mercoledì 19 dicembre 2012

Quel dialogo, discreto, con la morte

In Scozia esiste un ponte - l’Overtoun Bridge, a Milton – dove negli ultimi decenni quasi 50 cani pare che si siano tolti la vita, buttandosi nell’orrido sottostante. Notizie di altri presunti casi di suicidio arrivano poi da tutto il mondo. Italia compresa. A fronte di questo fenomeno inquietante gli esperti, tra cui l’etologo Danilo Mainardi, ribadiscono in linea di massima che questi non possono essere considerati “suicidi”, in quanto il cane, a differenza dei primati, non ha sufficienti doti mentali per avere piena coscienza di sé come essere vivente e neanche un concetto della morte tale da sfruttarlo, come in questi casi, a proprio danno.
Ma, mi chiedo, siamo poi così sicuri? Siamo così convinti di conoscere la mente del cane da riservare unicamente all’animale uomo la prerogativa di cercare volontariamente la morte? Me lo chiedo non dimenticando mai cosa mi disse un giorno lo statunitense William E. Campbell, annoverabile di diritto tra i padri della psicologia canina moderna: «Della mente del cane conosciamo, forse, solo il 20-30%».

Chi non accetta questo limite fisiologico del cane e, per contro, non riesce ad accettare l’idea che il cane possa volere la propria fine, si rifugia nel mito: in quel richiamo tanto sottile quando indecifrabile della morte che sembra quasi richiamare a sé ciò che le appartiene. Lo fanno ad esempio certe leggende celtiche legate al ponte di Milton. Ma lo fa anche chi vuole comunque confondere di leggenda ciò che ai nostri occhi appare in ogni caso improponibile. Sì perché, per assurdo, possiamo magari accettare con minore angoscia che a scegliere il suicidio sia un elefante, oppure un intero stormo di uccelli migranti. Ma il cane no! E questo succede per due motivi: per il fatto che viene considerato un membro della famiglia (allo stesso modo ripudiamo l’idea che a scegliere la morte sia un figlio); e perché il cane incarna tout court l’idea di gioia e vitalità. La stessa stretta allo stomaco la proviamo poi quando a morire è magari un bimbo di pochi anni, se non proprio di pochi mesi. Accettiamo perciò con più rassegnazione la morte di un cinquantenne (seppur considerato un uomo “giovane”, ai giorni nostri) piuttosto che quella di un pargolo.    

Eppure... Nessuno potrà mai sapere dove finisce la tragica casualità e dove inizia invece la terrificante volontà di farla finita. Nessuno potrà mai ragionevolmente sapere se, come ad esempio è successo recentemente in Italia, quell’esperto cane da soccorso che è finito tra gli scogli nel mare si sia effettivamente suicidato, oppure abbia udito chissà quale richiamo dal fondo del burrone, tale da spingerlo a buttarsi come in una ennesima operazione di soccorso. Nessuno. Così come nessuno può escludere a priori un “dialogo con la morte”, discreto in quanto esclusivo con l’animale.
Ricordo a proposito la testimonianza di alcuni esperti di lupi, secondo la quale capita talvolta che questi predatori e le loro vittime designate occupino pacificamente lo stesso fazzoletto di terra, senza che ci sia aggressività da una parte o panico dall’altra. È un “patto con la morte” che dura per un certo tempo. Entrambi è come se sapessero che “la morte può aspettare”. Salvo poi rompere quel patto, e riprendere quel circuito morte tua/vita mia che regola la natura.

Attenzione dunque a semplificare. A dire “no... non può essere vero”; “non possono farlo”. Altrimenti si rischia di peccare ancora una volta di antropocentrismo, riservando ancora una volta al solo uomo il diritto di “ballare con la morte un ultimo giro di danza”.