A Seregno (MB) è stato proposto di usare Pit Bull addestrati per proteggere il cimitero dalle scorrerie dei ladri. Ecco quali inaspettati effetti ha avuto questa proposta.
È quasi sera tra i vialetti di ghiaia fine, l’erba appena tagliata e il riverbero fioco delle lampade votive. Tutto tace e il silenzio diventa presto una coperta quasi soffocante. Ma non c’è paura. Piuttosto un senso di non-tempo e non-spazio, quasi che ci si trovi in un’ansa quieta del mondo, dove a far rumore sono solo i polpastrelli di Astor che fanno avanti e indietro lungo il muro di recinzione.
Lui d’altra parte, giovane Pit Bull di tre anni, quel silenzio non sa nemmeno cosa significhi. È infatti abituato alla cagnara dell’allevamento dove trascorre le ore di luce, allo schiocco della voce del suo addestratore, alle voci entusiaste di chi ogni tanto gli passa davanti alla gabbia, in cerca di un cucciolo da portare a casa. Ma la sera no. Tutto questo smette di esistere, e la sola compagnia che trova è quella delle anime del cimitero dove da un mese è impiegato come guardiano notturno.
L’ha accettato volentieri quel ruolo, ancora prima che l’allevatore desse il suo benestare. In fondo è sempre meglio che rischiare la pelle in un’arena, oppure poltrire nel ciotolone in qualche casa del centro città. Qui si sente importante: deve infatti proteggere non tanto le povere spoglie di chi ora gli fa compagnia, quanto ciò che i loro cari hanno creato per ricordarli a vita. Croci di bronzo, visi del Cristo in rame ecc. E in questo buio che farebbe venir la pelle d’oca a chiunque, lui trova una pace quasi inaspettata. Anzi la cerca anche durante il giorno, perché ormai preferisce quel silenzio al trambusto dell’allevamento. Preferisce il volto diafano delle anime dei morti a quei visi compiaciuti di chi lo guarda in gabbia e scruta ogni suo muscolo in cerca di un atleta da mostrare come trofeo. Qui, poi, Astor può anche fare incontri che ricorderà per tutta la vita. Come quello con Giuseppe, l’arrotino del paese morto trent’anni prima.
Astor e Giuseppe sono diventati amici quasi subito. L’anima dell’uomo è stata infatti tra le prime a salutarlo la prima sera che ha “prestato servizio”. E Astor ha scodinzolato, incredulo di fronte a tanta serenità nell’approcciarlo.
- “Ma come, non hai paura di me?” gli ha chiesto.
- “E perché dovrei...?” rispose Giuseppe. “Mica sei cattivo”.
- “Beh... non è proprio quello che pensa la gente... sì... insomma... la gente ancora in vita”.
Giuseppe sorrise, mostrando al posto della bocca un pezzo di cielo stellato. Poi aggiunse: “Da vivi non capiamo tante cose...”.
Astor mosse la coda. Poi Giuseppe riprese a parlare: “Tutti credono che tu sia cattivo, vero?”
- “Sì...”.
- “Ma tu ti senti cattivo?”.
Astor puntò il muso verso l’orizzonte. “No... A me piace la gente. Amo perfino i bambini...”.
- “Invece tutti credono che tu sia una belva sanguinaria, non è così?”.
- “Credo di sì... lo vedo da come si avvicinano a me”.
Giuseppe tese allora una mano verso il muso di Astor. Il cane provò allora ad annusarla, ma sentì solo un fiotto di vento corrergli lungo il pelo. Poi Giuseppe svanì, in un istante.
Astor rimase disorientato. Provò più volte a fiutare l’aria, ma quello che sentiva era solo l’odore della primavera che stava arrivando. Così si mise a terra e si addormentò.
Da quel giorno ogni sera Astor e Giuseppe passeggiano insieme lungo i vialetti del cimitero. Nessuno, a parte gli alberi e il marmo delle lapidi, sa cosa si raccontino. Eppure c’è chi giura di aver visto un giorno Astor piangere e leccare l’aria, per poi accovacciarsi tranquillo, in un lungo sospiro. Quasi di sollievo.






