta davvero di angeli.

venerdì 18 novembre 2011

La "sindrome di Cenerentola"

Paris Hilton
Quanto costa mettersi la coscienza a posto e godere così di una rendita emotiva per giorni interi? Anche solo 80 dollari (60 euro circa). Quanti ne ha spesi Paris Hilton a Bali (Indonesia), per acquistare e far cucinare ai cuochi di un hotel di lusso una bistecca da dare a un cane randagio. E affamato.

Un gesto nobile, certo. Peccato però che qualcuno ha fatto notare che, con 80 dollari, forse si potevano sfamare 80 randagi ad un dollaro l’uno. E non credo proprio che il super fortunato mangiatore di filetto fosse l’unico sfigato della spiaggia indonesiana. Ma tant’è. Così facendo la nostra Paris ha guadagnato ancora l’interesse dei media. E guarda caso di questo evento c’è pure una foto che la ritrae mentre, uggiosa e orgogliosa allo stesso tempo, posa a fianco del “fortunato-disgraziato” che mangia.

Che bel colpo di marketing, cara Paris. Da maestra, non c’è che dire. Infatti qui entra in gioco un sottile meccanismo psicologico che mi piace chiamare: la sindrome di Cenerentola. Fateci caso: che eco avrebbe avuto l’immagine di 80 pulciosi indonesiani che mangiano crocchette economiche mentre l’ereditiera si propone al flash dell’immancabile paparazzo? Da zero a dieci... diciamo cinque. Non di più. Ed invece ecco il colpo di genio: per una notte faccio vivere pochi istanti di sogno ad un poveraccio con la coda. Lui, e solo lui, diventa allora un principe indonesiano che sveste i panni della povera Cenerentola e indossa quelli del prescelto. L'unico selezionato per affondare i denti in un filetto sanguinolento e alto due dita. A differenza di Cenerentola, però, lui non lascerà la celebre scarpina di cristallo. Semmai un sonoro e gustoso rutto nell’aria calda di Bali.

Non sazia di questo bagnetto caldo per la sua coscienza, la Hilton ha dichiarato poi di essere rimasta sveglia tutta la notte al pensiero di quei poveri disgraziati a quattro zampe che ha potuto vedere tra un drink e l’altro. Oh... povera ciccina.... Chissà che occhiaie! Chissà quante iniezioni di collagene serviranno per colmare quei brutti solchi sotto le palpebre...

Guarda, cara Paris, facciamo allora così: la prossima volta lascia perdere. Ok? Lascia che ai randagi ci pensino persone dal cuore grande e gli attributi grandi come meloni, così come lo sono quasi tutti i volontari che operano per i cani. Ok? Dio non voglia che il tuo cerone si macchi del viola dell’insonnia. E giammai vorremmo che tu spendessi un altro 0,00001 per miliardo del tuo patrimonio, semplicemente per dimostrare al mondo che il mito di Cenerentola alberga anche tra i nostri amici cani. Ci crediamo, davvero.

Ah... un’ultima cosa. Grazie, a nome del cane, per quel filetto. E te lo diciamo a modo nostro: con un bel rutto collettivo, nella fredda aria della provincia brianzola.

lunedì 7 novembre 2011

Mettiamoci il cuore in pace: cane e lupo sono diversi

John Bradshaw
Cari cinofili che avete preso un cane di razza nordica perché assomiglia ad un lupo. E voi altri che, con grande soddisfazione, intravvedete nelle pieghe del comportamento del vostro cane, tracce inequivocabili (e per questo affascinanti) del cugino selvatico, e come tali vi fanno sentire un po’ dei novelli Konrad Lorenz o David Mech... mettetevi il cuore in pace. Cane e lupo sono di fatto animali diversi, tanto che qualcuno propone di considerarli perfino come appartenenti due specie a sé. Lo confermano - impietosamente, aggiungo io - le indagini scientifiche dell’ultimo decennio. E ne fanno eco bestseller come il recentissimo La naturale superiorità del cane sull’uomo di John Bradshaw (Rizzoli, 2011).     

Lo so, è un duro colpo. All’orgoglio, in primo luogo. Quello un po’ macho che, allo stesso modo, vi fa scegliere un’auto di grossa stazza e cilindrata per farvi sentire padroni della giungla d’asfalto. In secondo luogo alla fantasia. Chi di noi non ha sognato di avere un lupo domestico? Chi non ha mai cercato il brivido di quei misteriosi occhi ambrati nello sguardo da polentone del nostro amico tutto cuccia e biscotti? Basta. E’ tutto finito. Se proprio volete vedere un lupo, comprate un Dvd, un poster, oppure tentate la fortuna in un’oasi naturale americana.

Consolatevi, però. Così facendo, la scienza mette i bastoni tra le ruote anche a noi, cresciuti a cani e Nutella. E ci spinge ad abbondare quel grumo di convinzioni che ci faceva vedere, con esattezza quasi matematica, ogni azione del nostro Fido in chiave lupina. “Branco”, “individuo alpha”, “soggetto omega”, “dominanza”... tutto sembrava funzionare come un orologio svizzero. Salvo accorgerci, ora, che invece che un Rolex guardavamo una patacca made in Taiwan. Addirittura quella meravigliosa “sottomissione attiva” che tanto ci rendeva “fighi” a citarla in ogni occasione (quella, tanto per intenderci, in cui un soggetto sottomesso lecca gli angoli della bocca al dominante in segno di pacificazione) pare che debba essere rivista in una più innocua “ricerca di affiliazione”. Richiesta di amicizia, insomma, per dirla alla Facebook.

Pazienza. Da ora in poi inizieremo a guardare il cane con occhio diverso e ci sforzeremo di vedere ciò che veramente ci si pone sotto al naso. Senza pregiudizi. Ma anche senza quel sottile fascino che il lupo da sempre ci suggerisce e che ora, suo malgrado, siamo costretti ad abbandonare. Almeno per ciò che riguarda quella preponderanza che fino a ieri potevamo dargli. 

mercoledì 2 novembre 2011

Tra cani e bambini non dimentichiamo il genitore

I cani possono essere un toccasana per i bambini: ne stimolano la socialità, li aiutano a superare la timidezza, li spingono ad assumersi responsabilità, ne migliorano le capacità psico-motorie ecc. Ormai lo sappiamo e ce lo conferma ogni ricerca scientifica condotta in tal senso. Oltre che un pizzico di buon senso.
Tutto bene, dunque. A tal punto che spesso l’animale viene adottato dalla famiglia non tanto per dare seguito alle incessanti richieste del pargolo; quanto semmai come “giocattolo intelligente” (sul modello di quelli della Clementoni, avete presente?) e pertanto accolto in casa con quella soddisfazione da novelle Maria Montessori in preda ad un’astinenza da educazione permanente.
 
Eppure c’è qualcosa che non va, perfino in questo quadretto da Mulino Bianco: il genitore. Sì, proprio lui che si pone il cuore in pace e così facendo crede di aver donato al figliolo l’equivalente di un computer didattico vivente. Lui, dov’é? Cosa fa dopo aver portato il cucciolo in casa? Come segue la nuova accoppiata baby & baby?

Sono domande necessarie dal momento che troppo spesso si relega al cane il ruolo da “Sos Tata”, presupponendo che dalla semplice interazione tra i due esca un nuovo Einstein a due zampe. No, mi spiace non è così. Il cane fa il cane, ovvero esplica quel concentrato di anarchia, istinto, affetto, memoria di razza e casino che sono propri della sua natura. Per contro anche il pargolo fa altrettanto. Certo, è probabile che da questa “teoria del caos” nasca qualcosa di buono. Ma non nascono certo regole, insegnamenti, senso dei limiti, rispetto e quant’altro possa un domani servire ad entrambi, se il genitore è assente. Se cioè non segue in maniera intelligente, aperta e costruttiva questo nuovo binomio a 2 e 4 zampe. E farlo non significa anteporre l’ansia (“Attento che ti cava un occhio!”; “Non sporcarti i pantaloni!”; “Non rompere il vaso” ecc.) ad uno sguardo acuto su ciò che i due ogni giorno manifestano, creano, distruggono e ricostruiscono assieme. Non significa nemmeno imporre delle regole ferree sulla gestione dell’animale, se prima non si spiega bene alla creatura perché il cane ha bisogno di questo e non di quest’altro.   

L’adottare un cane-tata, insomma, non solo non ci solleva dal nostro ruolo genitoriale ma, anzi, ce lo impone ancor di più, in quanto ci chiede di essere genitori e cinofili accorti. A meno che, sopraffatti da tanto impegno, non decidiamo - al posto del cane - di acquistare un più semplice “Sapientino”.      

venerdì 28 ottobre 2011

L’Italia non è un paese per cinofili

L’ultima sberla arriva dal fisco. Una sorta di immaginario palazzo del potere di kafkiana memoria, dove anche la realtà più cristallina, e di imbarazzante buon senso, si trasforma in un blob buio e melmoso fatto di pretese assurde e relative ingiunzioni-capestro.
Hai una cane? Lo curi? Allora devi per forza avere un tesoretto sotto il materasso che, da vero parassita della società, tieni nascosto in attesa di un ennesimo condono o di un passaggio verso la Svizzera. Eh no caro mio, una parte la devi dare al padre-padrone fisco!

Una sberla. Ma non tanto ai cinofili, quanto all’intelligenza. Per lo stesso principio, allora, anche curare la nonnetta con i farmaci salva-vita, oppure comprare lo sciroppo per il pupo che sputa i polmoni per la tosse, diventa segno di ricchezza. E di inevitabile frode fiscale. Bastardo evasore! Allora sai che faccio? Metto le ganasce alle zampe del tuo cane pulcioso. Tua nonna la interno in un ospedale psichiatrico e il tuo pupo lo sbatto in un collegio. Tiè... così impari a nascondere quei 200 euro che tieni nella zuccheriera per comprarti un paio di scarpe il 28 del mese.

No... Non ci siamo. Lo penso già da tempo, ma ora rasento la convinzione: l’Italia non è un paese per cinofili.
Basta guardare quanti hotel accettano cani poco più grandi di un Chihuahua. Quante spiagge permettono di accedere con il “sacco di pulci” al fianco. Quanti negozi espongono malignamente il cartello “Noi qui non possiamo entrare”. Ma vaff... E allora dove lo metto ‘sto cavolo di bestiola? Lo tengo in macchina? Ah no... così mi muore di caldo. Allora in casa... Eh sì... bravo... poi i vicini ti fanno a pezzi perché ha abbaiato una volta. In pensione? Sì... tu hai i soldi per pagarla?

Ecco allora che iniziamo a guardare all’estero. Mica tanto in là... ad esempio in Francia. Sì... lo so... ci sta un po’ sulle palle per via della testata di Zidane ai mondiali di calcio e per il risolino di Sarkozy (che poi, a dirla tutta, con quella faccia farebbe meglio a stare zitto...), ma va beh... Resta un paese dove i cinofili hanno più diritti. Dove trovi più alberghi, più spiagge, più tutto. Non che adori questo paese. Però sicuramente ci batte anche in questo.

E allora? Niente... ce ne restiamo qui a leccarci le ferite e a vivere da “clandestini dell’amor canino”. Consapevoli però di essere dei folli, in quanto a tutti i costi ci ostiniamo ad amare un animale che ci impone così tanti casini. Che ci fa additare per le pupù per strada, per le malattie trasmissibili all’uomo, per quell’insopportabile odore canino che fa a pugni con Chanel n. 5 (taroccato) della vicina. Pazienza... ce tocca. Che vuoi fa’? Almeno fino a quando, un giorno, con la scusa di andare a prendere il giornale non ci imbarchiamo su un mercantile diretto a Panama. Con il nostro pulcioso amico a quattro zampe... ovviamente!

giovedì 20 ottobre 2011

Cinofilo? No, “cinoforo”

Non sono mai stato attratto dalle disquisizioni linguistiche. Tuttavia, di fronte al quotidiano scempio della cinofilia degli anni Duemila, anche il mio lessico abituale ha un rigurgito di indignazione. E così propongo l’introduzione di una dicotomia netta tra la parola cinofilo (ovvero “amante, amico dei cani”) e cinoforo (colui che il cane semplicemente “lo porta in giro”).

Regalare la parola cinofilo  a tutti, cioè anche a coloro che vedono in questo animale unicamente il cortiletto privato dove far giocare tranquillamente le loro frustrazioni di uomini a danno e vergogna del nostro amico a quattro zampe, sinceramente non mi va più. Così toglierei questo appellativo a tutti i padroni che: colorano il mantello del cane a tinte choc; gli danno solo vegetali perché anche loro aborrono il mangiar carne; gli danno da bere la “birra per cani”. Ma anche a coloro che al canile rifiutano di adottare un soggetto nero, perché porta sfiga o “viene male nelle foto”; oppure li tengono chiusi in cortile tutto il giorno, d’estate e d’inverno; che regalano cuccioli a Natale; che a carnevale li trasformano con costumi bizzarri per farsi due risate con gli amici; che ricorrono alla chirurgia estetica per togliere ad esempio le pliche della pelle sul muso di un Bullmastiff. Eccetera.

Per loro va bene solo il termine cinoforo, dal latino “fero”, portare. “Portatori (malati) di cani”, e basta. Ma anche di tante idiozie quanto è il loro peso corporeo. No. La parola cinofilo, pur senza essere affascinante come altre - magari straniere - conserva in sé un radice bella, pulita: l’amore per il cane. In questi dementi che ignorano la più piccola particella di intelligenza canina e umana, di cinofilia non c’è nulla. Chiamateli allora padroni, gente con il cane. Se non proprio depressi, ignoranti. Finanche coglioni. Ma, se volete restare nel lessico più fine e meno volgare, allora usate cinofori. Farete bella figura, e renderete giustizia a coloro che, i cani, li amano davvero.

mercoledì 19 ottobre 2011

Cari manager, imparate dai lupi!

La figura del Mega Direttore Galattico, tratteggiata da Paolo Villaggio nella saga di Fantozzi, resta per molti l’icona più graffiante, grottesca ma a volte veritiera della figura del manager di alto livello. O, per dirla più semplicemente: del capo. Quasi inavvicinabile, pronto a troncare la carriera di ciascuno che non segua pedissequamente le sue indicazioni e contornato da una schiera di adulatori pronti a schioccare risatine compiacenti ad ogni cavolata che pronunci (e che a una persona non servizievole a malapena farebbe alzare il labbro in uno stentato sorriso), lui si gode la sua posizione di potere e privilegio al pari di un imperatore di antica memoria.

Al di là delle capacità manageriali che può avere o meno, spesso il capo ama ostentare il suo ruolo di potere che nella maggior parte dei casi include un rapporto freddo, superficiale, distaccato con i dipendenti. Di loro ignora eventuali beghe familiari che comunque possono avere un effetto anche sulla redditività in ufficio; di loro a volte non ricorda neanche il nome e preferisce usare il cognome (segno evidente di distacco più che di rispetto); di loro, infine, ignora perlopiù ogni componente umana che non sia asservita al lavoro.
E’ insomma un leader freddo. E il suo potere è quello classico, determinato cioè da percorsi che non sono passati dalla “base”, in quanto tutto è stato deciso dall’alto. Al contrario la sociologia ci insegna che esiste anche il leader emotivo, la cui leadership viene determinata non solo da decisioni “superiori”, ma anche dal favore della base. E’ insomma un leader carismatico, capace di entusiasmare i suoi collaboratori e di tirare fuori da loro il meglio. Grazie anche ad una capacità di “fare squadra” di certo non comune. Come Steve Jobs. Genio e leader carismatico, anche se certamente si è macchiato di sbavature da tiranno.

I leader emotivi sono quelli che più di altri si avvicinano ad un modello eccezionale (e funzionale) di autorità: quella dei lupi alfa, ovvero i soggetti dominanti di un branco.   

L’etologia ci insegna che il branco è una famiglia di lupi in cui a padre e madre si affiancano i figli di prima, seconda, e finanche terza generazione, più eventuali (rari) soggetti esterni che hanno trovato accoglienza. E ci insegna anche che questa famiglia è piuttosto rissosa. Il desiderio di leadership – ruolo che comporta numerosi privilegi tra cui il diritto ad accoppiarsi – è talmente forte e innato che il capo e sua moglie non possono mai stare tranquilli. Periodicamente la loro autorità viene dunque messa in discussione da giovani rampolli, tutto ormoni e sogni.
Eppure, da veri leader, questi lupi riescono nella maggior parte dei casi a mantenere l’ordine con saggezza e una straordinaria capacità da mediatori. Lungi dal voler imporre sempre e comunque la loro autorità in modo prevaricante, “essi sono i più intelligenti, i pensatori, e quindi quelli di maggior valore” come sottolinea Shaun Ellis. Uno che di lupi se ne intende, avendo convissuto con loro per anni. Da veri leader, per farla breve, usano a meraviglia “carota e bastone”, accettando talvolta di giocare a subire, sapendo che comunque l’apparire accomodanti e predisposti ad un potenziale dialogo con i sottomessi non inficia la loro autorità. Semmai la esalta, grazie alla “stima” (se così sui può dire) che sono capaci di conquistarsi.

Ecco perché tanti manager dovrebbero imparare dai lupi. Altro che scegliere buffonate come le passeggiate sui carboni ardenti o i corsi di sopravvivenza in finte giungle metropolitane, per imparare a controllare un loro ego che spesso fa acqua da tutte le parti!

giovedì 6 ottobre 2011

I sogni, benzina della vita

Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle."
Steve Jobs (1955-2011)


Ricordo di aver letto da più parti testimonianze di persone coinvolte in situazioni tragiche (dal campo di concentramento alla calamità) che grossomodo raccontavano la stessa cosa: sono sopravvissute, oltre a una buona dose di fortuna, di fede e con la complicità del destino, anche grazie al fatto di non aver mai mollato la speranza di sopravvivere. Di restare legati ad un sogno. Fosse pure quello di uscirne in qualche modo.

In quest’ottica il sogno perde completamente quel connotato di “illusione” che oggi gli viene affibbiato perlopiù da gente sfiduciata, delusa, ferita dal fatto di aver sbattuto musate pesanti contro la realtà. Ma illudersi significa travisare il concreto, dissimulare le proprie capacità. Non certo “sognare”. Io ad esempio posso illudermi di correre i 100 metri piani in 10 secondi, ma se lo facessi sarei un “povero illuso”. Mi manca il fisico, la forza. Mi mancano persino i geni. E anche se lavorassi per anni per questo obiettivo, forse riuscirei a percorrere quella striscia di terra sintetica in 25 secondi. Non certo 10. Posso però sognare di fondare un giornale tutto mio. E’ vero, mi mancano i soldi. Non ho la minima idea di come potrei recuperare la pubblicità necessaria a farlo vivere. Però posso lavorare per questo. Studiare, farmi in quattro, cercare contatti, ideare soluzioni, proporre idee. Insomma... posso darmi da fare per il mio sogno. E così facendo non dissimulo la realtà. Cerco di piegarla al mio volere. Alle mie aspirazioni. A cio’ che voglio e, parafrasando l’Alfieri, “volli, sempre volli, fortissimamente volli”.

Oggi la scomparsa di Steve Jobs, genio dell’Apple e sognatore concreto, stimola milioni di persone a ripensare alla sua voglia di sognare. Alla sua lucida follia che si è trasformata in miliardi di euro per l’azienda  che ha contribuito a fondare e milioni di clienti soddisfatti. Oggi il sogno torna a diventare il protagonista. Non è infatti morto né l’iPhone né l’iPad. E’ morto il loro inventore. E così, fra un mese, il concetto di sogno tornerà ad impolverarsi sotto chili di giudizi negativi: “E’ un sognatore...” si dice di qualcuno che osa pensare in modo stupefacente, lontano da ogni canone conosciuto.

Sarà anche così, ma nel club dei sognatori ci sono anche persone che lavorano incessantemente per quello che vogliono. Come Steve. E talvolta a questo traguardo ci arrivano. A questo proposito, se non sbaglio Silvester Stallone in un film disse qualcosa del tipo: “Non smettere mai di lottare. Se poi perdi non importa. L’importante è che tu abbia lottato”.

Un piccolo esempio personale. Ho sempre voluto fare il giornalista. Da piccolo (era il 1976, avevo 12 anni) un giorno appesi in cucina un foglio di quaderno che simulava la pagina di un giornale. Decisi di chiamarlo con scarso senso del gusto La cornacchia. Poi una “erre” mi rimase nel pennarello, e così diventò: La conacchia. Andava bene lo stesso. Ricordo che accanto a una improbabile cronaca della vittoria di Niki Lauda in Formula 1 vista in Tv, c’era una news su un fatto avvenuto in casa nostra.
Beh... non sono diventato il direttore del Corriere della Sera (a dire il vero neanche mi interessa) e probabilmente i miei lettori sono quei 25 di manzoniana memoria. Eppure, nonostante le facili ironie di amici di allora e parenti, sono riuscito a scrivere e dirigere testate cinofile nazionali. E ora spiego ad allievi entusiasti, come si può fare giornalismo cinofilo. Questo, credetemi, mi dà una soddisfazione che vale più di cento articoli sui più blasonati quotidiani di oggi.

lunedì 26 settembre 2011

Quelle parole capaci di fermare il tempo

Se un augurio c’è di quelli che desidero fare di cuore a quei corsisti che a breve seguiranno il primo Corso di Giornalismo Cinofilo a Monza, uno è sicuramente quello di provare – anche solo per una volta – quel brivido sottile di piacere che ti dà il vedere il tuo nome pubblicato sotto ad un articolo.
Non importa se il giornale sia un periodico locale oppure una testata nazionale. E non importa nemmeno se tratta argomenti di cronaca, computer oppure di cani. L’effetto è grossomodo lo stesso: quello di fermare per un attimo il tempo. Per assurdo, allora, l’anno non inizia più il primo giorno di gennaio, ma quello in cui è uscito quell’articolo. Prima c’è il vuoto. Poi ci sono quelle colonne di giornale, tanto belle che ai nostri occhi sembrano quasi una scultura di carta. E da lì riprende a scorrere il tempo. Che però non sarà più come prima. Perché in qualche modo una piccolissima traccia resterà di noi. Magari nella cantina di qualche biblioteca. Oppure in quel non-spazio, non-tempo che è internet.

Sulla rete, avvertono gli esperti, “nulla va perso e tutto resta in memoria”. Per questo è bene evitare di pubblicare commenti o foto che diano di noi un’immagine deformata, magari persino imbarazzante, pubblicata quando eravamo ancora giovani e forse sciocchi. Perché prima o poi, a distanza di anni, qualcuno potrà comunque vederli dietro a byte non corrosi dall’umidità o dall’oblio. Per contro, però, la digitalizzazione del giornale con il nostro articolo ci fa quasi sfiorare il brivido di un'immortalità elettronica. Noi ci siamo, in quel remoto gruppo di byte tra i miliardi di altri esistenti e in continua evoluzione. Ma ci siamo. Con le nostre parole. Con quel misto di cuore, ansia, entusiasmo e spirito critico che sta dietro a ogni articolo. E il brivido di quel giorno, di quella “prima volta”, resterà anche quando saremo al cinquecentesimo pezzo scritto in mezz’ora perché il giornale chiude.

Figli, se non proprio nipoti di quei sognatori che anche solo per un momento hanno pensato e sperato che le parole potessero cambiare il mondo, chi sceglie il giornalismo - soprattutto quello più lento e ragionato del periodico più che della cronaca quotidiana -  in fondo gioca ancora a immaginare di poter fermare il tempo in una fotografia di carta che ama poi rileggere giorni dopo. Oppure anni dopo, tuffandosi in questo modo in un amarcord che ha il potere di rievocare gli stessi sentimenti provati nella stesura di quelle parole.

Il mio grande desiderio è restare fulminato sull’ultima parola di un articolo che i miei lettori possano leggere mentre mi accompagnano al cimitero”, scrisse Indro Montanelli nel 1980. Ora... capisco perché...

giovedì 22 settembre 2011

Facciamo memoria... della razza

Esiste in cinofilia una parolina quasi magica che, da sola, potrebbe evitarci una miriade di errori e permetterci di vivere più serenamente con il nostro cane. Si chiama memoria di razza ed è traducibile più o meno così: quell’insieme di attitudini naturali, acquisite grazie al fatto di discendere da un certo tipo di cani impiegati in compiti particolari, che ne possono determinare azioni e reazioni. Il cane, insomma, agisce in un certo modo poiché nei suoi geni permane quasi un ricordo di quello che i suoi avi hanno fatto per secoli.

Un caso classico è quello del cane da pastore. Se mettete un cucciolone di cane da pastore al fianco di un adulto esperto nel condurre le greggi, è facile che il piccolo impari molto più in fretta a svolgere lo stesso tipo di lavoro per un processo di “imitazione” dell’adulto (detto anche processo allelomimetico) ma anche per una sua specifica memoria di razza. Il cucciolone dunque è come se risvegliasse in sé nozioni che ha ereditato inconsapevolmente dai suoi nonni e bisnonni, e che ora può mettere in atto, quasi come se sapesse già cosa fare.

Il concetto di memoria di razza, come dicevo prima, ci permette di evitare molti errori. Ad esempio chi si ricorda, oggi, che il pit bull ha in sé una specifica aggressività nei confronti dei suoi simili (detta anche aggressività intraspecifica) poiché per decenni è stato usato per aggredire gli altri cani nei combattimenti? Non c’è allora da stupirsi se oggi questa razza manifesta quasi inevitabilmente, se non proprio un grado di aggressività, almeno di scarsa tolleranza nei confronti degli altri quattro zampe. Da qui, però, a dichiarare il pit bull pericoloso anche per l’uomo, ce ne passa. O più semplicemente: non è affatto detto che sia così. Per il semplice fatto che, sempre da decenni, questo cane è stato invece abituato a soccombere ai voleri dell’uomo. E chi si fosse ribellato a questa regola, probabilmente non avrebbe visto l’alba del giorno dopo.

Un altro esempio riguarda il border collie, razza ormai in voga negli ultimi anni. Chi si ricorda che questo cane da sempre è stato abituato a governare le greggi per giornate intere in spazi aperti? E’ dunque facile immaginare come nel suo Dna ci sia una particolare predisposizione al movimento, all’azione, e come di conseguenza sia un cane che ha bisogno di consumare energia e di essere mentalmente attivo. Ridurlo a belloccio cane da salotto, inibendo dunque quella carica di adrenalina che gli scorre nelle vene, significa rischiare perlopiù di avere un cane depresso, che scarica l’energia in attività che nulla hanno a che fare con un comportamento “normale” o consono alla sua natura di canide (si parla in questo caso di attività dislocate).

Altri esempi possono essere i levrieri (cani da sempre usati per la caccia alla selvaggina veloce, e che pertanto hanno bisogno di tanto movimento), ma anche i cani da caccia come il bassotto o i terrier. Per questi è normale essere “folgorati” dall’effluvio di un animale selvaggio, magari mentre state facendo una normale passeggiata. E a nulla vale il fatto che ai vostri occhi sia un pacioccone, che passa dal divano alla cuccia senza desiderare apparentemente altro. Al primo segnale che risvegli in lui l’atavica memoria di cacciatore, state sicuri che getterà alle ortiche le ideali “pantofole” e assumerà subito l’aria di un Terminator di selvaggina. Questione di memoria di razza... . Che vi piaccia o no.

mercoledì 7 settembre 2011

Se Robin Hood fa dietrofront

A Hume, in Australia, si sta consumando l’epilogo di quella che io ho sempre definito la Sindrome di Robin Hood. Vale a dire quello spirito da crocerossina che ci fa acquistare ad esempio un Pit Bull per dimostrare al mondo intero che non è poi un cane così cattivo come lo dipingono. Infatti, dopo l’aggressione mortale a una bambina di 4 anni da parte proprio di un cane simile in agosto, già 12 proprietari hanno chiesto e ottenuto la soppressione volontaria dei propri molossi. Per paura, forse. Ma probabilmente anche per evitare le conseguenze penali che l’amministrazione sta varando a carico di chi ha  cani morsicatori.

Che succede? D’un tratto questi novelli ipergarantisti si sono risvegliati? Se sì, lo hanno fatto in maniera talmente repentina da lasciare perplessi. E da gettare alle ortiche gli stessi principi di uguaglianza canina che magari li hanno resi orgogliosi dell'infausta scelta proprio di questo cane. O piuttosto questi moderni Don Chisciotte, pronti a fare lotte virtuali contro i mulini a vento del pregiudizio, hanno ceduto di fronte alla prima sberla che l’orrore della cronaca ha dato loro? O ancora hanno forse ceduto al dubbio di avere al fianco un mostro piuttosto che un cane?

Probabilmente tutto questo insieme, condito da un’isteria collettiva che certo ha tolto loro (e all’amministrazione della città) il lume della ragione. E noi giornalisti cinofili che dobbiamo fare ora? Rispolverare il vecchio adagio che “non esistono cani cattivi ma solo cattivi padroni”? Dobbiamo forse difendere tout court una razza che –  è bene chiarirlo – ha nella sua memoria di razza l’aggressività verso gli altri cani?

Sì, anche se confesso la stanchezza e la sensazione di inutilità di una simile difesa. Allora... ripetiamo insieme scandendo le parole: il Pit Bull non è di per sé un cane cattivo, ma solo un animale di non facile gestione; il Pit Bull ha nel sangue l’aggressività intraspecifica (verso i suoi simili) e non quella verso l’uomo; il Pit Bull non va bene per tutti; il Pit Bull può essere pericoloso come un Chihuahua, solo che una volta chiusa la bocca neanche il Padre eterno riesce ad aprirla. Va bene così? Avete ripetuto tutti bene? Ok...

Allora, per favore, la prossima volta che qualcuno desidera un Pit Bull, si informi. Ma non dallo scagnozzo in canottiera e Marlboro che vuole vendercelo dicendo che è un agnellino; piuttosto da addestratori o consulenti cinofili preparati. Insomma da chi può dare giudizi seri e obiettivi. Se no, cari i miei Robin Hood, ci saranno altre Hume e altri morti innocenti. E anche voi, sì proprio voi, potreste essere giudicati responsabili. 

mercoledì 31 agosto 2011

Li vogliamo come noi, e poi ci stupiamo se lo diventano

Il cane accanto alla bara del militare
Tra i tanti, c’è un particolare che mi lascia perplesso nell’attuale rapporto uomo-cane: vogliamo a tutti i costi umanizzare questi animali fino a farli diventare talvolta una copia grottesca di noi stessi (vedi i cani che vengono abbigliati con vestiti ridicoli, nutriti con gelati e birra, toelettati come se fossero dei punk, e trattati come i più viziati e viziosi tra i vip) e poi, quando questi si comportano “da uomini”, ci stupiamo e quasi gridiamo al miracolo. No. C’è qualcosa che non va.

Prendiamo ad esempio un’immagine che di recente ha fatto il giro del mondo: il funerale del militare americano Jon T. Tumilson, ucciso sull’elicottero dov’era in compagnia di altri Navy Seals in Afghanistan lo scorso 6 agosto. Accanto alla bara, il suo cane ha seguito la cerimonia accasciato a terra. Visibilmente distrutto dal dolore. Quest'immagine ha commosso tutti. Era il segno più toccante di come un cane possa amare fino all’ultimo il proprio padrone. E probabilmente qualcuno avrà immaginato quali lacerazioni dell’anima stessero tormentando la povera bestiola. Come un umano colpito da un analogo lutto. Ed ecco allora articoli, commenti, solidarietà.
Ma come? Quel cane non dimostra forse di aver imparato a reagire come ci si aspetterebbe da un parente stretto del militare morto? Non ha forse dimostrato di essere più umano che canino nei suoi atteggiamenti? E allora perché tanto stupore? Perché, se in fondo non stiamo facendo altro che insegnare loro a essere come noi?

Sulla stessa linea sono altri episodi. Dal Bulldog che pare essere morto di crepacuore dopo aver vegliato il cadavere della padrona, fino ai presunti suicidi canini verificatisi lo scorso anno. Ogni volta che un cane “fa l’uomo”, soprattutto se dimostra una sensibilità tale che – diciamoci la verità – non appartiene proprio all’umanità tutta, ecco scattare la reazione di ammirazione. Quasi meravigliati più che inorgogliti, stentiamo a capire quanto queste povere bestie abbiano ancora voglia di amarci senza riserve. E invece che vergognarci di come taluni di noi trasformano questi animali in orripilanti pagliacci, abbiamo ancora il coraggio di chiederci se per loro esiste il concetto di morte e del tempo che passa. O se abbiano o meno un’anima.

venerdì 26 agosto 2011

La vicenda di Tao e quell’inutile chiedersi: “Come si fa?!”

Tao sul tavolo del veterinario
Tao lotta tra la vita e la morte. Tao è un setter inglese ed è stato gettato in un cassonetto per i rifiuti, coperto di piaghe e parassiti. Ora è vivo per miracolo. Chissà ancora per quanto...

La vicenda ha sconvolto i cinofili di questa strana estate 2011. Non solo per l’atrocità della vicenda in sé. Anche per la beffa di quel biglietto, scritto con grafia da bambino, che ha dato a Tao un’ultima sberla: “Ti amo”. Forse, spiegano i volontari che hanno in cura quel disgraziato, un adulto ha fatto credere al bambino che il suo cane era morto. Ecco allora il perché di quell’ultimo epitaffio. Si spera che le cose siano andate così, anche se resta agghiacciante la tomba scelta: un cassonetto. Si spera, perché altrimenti ci troveremmo di fronte all’orrore di un gesto sadico e sarcastico insieme.

Di fronte a episodi del genere, accanto alla pietas umana che emerge da qualche scantinato dell’anima, sgorga di solito anche una domanda: “Ma come si fa a fare questo?!”. Attoniti di fronte a tanto schifo, invochiamo un ultimo appello per la natura umana. Impossibile ai nostri occhi che possa arrivare a tanto. Ed ecco allora che ci diamo un’ennesima possibilità, un grado di giudizio che vada oltre il terzo livello della Cassazione. Che so, ci si appella ad una ipotetica Corte suprema dell’intelligenza umana, salvo ricevere sempre la stessa conferma: colpevole, colpevole, colpevole. 

Ecco perché non ha senso chiederci: “Ma come si fa a fare questo?”. Perché “sì, si può fare”, nel senso che già lo si fa e si è fatto. Allo stesso modo la domanda ottiene la medesima risposta quando a morire è un bambino di tre anni come il piccolo Tommy (ricordate?) ucciso perché - rapito - piangeva di paura e di febbre. Ma anche quando a morire è un ragazzino sciolto nell’acido solo perché il padre era mafioso; oppure quando un vecchio viene ucciso a bastonate da giovani criminali annoiati.

Basta allora chiedersi “come si fa?”. Basta cercare il millesimo e ultimo appello alla nostra coscienza, per provare in tutti i modi a non arrenderci all’idea che la malvagità, l’orrore, il sadismo e la totale assenza di pietas sono elementi propri dell’uomo così come lo sono i loro esatti contrari. Noi uomini siamo allo stesso tempo santi e criminali, geni e aguzzini, straordinari e orripilanti. Piantiamola allora con questo stucchevole neo-umanesimo che ci vuole sempre e comunque al centro dell’universo. È sufficiente guardare un paio di documentari di astronomia per capire quanto microscopici siamo nell’immensità del creato. E quando, da piccole cacchine quali a volte dimostriamo di essere, appariamo mosche che si vantano di volare. Sì... ma sui nostri stessi escrementi.

lunedì 1 agosto 2011

Boo e il trionfo di un’idiozia

Cosa serve per diventare famosi nell’epoca del Web 2.0? A volte nulla, se non una buona dose di idiozia. Ne sa qualcosa Boo, il volpino di Pomerania di cinque anni divenuto una star su Facebook (oltre 1 milione e 400 mila sostenitori) per il solo fatto di essere stato toelettato dalla padrona a mo’ di orsetto. E di avergli creato attorno una vita sul modello dell’ormai desueto Second Life. Così su internet Boo non fa altro se non quello che ci si aspetta da un cane: cammina, corre, si lecca i baffi, saltella ecc. Solo che lo fa agghindato come un pagliaccio. Oppure gli si costruisce attorno una messinscena che vorrebbe simulare ad esempio la firma del contratto per il suo nuovissimo libro, Boo. The life of the World’s Cutest Dog, in uscita negli Usa l’8 agosto.

Ora, senza essere ipocriti, forse c’è da stringere la mano alla padrona di Boo, tale J. H. Lee. Non fosse altro per il fatto che sicuramente trarrà beneficio economico dal nulla. Così come nulla è il suo povero Boo. Quello che tuttavia mi lascia perplesso è quella massa di oltre un milione di fan su Facebook.
Cliccare su “I like”, oppure “Mi piace” di questo social network, è ormai attività da svolgere senza pensarci. Infatti non costa nulla e non ci lega ad alcun obbligo, finanche morale che sia. Così basta che il cuore provi una minima vibrazione di tenerezza che il contatore del pollice alzato si accresce a dismisura. Ma, mi chiedo, “mi piace” cosa? Un disgraziato a 4 zampe che avrà l’unico merito di far fare fortuna alla sua altrettanto disgraziata (ma furba) padrona? Oppure mi piace l’ennesima icona di cane clown, da condividere sulla nostra bacheca perché “è tanto carino”?

Non faccio il moralista. Per carità. Io stesso ho innumerevoli foto di cani buffi, scaricati da internet. E li uso. Per i miei articoli o le mie news. Ma da qui a diventare fan di un involontario pagliaccio, scusate, ce ne passa! 

giovedì 21 luglio 2011

Grazie... piccola Laika

Se il 20 luglio 1969 l'uomo è potuto sbarcare sulla luna, è stato grazie anche al sacrificio di molti animali, eroi inconsapevoli e sfortunati, come Laika.
A lei qualche anno fa ho dedicato questi versi:

Notte inquieta di gelida brezza
dove muta vaga la cagna lunare
dagli occhi di vetro.
Cerca ancora quelle mani di gomma,
dall’odore di niente,
e quegli occhi amici
di promesse fasulle
tra il boato ed il buio.

Nel pallido bagliore d’una stella
s’è perso l’ultimo latrato.

venerdì 15 luglio 2011

Gli animali fanno sempre vivere meglio?

Appena letta la notizia che, secondo un’indagine dell’Università di Miami, “i proprietari di animali domestici vivono meglio, sono più sani e sereni”, ho fatto una mia piccola indagine.

Sono uscito in strada e l’ho comunicato a:
  • un marito che teneva in una mano due sacchi della spesa, e nell’altra il bambino piccolo e il cane (un gigante di almeno 50 kg) mentre la moglie telefonava a sua madre per sapere cosa fare a Natale (e siamo a luglio)...
  • una signora che faceva “sci nautico” nel tentativo disperato di tenere il suo alano al guinzaglio, lanciato all’inseguimento di un gatto...
  • un rappresentante di profumi che, distratto dal passaggio di una bella signora, ha affondato il mocassino (indossato senza calze) in un decimetro cubo di cacca sul marciapiede...
  • un ragazzo a cui il cane di un amico ha appena fregato (e divorato) un hot dog appena comprato perché dalle 5 del mattino non butta giù nulla...
  • un uomo con le occhiaie perché il cane della fidanzata lo ha sfidato tutta la notte e non solo gli ha impedito di “consumare” ma anche, ululando, di dormire fino al suono della sveglia...
  • un bambino a cui un cane per strada ha dato una leccata al suo cono gelato, tanto da costringerlo a buttarlo nel primo cestino...
  • un manager a cui un terranova ha sbavato completamente la giacca mentre stava per entrare in macchina (ed era già in ritardo)...
A ciascuno di loro ho detto: “Ormai è scientificamente provato! I proprietari di animali domestici vivono meglio, sono più sani e sereni!”

Mi hanno mandato a quel paese.... Chissà perché....

martedì 5 luglio 2011

Ma che noia quei luoghi comuni sui cani!

Il boxer? È sempre una “baby sitter ideale per i bambini”. Il pit bull? È invece cattivo e pericoloso. Il border collie? Lui sì che è un atleta. Il pinscher? Mah... un gran abbaione. Il molosso? Mio Dio... è un tontolone. Il meticcio? Ah no, lui sì che è intelligente...
Ecco solo alcuni dei luoghi comuni che circolano sui cani. Esattamente come accade per gli uomini: i piemontesi? “Falsi e cortesi”. I liguri? Avari. I romani? Caciaroni. I napoletani? Fantasiosi.

Basta, per carità!

Alla base di questa iper-semplificazione della realtà cinofila (e non solo), vedo  una sorta di “sindrome del novello tassonomista”(*): a fronte cioè dell’assoluta varietà che ci propone il creato, noi umani – ai quali il caos perlopiù spaventa – ci rifugiamo in etichette di comodo. Niente di male, sia chiaro, se non fosse che spesso questa etichettatura diventa permanente e “permeante” il soggetto a cui viene affibbiata, privandolo del sacrosanto diritto di  stupire; di contraddire ciò che si pensa comunemente di lui.
Nell’immaginario collettivo, allora, diventa più facile ridurre la variabilità caratteriale di una razza canina a un semplice aggettivo, piuttosto che prendere in considerazione il fatto che – pur all’interno di una certa qual indole di razza – ogni cane rappresenta un caso a sé. Ciò vuol dire che se è pur vero che generalmente il boxer va d’accordo con i bambini, non vuol dire che Jack, oppure Ringo o Matilde amino d’amblè  i nostri pargoli. Lo stesso vale per i meticci. Ma chi l’ha detto che sono davvero tutti dei piccoli Einstein? Certo, il pool genetico da cui derivano può favorire l’emergere dei caratteri più consoni a un particolare adattamento alla vita, ma tra questi cani possiamo lo stesso trovare dei geni così come dei somari.

Questa “sindrome del novello tassonomista” è inoltre la stessa che causa una parte degli errori che commettiamo solitamente con i nostri cani. Pensiamo che tutti i cani nordici siano d’animo libero come il vento, e poi quando il nostro samoiedo (la più "appiccicosa" tra le razze nordiche) ci si attacca al polpaccio pur di stare con noi, pensiamo che sia viziato. O magari scemo. E ancora: è recente il caso di quel Border Collie inglese che manifesta un vero e proprio terrore per le greggi. “Ma come”, si potrebbe obiettare, “proprio lui che è un eccellente conduttore di ovini?”. Ebbene sì. Capita, anche nelle migliori famiglie. Ops, pardon... nelle migliori razze.
Eccola allora la rivincita degli inetti; dei figli minori che non seguono le orme dei fratelli maggiori. Dei “polentoni” contro i “self made dogs”, i vincenti a ogni costo. Ed anche in questo c’è una certa giustizia. Tutta umana, per carità. Solo umana e terrena...


(*) La tassonomia è la disciplina della classificazione, ndr

venerdì 1 luglio 2011

Quel sottile piacere dello scrivere...

Noi giornalisti scriviamo sull’acqua e abbiamo una vita effimera come le farfalle
(Indro Montanelli, 1909 – 2001)

Il mio primo articolo lo pubblicai nel gennaio 1989 sulla terza pagina di un giornale locale. Era dedicato ai cinquant’anni dall’uscita della raccolta Le occasioni di Montale. Io avevo 24 anni e un chiodo fisso: diventare giornalista.

Quella mattina credo di aver comprato almeno quattro o cinque copie, in edicole diverse per non dare l’idea di un matto. Guardavo e riguardavo quella pagina ma soprattutto il mio nome, stampato in grassetto e tale da sembrarmi enorme. Non ero solo orgoglioso. Di più. Entusiasta! Ricordo che tornai a casa con quelle copie che per me erano diventate preziose come il codice medioevale più antico del mondo. C’era il mio nome. C’era il mio articolo. Era come se avessi pubblicato sul New York Times o il Corriere della Sera. Invece era Il Canavese, un periodico di cui poi curai per anni la pagina culturale e al quale sono legati ricordi bellissimi. 

Da allora in poi ho pubblicato centinaia di articoli, su periodici locali ma anche testate a livello nazionale, specializzate in cinofilia. Eppure, in ormai più di vent’anni di professione, non ho mai perso quell’abitudine di correre a vedere il mio articolo (o l’intera rivista curata da me). Seguendo un rituale ormai consumato.

Per prima cosa c’è un contatto fisico e olfattivo. La rivista appena stampata ha difatti una consistenza che poi perde leggermente. Ma soprattutto un odore tipico (dire profumo sarebbe un po’ troppo), come ce l’hanno ad esempio le auto appena comprate. È un misto di inchiostro, carta, forse anche di petrolio. Buonissimo... almeno per me, sapendo cosa custodiscono quelle pagine intonse.
Poi c’è un contatto visivo. Quando curavo alcune riviste, di fatto conoscevo ogni copia quasi a occhi chiusi, poiché per interi giorni avevo visto, corretto, modificato e stampato le bozze a colori. Eppure... la stessa rivista stampata era sempre un’altra cosa. Un bellissimo "figlio di carta", che tu potevi vedere prima di ogni altro (mi riferisco alle "copie staffetta" che per prime arrivano all’editore).
Alla fine c’è un contatto approfondito. Con il testo. Sfogli la rivista e quasi ti dimentichi quanto lavoro, fatica, ansia ci siano dietro a ogni pagina. È bellissima.... Forse proprio per questo – lo confesso – raramente mi è capitato di rileggere i miei articoli, una volta pubblicati. E sapete perché? Per la paura di trovare quello stupido, diabolico refuso che ti è scappato nonostante più livelli di controllo del testo. Se il refuso c’è, l’intera rivista ai miei occhi perde di fascino. Diventa all’improvviso uno splendido vaso di porcellana con una minuscola scheggiatura sul basamento. Quasi invisibile... ma tu sai che c’è!

E poi... quel fascino (a meno che non sia scheggiato dal refuso) dura qualche giorno. Dopo, tutto svanisce e va nell'archivio del cuore. Occorre lavorare al nuovo numero, alla nuova rivista, al nuovo miracolo di carta e parole. Tutto allora riprende da zero.

Amo questo del giornalismo. Non certo per le luci della ribalta che si accendono solo per l’1% di noi, oppure per la voglia di girare il mondo. Ed è per questo (e anche per destino) che non ho mai voluto fare il reporter, specializzandomi invece nel giornalismo cinofilo. Amo questo sottile fascino dello scrivere e di sapere che ci sono migliaia di lettori che probabilmente non conoscerai mai in tutta la tua vita. Eppure senti che ti stimano, perché il 10% di loro comunque si fa sentire; ti manifesta la sua simpatia; talvolta qualche critica. Ma va bene così.

A chiunque voglia intraprendere questa strada, auguro allora solo una cosa: di poter provare anche lui questo fascino che dura la vita di una farfalla, come dice Montanelli. E il bello sta forse nel fatto che ha durata così breve, salvo ripetersi in continuazione, in un rinascere perpetuo che dura... il tempo deciso dall’editore e da voi lettori.

martedì 28 giugno 2011

1996-2011: I nostri primi, “bastardi”, 15 anni di vita

Alle 10 del mattino del 23 giugno 1996 a Banchette (TO), con l’inizio ufficiale delle iscrizioni, iniziava la prima edizione di quella che da allora in poi è sempre stata chiamata Festa del Cane Meticcio (nell’immagine: Balù, la nostra prima mascotte). Anche quando nel 2007 decisi di riprenderla in mano e di riproporla in Lombardia, dove mi ero trasferito nel giugno del 1999.

Ricordo ancora come nacque l’idea. Giornalista cinofilo già da un paio d’anni, avevo partecipato a qualche manifestazione analoga in giro per la provincia di Torino. “Perché non farne una tutta nostra?” pensai. E l’occasione si presentò di lì a poco, quando per caso mi incrociai con i soci e i volontari del “Circolo” di Banchette, dove peraltro avevo abitato fino a pochi mesi prima. Trovai persone subito disponibili, ma soprattutto in grado di far seguire i fatti alle parole; elemento fondamentale quando si tratta di alzarsi dal tavolo delle idee e iniziare a montare ring, cavi, altoparlanti e gazebo sotto un sole che ti sputa addosso tutto il suo calore.
Nacque così la 1a Festa del Cane Meticcio. Una sfida. Finanche un azzardo data l’esperienza unicamente come spettatore e non come co-organizzatore. Ma fu un successo e il mio debutto anche come speaker della manifestazione. L’idea di mettere già in programma la 2a edizione fu una conseguenza logica.  E così il 21 settembre 1997 la organizzammo. Un successo anche questo. A dire il vero, però, non ricordo perché scegliemmo il mese di settembre. Forse per via del caldo. O forse per una sovrapposizione di eventi. Fatto sta che la 3a edizione tornò nel mese di giugno. Per la precisione il 14 giugno 2008.

Tre Feste organizzate. Ormai c’era benzina sufficiente per muovere le ali dei sogni. E così l’idea, tanto azzardata quanto entusiasmante: dare vita ad un torneo di Feste, sul modello della Champions League di calcio. Ovvero cani che si qualificano e si sfidano in finale. Ne parlai con gli amici del “Circolo”. L’idea piacque: tre Comuni che si coordinano tra di loro per organizzare in ognuno una festa di qualificazione. La finale sarebbe spettata a Banchette, quella che nel frattempo era stata chiamata da un periodico locale “la capitale del cane fantasia”.  Nacque così nel 1999 il 1° Campionato Canavesano del Cane Meticcio, chiamato così perché coinvolgeva tre Comuni (Agliè, Bollengo e appunto Banchette), tutti in provincia di Torino ma inseriti in un’area geografica tra bassa Valle d’Aosta e Torino, detta Canavese.
Il calendario era da tour de force: 30 maggio: prima prova ad Agliè; 6 giugno: seconda prova a Banchette; 13 giugno: terza prova a Bollengo; 12 settembre: finalissima a Banchette.
Fui io a presentare tutte le 4 manifestazioni. Il tempo ci risparmiò solo in parte. Agliè... ok: caldo ma zero pioggia; Banchette... pioggia. Lieve ma fastidiosa. Andammo avanti lo stesso. C’era una concorrente da Genova. Non potevamo mandarla a casa senza neanche un giro di ring. Bollengo e finale a Banchette invece ok. Grande successo. Vincitore assoluto Mozart, un cane preso dal canile.

Nell’autunno del 1999, dopo 5 feste organizzate e 2 gestite, la stanchezza iniziò a farsi sentire. Ma più di tutto influì il trasferimento in Lombardia. Lasciavo un’iniziativa unica nel suo genere. E il futuro era incerto.
Passarono infatti 8 anni, nei quali l’idea di rifare la Festa anche in provincia di Como (dov’ero) si scontrò con problemi pratici e una mentalità non troppo disponibile. Fu tuttavia nel 2007 che si verificò la svolta. A Seveso.
Complice fu l’idea di rinnovare il sito internet della mia ditta individuale. Volevo fare un sito sui cani. Da qui all’idea di rifare la Festa dedicandole un sito internet ad hoc, il passo fu breve. “Si può fare!” esclamai in macchina, come il protagonista di Frankenstein Junior.
Il 14 giugno 2007 il sito http://www.festadelmeticcio.com/ venne messo on line. Oggi conta in media 500 pagine viste al mese ed è diventato il punto di riferimento principale della nostra attività. Seguirono le prime 2 Feste (il cui numero progressivo era ovviamente ripartito da 1), rispettivamente il 6 aprile 2008 e il 14 giugno 2009. Internet intanto faceva il suo dovere: per la prima volta iniziammo ad avere concorrenti da tutto il nord  e centro Italia.
La Festa si stava affermando anche a Seveso. Occorreva però darle una forma più “ufficiale”. Fu così che il 1 marzo 2010 nacque l’Associazione di Promozione Sociale “Festa del Cane Meticcio”, regolarmente iscritta all’Agenzia delle Entrate e nei registri provinciali.
Il 13 giugno 2010 fu la volta della 3a edizione, con una soddisfazione unica: per la prima volta il ministro del Turismo On. Brambilla ci diede il suo personale patrocinio (lo ha fatto anche in occasione della 4° edizione).  Ormai la Festa era diventata qualcosa di veramente importante.
La 4a edizione è invece cronaca recente. Si è svolta infatti il 12 giugno 2011, con un’ulteriore soddisfazione: il primo cane “straniero”. La padrona infatti veniva dalla Svizzera.   

mercoledì 8 giugno 2011

Gli esami non finiscono mai

Le 5 del mattino. Anche oggi il sonno latita. Troppi pensieri. Troppe emozioni. Troppa tensione ancora da digerire. Succederà tra 24, forse 48 ore, quando l’evento sarà passato e tutta la stanchezza uscirà fuori di colpo, lasciandomi ubriaco di immagini, parole, suoni e colori.

È il giorno tanto atteso, quello della Festa. Tra poche ore sarò sull’ampio spazio erboso a montare gazebo, predisporre il ring, addobbare a festa uno spazio già di per sé invitante: l’erba, il bosco, le biciclette che sfrecciano lungo la stradina in terra battuta. Ma ora mi sento come un guerriero pronto a scendere in campo.
Lì, sul tavolo, c’è la maglietta scelta per essere indossata. Anzi ce ne sono due: una, “da lavoro”, sarà quella destinata a sacrificarsi sotto litri di sudore. L’altra, invece, quella da indossare all’ultimo. Come se fosse un matrimonio.
La scelta della maglietta è cruciale: deve evocare la Festa, parlare di noi, raccontare già dal primo sguardo chi siamo e lo spirito che ci anima. È la corazza del guerriero. Lo stendardo indossabile, che fa da contraltare a quello vero e proprio: la bandiera della nostra mascotte.

Ho sempre amato le bandiere. Da piccolo rubavo vecchie lenzuola e con il pennarello disegnavo improbabili loghi di club, eserciti, finanche centri studi sugli Ufo. Poi godevo come un matto a vederle sventolare, attaccate a canne di bambù, nel giardino di casa. Ero fiero come un atleta sul podio olimpico. Un po’ meno lo era mia madre... le sue povere lenzuola. Andavano bene per fare stracci. E poi mio padre. Il suo laboratorio di bricolage perdeva in quei casi dei pezzi: un rotolo di nastro adesivo, dei chiodi, una pinza... 

Mi alzo dal letto. Ormai mi conosco: mille pensieri bussano alla porta degli occhi. Inutile tentare di dormire. Così scendo in tinello e mi preparo la colazione. “Mangia qualcosa”, mi ripeteva mia madre quando andavo a scuola, “se no ti balla tutto nello stomaco!”. Ora questo problema non c’è. I biscotti nel caffelatte sono una carezza per lo stomaco e un dolce calore nelle viscere. Una coccola senza calcolo di calorie: “avrai bisogno di energia”, mi ripetevano. Ora ho solo bisogno di carezze da "prodotti dolciari da forno". Oggi sarà una giornata impegnativa.

È quasi ora di uscire. La macchina è già caricata da ieri sera. La check list è stata tutta quanta spuntata. Non manca nulla. L’esperienza mi ha insegnato a prevedere tutto e a sistemare tutto già qualche giorno prima. Dopo, infatti, la testa sarà così concentrata sull’evento da rischiare pericolosi black out.

Si parte. Il cielo sembra regalarci una giornata piacevole. Per fortuna. Negli ultimi giorni ho cliccato centinaia di volte sui siti metereologici, interpretato cartine. Mi sono aggrappato a parole come “variabile”, “schiarite”, ecc. Ora basta: il tempo è quello che è. Non serve più prevedere.

Tutto è pronto. La bandiera sventola gagliarda. Il ring è pronto. I gazebo fanno bella mostra di sé nel verde del prato. È decisamente un bel colpo d’occhio.
Arrivano i primi gruppetti con cane al seguito. Eccoli i primi concorrenti. Si parte. Inizia la Festa.
A sera tireremo le conclusioni. Gli esami, davvero non finiscono mai...