giovedì 28 aprile 2011

I dolori del giovane Astor

A Seregno (MB) è stato proposto di usare Pit Bull addestrati per proteggere il cimitero dalle scorrerie dei ladri. Ecco quali inaspettati effetti ha avuto questa proposta.

È quasi sera tra i vialetti di ghiaia fine, l’erba appena tagliata e il riverbero fioco delle lampade votive. Tutto tace e il silenzio diventa presto una coperta quasi soffocante. Ma non c’è paura. Piuttosto un senso di non-tempo e non-spazio, quasi che ci si trovi in un’ansa quieta del mondo, dove a far rumore sono solo i polpastrelli di Astor che fanno avanti e indietro lungo il muro di recinzione.
Lui d’altra parte, giovane Pit Bull di tre anni, quel silenzio non sa nemmeno cosa significhi. È infatti abituato alla cagnara dell’allevamento dove trascorre le ore di luce, allo schiocco della voce del suo addestratore, alle voci entusiaste di chi ogni tanto gli passa davanti alla gabbia, in cerca di un cucciolo da portare a casa. Ma la sera no. Tutto questo smette di esistere, e la sola compagnia che trova è quella delle anime del cimitero dove da un mese è impiegato come guardiano notturno. 

L’ha accettato volentieri quel ruolo, ancora prima che l’allevatore desse il suo benestare. In fondo è sempre meglio che rischiare la pelle in un’arena, oppure poltrire nel ciotolone in qualche casa del centro città. Qui si sente importante: deve infatti proteggere non tanto le povere spoglie di chi ora gli fa compagnia, quanto ciò che i loro cari hanno creato per ricordarli a vita. Croci di bronzo, visi del Cristo in rame ecc. E in questo buio che farebbe venir la pelle d’oca a chiunque, lui trova una pace quasi inaspettata. Anzi la cerca anche durante il giorno, perché ormai preferisce quel silenzio al trambusto dell’allevamento. Preferisce il volto diafano delle anime dei morti a quei visi compiaciuti di chi lo guarda in gabbia e scruta ogni suo muscolo in cerca di un atleta da mostrare come trofeo. Qui, poi, Astor può anche fare incontri che ricorderà per tutta la vita. Come quello con Giuseppe, l’arrotino del paese morto trent’anni prima.

Astor e Giuseppe sono diventati amici quasi subito. L’anima dell’uomo è stata infatti tra le prime a salutarlo la prima sera che ha “prestato servizio”. E Astor ha scodinzolato, incredulo di fronte a tanta serenità nell’approcciarlo.
- “Ma come, non hai paura di me?” gli ha chiesto.
- “E perché dovrei...?” rispose Giuseppe. “Mica sei cattivo”.
- “Beh... non è proprio quello che pensa la gente... sì... insomma... la gente ancora in vita”.
Giuseppe sorrise, mostrando al posto della bocca un pezzo di cielo stellato. Poi aggiunse: “Da vivi non capiamo tante cose...”.
Astor mosse la coda. Poi Giuseppe riprese a parlare: “Tutti credono che tu sia cattivo, vero?”
- “Sì...”.
- “Ma tu ti senti cattivo?”.
Astor puntò il muso verso l’orizzonte. “No... A me piace la gente. Amo perfino i bambini...”.
- “Invece tutti credono che tu sia una belva sanguinaria, non è così?”.
- “Credo di sì... lo vedo da come si avvicinano a me”.

Giuseppe tese allora una mano verso il muso di Astor. Il cane provò allora ad annusarla, ma sentì solo un fiotto di vento corrergli lungo il pelo. Poi Giuseppe svanì, in un istante.
Astor rimase disorientato. Provò più volte a fiutare l’aria, ma quello che sentiva era solo l’odore della primavera che stava arrivando. Così si mise a terra e si addormentò.

Da quel giorno ogni sera Astor e Giuseppe passeggiano insieme lungo i vialetti del cimitero. Nessuno, a parte gli alberi e il marmo delle lapidi, sa cosa si raccontino. Eppure c’è chi giura di aver visto un giorno Astor piangere e leccare l’aria, per poi accovacciarsi tranquillo, in un lungo sospiro. Quasi di sollievo.   

mercoledì 20 aprile 2011

"Più conosco gli uomini, più amo i cani"

Lo so. La tentazione di aderire in tutto e per tutto a questa frase attribuita a Madame De Savignè c’è, e credo che abbia sfiorato la maggioranza dei cinofili nei loro momenti più di sconforto, rabbia o delusione. D’altra parte è quanto afferma senza mezzi termini quel 50% di proprietari canadesi che, a campione (505 in totale), più o meno hanno risposto con queste stesse parole a un recente sondaggio. Eppure... c’è un “non so che” di stonato in questo sentimento. Un qualcosa che stenta ad essere accettato, come se un ultimo baluardo di dignità umana respingesse questo radicale abbandono alle cure canine a fronte di quelle umane, pur maldestre, corrose ed emotivamente tossiche che si rivelino con il passare degli anni. 
Insomma da uomo - pur ferito, deluso, persino schifato come talvolta lo sono anch’io dai miei conspecifici – mi riesce difficile accettare questa resa incondizionata di fronte alla superficialità e cattiveria dei nostri colleghi bipedi. Anche se io sono il primo a condannarli per le tante assurdità che fanno ad esempio nei confronti dei cani. Da cinofilo, poi, non posso che guardare con orrore a questo innamoramento trans-specifico, privo di alcuna regola o semplicemente remora che l’intelligenza e la conoscenza dell’animale cane ci dovrebbe imporre. Si pone infatti il rischio di attribuire all’animale un ruolo che non gli compete; non sarebbe in grado di sostenere senza con questo subire pesanti disfunzioni comportamentali; e infine non è giusto che ricopra.

Nessuna persona intelligente affiderebbe ad esempio la guida di una multinazionale ad un ragazzino di 12 anni che dice di voler fare i soldi di Berlusconi o di Marchionne. Semplicemente perché – pur intelligente o genio che sia – non ha il giusto grado di maturità, esperienza e capacità di problem solving che invece dovrebbe avere. Allora perché affidare in toto al cane questo ruolo di nostra balia, se non proprio di “mamma adottiva” in grado di consolarci di fronte a un mondo che appare come brutto, sporco e cattivo?

Cerchiamo insomma di restare con i piedi per terra e la testa sul collo. Basta, per favore, con questo continuo tira-e-molla con il cane, in base al quale un giorno vale poco più di una cicca masticata, mentre il giorno dopo invece diventa la panacea di ogni nostro male esistenziale; la cuccia vivente dove riporre la nostra anima graffiata dagli uomini.
Lo so. Il genere umano non è che sia il massimo della disponibilità, dell’altruismo, dell’affetto senza compromessi. Però restiamo lo stesso uomini, con tutto il valore che possiamo avere. E allo stesso modo il cane deve restare quel meraviglioso animale che è. Non “altro da sé”. È stupendo così com’è: grande esempio di tutte quelle doti che spesso noi umani abbiamo perduto. Ma è giusto che resti un cane. Per il suo bene, prima che per il nostro.   

lunedì 18 aprile 2011

Nella giungla del salotto

Come ogni battaglia che si rispetti, anche questa inizia perlopiù all’imbrunire: quando torni a casa dopo una giornata di lavoro e ti aspetti (o speri) che tutti ti accolgano festosamente. In effetti così accade. Il cane si sloga la coda tanto l’agita; la moglie sorride; il bimbo fa le feste e inizia a raccontarti la sua giornata fatta di piccole schermaglie scolastiche dove i protagonisti vengono sempre chiamati con nome e cognome: Angelo Rossi mi ha preso la gomma; Mario Bianchi mi ha dato uno spintone ecc. Così ti spogli: fisicamente della divisa da ufficio, e psicologicamente da ogni maschera che tuo malgrado hai indossato. In due parole, sei ora umanamente nudo.
Ed è qui che ti aspetta il tuo avversario a 4 zampe. Lui - che poco prima ti è saltato fino al naso dalla contentezza – ora se ne sta apparentemente quieto e soddisfatto nel suo ciotolone. In realtà sta affinando armi talmente sottili e perfide, da fare un baffo agli psicologi dei marines. Sta per avere inizio la battaglia degli sguardi.

Lui ha dalla sua  parte cinque anni di studio di te, dei tuoi punti deboli, dei tuoi vizi solo apparentemente tollerati con magnanimità canina. In realtà ti ha schedato. E poi peggio di un “Charlie” vietnamita (come venivano chiamati i Viet Cong dai soldati Usa, ndr) conosce la sua foresta che va dalla cuccia alla cucina, passando dal deserto del divano e il fuoco sacro della televisione. E come ogni soldato che sappia il suo mestiere, anche lui sa benissimo che giocare “in casa” può favorirgli la vittoria. 

Tu, marines di primo pelo appena uscito dall’accademia, ti siedi ingenuamente di fronte alla tanto agognata bistecca di manzo con patatine. Te la sei gustata mentalmente fin da quando l’hai comprata al supermercato, ed ora sfrizzola ancora nel piatto, pronta per essere divorata.
Il Charlie però entra in azione. Prima si avvicina in maniera quasi disinteressata. Beve un sorso d’acqua dalla ciotola e guarda fuori dalla portafinestra. Poi, in men che non si dica, eccolo piazzato a un metro da te. È scaltro proprio come un figlio della giungla: non abbaia (cosa che lo condannerebbe subito in giardino); non alza le zampe; non sbava. Semplicemente... ti guarda.
Te ne accorgi, ma fai finta di niente. Farlo notare significherebbe attrarre ancor di più la sua attenzione. Così fissi ancor di più tua moglie, che si gongola di tanto e insolito interesse.

Il manzo ti si scioglie in bocca come burro. Le tue papille gustative fanno festa. Però... C’è un qualcosa che ti pungola; che ti infastidisce come una mosca: sono due pupille silenziose ma perforanti, quelle del “muso giallo” del tuo cane. Ti guardano. Scrutano ogni movimento della mandibola. Le sue orecchie percepiscono persino le proteine che stai ingollando. E aspetta. Sa infatti benissimo che nessuno - tu men che meno – sa resistere: vuoi per “cuore di papà”; vuoi per sfinimento, e così alla fine mollerai la presa. 

Sei a metà bistecca. Fino ad ora hai difeso le posizioni con grande coraggio. Quando... accidenti... tua moglie fa un errore proprio da soldato semplice. Dice: “Guarda che faccia che fa...” rivolgendosi al cane. Quel bastardo di un Charlie ha cambiato prontamente  aspetto. Ora ti guarda, sì, ma con gli occhioni grandi del Gatto con gli stivali del film Shrek.  Tu sei infastidito. Fulmini quella pivella con un’occhiata che dice: “Ma cosa dici... zitta per carità!”. Ma stai perdendo terreno.
Ed ecco che quel fetente gioca l’arma finale: un uggiolio tanto impercettibile da non destare sospetti. Eppure lo fa. E tua moglie crolla: “Dai... un pezzettino non gli farà male, no?”. Così quel pezzettino, che tu hai staccato a dosi omeopatiche, diventa prima un centimetro quadrato. Poi 5 centimetri. Alla fine la restante mezza bistecca.

Charlie ha vinto e tu ti consoli con le ultime patatine fredde e ciucciate che tuo figlio ha lasciato. Mentre lui torna nella giungla e si perde nel verde... del copridivano.

giovedì 14 aprile 2011

Disavventure di un potenziale addestratore

Il mio, giovanile proposito di diventare addestratore di cani è durato lo spazio di 3 week-end.
Erano i primi anni 90 e in Italia di corsi formativi di questo tipo ce n’erano pochissimi. Fu quasi per caso che allora ne individuai uno in Lombardia. Subito decisi che l’onore frequentarlo valeva comunque la pena di quei 130 chilometri di distanza da casa mia.
Del docente, che qui chiamerò "Luigi" con un nome di fantasia, non sapevo molto: giusto il necessario per capire che poteva svelarmi i segreti del comportamento canino. Da parte mia, già masticavo qualcosa di cinofilia: perlopiù testi di comportamento canino arrivati dall’America, di cui però ignoravo assolutamente l’effetto dirompente che proprio su Luigi avrebbero poi avuto.  
Il primo week-end trascorse tranquillo. Il clima era piacevole e Luigi professionale e simpatico. Il bello doveva ancora venire. E precisamente in occasione del secondo appuntamento. Dopo mezz’ora che Luigi parlava del comportamento dei cuccioli, un guizzo nella mente mi accorciò il respiro. Quello che stavo ascoltando era perfettamente in linea con quanto avevo da poco letto su un manuale di William E. Campbell, tra i più famosi comportamentisti canini degli Stati Uniti e da pochi anni conosciuto anche in Italia. Alzai allora la mano. Luigi finì la frase e mi disse: “Prego, hai qualche domanda?”.
“Sì”, risposi. “Volevo chiedere se questa problematica comportamentale di cui stiamo parlando può essere ricollegata ad un ruolo iper dominante del cane nei confronti di un padrone remissivo, e quindi probabilmente inadatto per quel tipo di cane”.
La faccia di Luigi mutò di colpo. Appoggiò i fogli sulla scrivania e, con sguardo perforante da cartone animato giapponese, mi disse: “Tu hai letto Campbell, vero?”.
Sentii farsi il vuoto accanto a me. Dei miei compagni di corso qualcuno si chinò per raccogliere una improbabile penna caduta; qualcun altro iniziò a soffiarsi il naso usando un fazzoletto accuratamente aperto sulla faccia.
Risposi “Sì” ma in quell’istante mi sentii come Fantozzi che viene scoperto dal dietologo mentre ingoia di nascosto una polpetta. Quel “Tu hai letto Campbell” era diventato nella mia mente un: “Tu mangiare polpetta. Ja?”.
Luigi si limitò a riprendere in mano i fogli, scivolando sulla risposta con un vago: “Questo argomento lo affronteremo più tardi”. Ormai mi ero trasformato in un novello Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco, e già mi immaginavo duelli a colpi di citazioni nel retro del canile. All’imbrunire.
Così non fu. A fine lezione Luigi assunse semmai le vesti di un catechista-cinofilo preoccupato che un suo allievo potesse essere forviato da scuole di pensiero diverse dalla sua.
In occasione del terzo e ultimo appuntamento, la mia propensione a diventare addestratore iniziava già a vacillare. Forse semplicemente perché mi sentivo più attratto dal fascino della carta stampata che di tute protettive e cani incazzati pronti a morderti il braccio protetto dalla cosiddetta manica. Il bello però si verificò sul campo di addestramento.
Mi trovavo a una trentina di metri da Luigi, assieme a un paio di altri allievi. Nostro compito era quello di far sedere il cane con il comando “Seduto!”. Luigi si era raccomandato: se il cane esegue bene il comando, lodatelo in maniera sperticata! Primo allievo: perfetto. Esercizio Ok e lodi a bizzeffe. Secondo allievo: bene anche lui.
Giunse il turno di Mariella. Il suo Labrador si sedette immediatamente come se fosse un cane da circo. Purtroppo però la ragazza si limitò dare una innocente pacca sulla testa del cane.
Fu allora che sentii l’equivalente di un orso svegliarsi. Era Luigi che con grandi gesti gridava: “Fagli i complimentiiiii! Porca ***** . Mettigli la lingua in bocca a ‘sto cazzo di cane!”. Iniziai a ridere come un matto e ancora oggi, quando ci penso, rido ancora.
Da allora io e Luigi siamo amici che si vogliono bene e si stimano reciprocamente, ognuno per il suo settore di competenza. E quando mi è capitato di incontrarlo ancora, non ho mai dimenticato di citare quell’episodio della povera Mariella e di quel bacio negato, che doveva essere un grande premio. 

martedì 12 aprile 2011

Il miglior amico dell'uomo

Vi siete mai chiesti, in maniera approfondita, perché il cane viene comunemente definito “il miglior amico dell’uomo”? “Perché ci ama incondizionatamente”; oppure “perché non ci giudica”; o ancora “perché non ci tradirebbe mai”, potreste rispondere. Sì... tutto vero. Io però vorrei aggiungere una ulteriore risposta: “Perché ci sopporta!”.

Nell’immaginario collettivo, infatti, l’amico (quello vero) è colui che risulta in grado di andare oltre tutte le nostre paranoie, le nostre manie, perfino qualche nostro difetto, in nome di quella fratellanza affettiva che risulta spesso più difficile da trovare di un quadrifoglio, ma proprio per questo è tale da suggellare un rapporto in grado di superare ogni barriera spaziale e temporale. Ecco, così è il cane. Un essere vivente che probabilmente capisce solo il 30% di quello che gli diciamo con la tipica voce stucchevole che usiamo con i neonati; che intuisce l’80% dei nostri stati d’animo; e che nel 90% dei casi sa quali sono i nostri punti deboli, e lì ci ficca il suo musone pur di ottenere qualche vantaggio in termini di comodità, migliore alimentazione (pensa che noi umani ancora ci chiediamo perché lui preferisca il nostro arrosto a fronte di una bella ciotola di crocchette!) o deroga alle leggi casalinghe che gli abbiamo imposto fin dal primo giorno.
Ecco il cane: l’essere al quale chiediamo di fare un vero e proprio sforzo “culturale” per adeguarsi a stili di vita che sono lontani mille miglia dai suoi. E che, malgrado tutto, non disdegna un colpo di coda sorridente anche se abbiamo il viso tirato, la bocca imbronciata e un nervoso tale che spaccheremmo tutto.

Incoscienti delle grottesche fesserie alle quali molte volte lo sottoponiamo, non ci accorgiamo di come il cane nel 90% dei casi ci sopporti con ghandiana serenità. Nel 10%, invece, sperimentiamo il suo legittimo “giramento di scatole”: allontanamenti, ma anche ringhi e talvolta schiocchi di denti. E stupidamente ci chiediamo: “Perché ha fatto così”? Salvo subito dopo cercare l’indirizzo dell’educatore cinofilo di turno per correggere questa evidente dimostrazione di mala-educazione.  
Così facendo ci nascondiamo dietro un dito fatto di poche parole (“Il cane è il miglior amico dell’uomo) e lì ci sentiamo rasserenati. Ma, a pensarci bene, è lo stesso stato d’animo che proviamo quando inviamo 10 euro per salvare le foreste dell’Amazzonia e grazie a questo ci vantiamo di essere “ambientalisti”. Anche se poi, per prendere il giornale sotto casa, immettiamo dieci chili di CO2 nell’aria con la nostra utilitaria.

venerdì 8 aprile 2011

Il sogno della povera signora Louise

La notizia, fresca fresca, la riporta il giornale inglese The Telegraph. Nell'Essex, in Gran Bretagna, una signora di nome Louise ha speso ben 20mila sterline (equivalenti a più di 22.700 euro) per organizzare il "matrimonio" della sua Yorkshire Terrier con un altro cagnetto. Secondo il giornale entrambi gli animali erano vestiti con abiti degni dell'occasione. Lei, in particolare, indossava un filo di perle ed aveva un'abito tempestato di Swarovski.
Siete scandalizzati? Avete già pronte le dita per digitare commenti furibondi su Facebook o lanciare campagne contro l'imbarbarimento della specie canina? Sì... avete ragione... ma aspettate solo qualche minuto. Perché nessuno di noi conosce Louise. Nessuno sa che passato possa avere. Di certo è solo facile immaginare che di sterline ne possegga parecchie. Ma per il resto?
Indugiare su commenti tipo "Questa è tutta matta" sarebbe fin troppo facile. La cinofollia, d'altra parte, ci ha già abituato a stranezze finanche superiori. Ricordo ad esempio che tempo fa in Asia un uomo si è sposato con un cane. Sì... proprio un matrimonio tra uomo e cane. Per non parlare di alberghi, ristoranti, centri benessere dedicati esclusivamente ai nostri amici a quattro zampe.
Nel caso della povera signora Louise, tuttavia, c'è un qualcosa che non mi torna. O, meglio, c'è un dubbio che da ridicola renderebbe questa news piena di melanconia. Ed è quello che la donna abbia covato per anni il desidero di convolare a nozze, e che per qualche motivo non abbia potuto farlo. Probabilmente si è immaginata questo giorno fin da piccina: la chiesa, l'abito, i fiori, i gioielli. Tutto nei minimi particolari. Poi... qualcosa è andato storto e magari ora si ritrova single a fare un lavoro noioso e a mangiare da sola surgelati e tonno in scatola. 
Così l'illuminazione: "se io non ho potuto vivere questa gioia, ne godrà la mia piccola cagnetta". Classico transfert uomo-animale che è alla base di suddetta cinofollia: pensiamo cioè che ciò che piace a noi possa piacere anche ai nostri cani. Ed ecco allora che il sogno riprende vigore. Gli antichi pensieri vengono rispolverati e - cosa anch'essa comune - esagerati fino all'inverosimile cifra di 20mila sterline.
Un po' come certi uomini dello sport che magari da piccoli hanno sofferto la fame e che, da ricchi e famosi, non si comprano - che so... - 3 cappotti ma 20 o 30, e poi ancora 40 paia di scarpe, 8 Ferrari, allo stesso modo Louise ha voluto ripagare lo scotto del "suo" sogno svanito con l'iperbole di un matrimonio tanto assurdo quanto sfarzoso. Per la cagnetta, però...
Per questo non mi sento di attaccare tout court la povera Miss Louise. In fondo, questo potrebbe essere un'ennesimo, piccolo dramma che suo malgrado sale agli onori della cronaca (e dei blog) grazie a un cane. 

mercoledì 6 aprile 2011

La sfida della pupù

Ore 19.00 di un giorno qualunque. Sei appena tornato dal lavoro e Rocky, maestoso dinosauro iscritto all'Enci come Pastore dell'Asia Centrale, reclama giustamente la sua uscita "toilette". Deve, insomma, scaricare almeno un litro di pipì e un chilo di crocchette già digerite dal pasto della mattina (le quantità sono direttamente proporzionali alla stazza del "piccoletto"). Così prendi guinzaglio, collare, l'osso di plastica con dentro i sacchettini igienici e scendi nel vialetto sotto casa.
Ti auguri che l'operazione sia veloce. Stasera su Sky c'è una partita di calcio importante e tu devi ancora preparare la cena alla famigliola che in ogni caso ha concesso questa uscita della belva. Così, sommessamente, la inviti a fare del suo meglio perché si sbrighi: "Dai ciccio... qui è un posto buono...". Ma lui resta folgorato dall'odore che ha scovato su un cespuglio, e di sbrigarsi neanche ci pensa. Come un RIS di Roma cerca di scoprire il Dna di chi si è permesso di lasciare tracce biologiche sul "suo" territorio. Vale a dire il suo feudo.
A complicare le cose c'è anche Antonella, la vicina di casa che notoriamente odia i cani e che, chissà perché, stanziona a poche decine di metri apparentemente senza motivo. "E levati!" pensi, sperando che l'impicciona si ricordi che ormai è tardi, che fra poco inizia Chi vuol essere milionario e che pertanto... deve levarsi dalle scatole. Ma lei no. Resta ferma, quasi a voler vedere se il tuo dinosauro si permette di imbrattare un centimetro quadro di asfalto schifido, invece che farla nel deserto del Marocco. E ti guarda. Ti scruta con aria solo apparentemente serena. Tu le rispondi con un sorriso e un'alzata veloce di spalle, come a dire: "Beh... anche loro hanno le nostre stesse esigenze..".
Rocky intanto indugia. Sta facendo una comparazione con altre decine di Dna di cagnolini che ha in memoria, ma non trova quella fatale: non riesce insomma ad attribuire l'affronto a Ricky, Elda oppure a Pippo.
Poi, tutto d'un tratto, accenna ad un piegamento. È il segnale: fra poco un chilo di pupù calda uscirà peggio che da una centrale nucleare. Così ti prepari. Srotoli un sacchetto con grande evidenza, per segnalare alla "sciura" Antonella che tu sei un cittadino modello. Lei osserva con più attenzione. Come un giudice di gara conta i centimetri tra l'ultimo ciuffo d'erba e l'inizio dell'asfalto.
Con grande sforzo cerchi di portare il dinosauro il più possibile sopra l'erba, ma quel fetente di Rocky non collabora. Ora ci siamo. Assume la postura tipica e in men che non si dica scarica circa 1,5 chili di pupù molle tra l'erba e l'asfalto.
Merda! Forse gli ha fatto male quel bastoncino di pelle di bufalo che si è mangiato nel pomeriggio!
L'Antonella intanto gongola: "Voglio vedere ora come fai..." sembra dire tra sé e sé. Tu allora prendi coraggio. Srotoli un secondo sacchetto per evitare che quella melma orripilante venga percepita dalla pelle delle tue mani. È noto infatti che quei sacchetti sono sottili come guanti da chirurgo, proprio per farti sentire tutto il calore e la consistenza della cacca. Bastardi!
Hai preso coraggio. È il momento giusto. Con una smorfia di dolore e schifo raccogli 50 centimetri quadri di crosta terrestre pur di non toccare quella merda radioattiva. L'odore è insopportabile, ma ce la fai. E con il sacchetto tenuto a un metro di distanza vai al primo cestino disponibile, distante 100 metri.
Percorri quella distanza a tempo di record. Peccato però che non lo si possa omologare...
Con le mani che sanno di cacca e il naso intriso di crocchette digerite, tiri il guinzaglio anche se Rocky non è ancora certo della paternità di quell'affronto canino. Ma al diavolo il feudo. Si va a casa!
La "sciura" sorride. Non tanto per dire "Bravo, sei un buon cittadino!", quanto per dire: "Hai voluto il cane? Ecco i risultati!"
Ma vaffa'n bagno!

lunedì 4 aprile 2011

Per il bene del cane ognuno diventi testimone di cinofilia responsabile

COMUNICATO STAMPA. RHO, 2 aprile 2011 – E’ una tribù che si riunisce. Si riconosce. Si interroga e cerca risposte su come continuare a seminare cultura cinofila e limitare così le degenerazioni che il rapporto uomo-cane continua a subire, generando danni e confusione; stress e animali infelici. E’ la “tribù del guinzaglio” che si è data appuntamento in occasione dell’omonima tavola rotonda organizzata a Rho dall’Associazione di Promozione Sociale “Festa del Cane Meticcio” di Seveso e dalla Scuola Cinofila Il Mio Cane Viridea.
Come una vera tribù, il confine fisico tra tavolo dei relatori e pubblico, proveniente da tutta la Lombardia e anche dal Piemonte, è presto svanito dando luogo a una discussione corale, vivace, dove “il mangiare pane e cani tutti i giorni” - come ha sottolineato Stefano Nicelli, presidente dell’Associazione “Festa del Cane Meticcio” - era evidente in ogni intervento. Segno che il “popolo dei cani” ha risposto all’appello, raccogliendosi idealmente al capezzale di una cinofilia che stenta ancora a maturare. Eppure... “negli ultimi anni la situazione è cambiata moltissimo”, ha evidenziato Eleonora Mentaschi, etologa e responsabile della Scuola Cinofila Il Mio Cane Viridea. “Quando ho iniziato, più di una decina di anni fa, andare ad esempio contro il collare a strozzo era una cosa inconcepibile. Ora invece cresce sempre di più un tipo di addestramento gentile che ad esempio privilegia strumenti meno rudi come la pettorina svedese”.
Se però il campo di addestramento rappresenta la prima linea dove gli errori umani con i cani emergono in tutta lo loro gravità (cani aggressivi, non educati, problematici ecc.) il problema nasce ovviamente più a monte. Da un’educazione che ad esempio potrebbe partire dalle scuole. “Mia madre - racconta la Mentaschi -  insegna alle medie e si chiede sempre: perché non inserire due pagine di educazione cinofila nei libri scolastici?”. “Perché l’attuale sistema di editoria e burocrazia scolastica non lo consente” risponde Veronica Fresta, titolare del gruppo Editoriale Castel Negrino, specializzato in collane sugli animali. “Questi  libri vengono scritti da accademici che perlopiù se ne restano chiusi nei loro studi. E si tratta di testi che devono riportare solo ciò che prevede il programma ministeriale. Per assurdo, quindi, quelle due pagine in più diventano grammi di carta stampata che vanno a pesare negli zaini dei ragazzi”.
Ancora a monte del problema è poi una comunicazione superficiale, se non proprio errata, come ha ricordato Mariavittoria Anzoletti Steinmann, presidente del Rhodesian Ridgeback Club Italia: “Mi è capitato che una cliente avesse un Rhodesian particolarmente attratto dall’acqua. Contattata da una giornalista, questo cane (africano, originariamente impiegato per la caccia al leone, ndr) si è trasformato nelle pagine della rivista in un perfetto “cane bagnino!”.
Da qui, dal prendere coscienza che troppe volte occorre proprio ripartire “dall’Abc” della cinofilia, nasce allora l’accorato appello di Nicelli: “Ognuno di noi deve diventare un apostolo della cinofilia responsabile, con i familiari, gli amici, i colleghi”. Occorre insomma partire dalla base, “capire realmente in che modo impara il cane”, come ha sottolineato Giovanni Bruzzichelli, educatore cinofilo. Ma forse, più di ogni altra cosa, comprendere che abbiamo di fronte un essere di una specie diversa dalla nostra e come tale da rispettare, prima ancora che da interpretare.   


Per maggiori informazioni:
Associazione di Promozione Sociale “Festa del Cane Meticcio”
Via Trapani 2, 20822 Seveso (MB)
www.festadelmeticcio.com, info@festadelmeticcio.com
347 6692528