giovedì 26 aprile 2012

Fido Pupù: l’ultima frontiera della “ludofollia”

La scatola del gioco
Ho pensato spesso che i creatori dei moderni giochi per bambini fossero dei cinici mascherati da presunti educatori dell’infanzia. E di fronte all’ultima ludofollia, ovvero l’ennesimo giocattolo agghiacciante in tema di stupidità creativa, inizio ad averne la conferma.

Parliamo di Fido Pupù, un gioco dove – scusate l’espressione – “spalare merda ti fa sentire fortunato”. Ecco come lo descrive un sito di vendite on line: “Fido Pupù è divertente, simpatico e educativo. È l’amico dei bambini e delle mamme. Dagli un biscottino da mangiare, tira il dado, premi il suo guinzaglio e scopri cosa farà. Se ‘sei fortunato’ e raccogli la pupù con la paletta per tre volte vinci! Una sfida divertente con gli amici ma anche un modo per insegnare ai bambini il senso civico”. In pratica c’è un cagnolino di plastica, simil bassotto, che ingoia biscotti e produce cacca (profumata o almeno inodore, si spera...). Vince chi ne raccoglie “almeno tre” e gode della benevolenza del dado.

Ora... a parte questa aura magica dettata dal numero 3, che ricorda tanto l’epilogo di certe fiabe (“se per tre volte girerai intorno al pozzo...",  oppure “il principe dovrà raccogliere tre pietre preziose e gettarle nel pozzo alla mezzanotte del primo plenilunio...”) e vi ci immerge il pargolo che gioca, l’idea dei creatori è chiara: con “soli” 29 euro (il prezzo del gioco) tuo figlio imparerà che raccogliere le deiezioni canine è un segno di civiltà e un domani sarà un cinofilo e un cittadino modello.  Sì... peccato però che un domani il nostro bimbo modello dovrà avere a che fare non con simil cacche di plastica dura, semmai con un concentrato abnorme e quasi dotato di vita propria di puzza e schifo, con la densità di una mousse al prosciutto.  Ma va beh... dopo aver avuto un figlio e aver stabilito di non delegare alla sola madre l’ingrato compito di cambiare il pannolino, a questi biechi mestieri ci si abitua. Il problema è semmai un altro. 

Il mondo del giocattolo ci ha abituati da tempo a ludoschifezze. I bambolotti oggi come oggi si pisciano addosso, sbrodolano, ruttano; magari soffrono persino di aerofagia. Il tutto per renderli “più realistici”. O forse per avvertire l’ingenua bambina che il pargolo in carne ed ossa non è tutto rose e fiori. Così, se già da piccola è capace di sopportare pannolini bagnati e bavaglie impregnate come una lumaca, è più facile che non cada in una depressione post partum. E che dire di tutta quella serie di sostanze puzzolenti, appiccicose, rivoltanti di cui sono piene le edicole, pronte per essere comprate da anarchici pre-adolescenti con il gusto dell’orrido e della sfida agli adulti lindi e benpensanti?

L’ultima frontiera, quella finora inesplorata era dunque la cinofilia. Fino ad oggi avevamo solo cagnetti che abbaiavano o poco più. E i bisognini dovevamo inventarceli. “Porta fuori Pallina che deve fare pipì...” dicevano i bambini. Ed eccoli allora trascinare con la corda un cane di plastica o legno in un fantomatico giardinetto della stanza. Ora no! Basta. La cacca è arrivata anche qui! Non serve più inventarla, ma eccola servita su una paletta d’argento.
Non solo. Ancora oggi si dice (quasi per una magra consolazione) che “schiacciare una cacca” porta fortuna. Ora la fortuna arriva se la raccogli! Così, sull’onda del sospetto legato ai bambolotti piscioni e ruttoni, mi viene un dubbio. Non è che sotto sotto ci sia un messaggio subliminale del tipo: caro piccino, la vita spesso ti mette nella merda; ma se hai il coraggio di affrontarla, raccoglierla e buttartela alle spalle, vedrai che vivi meglio!

mercoledì 11 aprile 2012

Le "mazzate" di Don Mazzi

Don Antonio Mazzi
Italiani, non spendete soldi per salvare cani e gatti, ma destinate denaro alle nostre strutture. Noi salviamo vite umane. Noi recuperiamo quei ragazzi che la società bolla come irrecuperabili. Aiutateci! Si incazzeranno gli animalisti, ma io dico quello che penso”.

Parola di Don Mazzi sulla rivista Chi.

Ebbene, ben venga il libero pensiero. E se un personaggio di certo intelligente com’è Don Antonio Mazzi (fondatore della comunità Exodus), arriva a sparare così a zero ben immaginando l’inevitabile coda di polemiche che questa sua presa di posizione è destinata a suscitare, non possiamo schivarlo con una semplice alzata di spallucce. Don Mazzi, per parte sua, può non avere torto. A fronte dell’immensa fatica per recuperare “stracci di ragazzi” ad una vita nuova, infatti, ha poco senso sciupare denaro per creature considerate se non proprio minori, almeno non prioritarie. E guarda caso questo suo anatema esce fuori proprio quando tutte le Onlus iniziano a guerreggiare tra di loro per conquistarsi il 5 per mille dei contribuenti. Così il Don pare dire: “Non date i vostri soldi a enti di protezione animali; girateli a noi”. Oppure può anche voler dire: “Non spendete soldi inutili per tenere con voi un animale domestico. Usateli per aiutarci a recuperare questi ragazzi”.

Ripeto. Don Mazzi può, per qualcuno, avere ragione. D’altra parte l’animalismo è arrivato da noi a tal punto di budget economico e di fattore sociale, che ad esempio dall’Albania, negli anni scorsi, molti immigrati sono sbarcati proprio perché vedevano nelle pubblicità dei nostri canali Tv cani e gatti nutriti talmente bene da far ben sperare anche per qualsiasi poveraccio che varcasse la costa italiana.
C’è tuttavia un qualcosa che mi urta nelle sue parole. Ed è quella – in fondo mai celata – idiosincrasia provata da parte della Chiesa per il mondo animale. L’annoso dibattito se gli animali abbiano o meno un’anima, la dice lunga. La discussione poi se possa esistere o meno un paradiso anche per loro, o anche solo “un posto in piedi” (per dirla con Verdone) con noi nell’aldilà, fa il resto.
Mentalmente figlio di retaggi medioevali in cui il gatto nero ad esempio incarnava il demonio e gli animali erano semplicemente “bestie”, una parte del clero pare insomma mal digerire questa convivenza stretta con i quadrupedi. A tal punto da indignarsi se i poveri cristiani spendono denari per allevarli, nutrirli e amarli come figlioli. E così facendo confermano questo giudizio sotteso: gli animali non sono figli di un dio minore. Certo che no. In fondo sono anche loro creati da Dio. Restano però non prioritari. Homo caput mundi. L’uomo è e resta dominatore dell’universo e di tutto ciò che su di esso si muove.

Lecito pensarlo. Ci mancherebbe altro. Però... questa parte del clero non dovrebbe chiudere gli occhi sulle migliaia di esempi di amore, rispetto, fedeltà (tutti valori che farebbero sorridere il nostro Dio) che vedono protagonisti molti di questi (tanto bistrattati) animali. E su quante volte proprio da loro arrivino dimostrazioni concrete di quello che proprio il messaggio cristiano dovrebbe veicolare: amore, perdono, tolleranza, compassione ecc.  
Quindi, cari e tanti Don Mazzi, chiedete giustamente un aiuto. E giustamente ponete in una corretta scala gerarchica l’uomo e le “bestie”. Ma, per favore, non chiudete gli occhi. A meno che siate diventati talmente miopi da non vedere più il messaggio di Dio fatto realtà... finanche nell'amore dato da un cane.