mercoledì 19 dicembre 2012

Quel dialogo, discreto, con la morte

In Scozia esiste un ponte - l’Overtoun Bridge, a Milton – dove negli ultimi decenni quasi 50 cani pare che si siano tolti la vita, buttandosi nell’orrido sottostante. Notizie di altri presunti casi di suicidio arrivano poi da tutto il mondo. Italia compresa. A fronte di questo fenomeno inquietante gli esperti, tra cui l’etologo Danilo Mainardi, ribadiscono in linea di massima che questi non possono essere considerati “suicidi”, in quanto il cane, a differenza dei primati, non ha sufficienti doti mentali per avere piena coscienza di sé come essere vivente e neanche un concetto della morte tale da sfruttarlo, come in questi casi, a proprio danno.
Ma, mi chiedo, siamo poi così sicuri? Siamo così convinti di conoscere la mente del cane da riservare unicamente all’animale uomo la prerogativa di cercare volontariamente la morte? Me lo chiedo non dimenticando mai cosa mi disse un giorno lo statunitense William E. Campbell, annoverabile di diritto tra i padri della psicologia canina moderna: «Della mente del cane conosciamo, forse, solo il 20-30%».

Chi non accetta questo limite fisiologico del cane e, per contro, non riesce ad accettare l’idea che il cane possa volere la propria fine, si rifugia nel mito: in quel richiamo tanto sottile quando indecifrabile della morte che sembra quasi richiamare a sé ciò che le appartiene. Lo fanno ad esempio certe leggende celtiche legate al ponte di Milton. Ma lo fa anche chi vuole comunque confondere di leggenda ciò che ai nostri occhi appare in ogni caso improponibile. Sì perché, per assurdo, possiamo magari accettare con minore angoscia che a scegliere il suicidio sia un elefante, oppure un intero stormo di uccelli migranti. Ma il cane no! E questo succede per due motivi: per il fatto che viene considerato un membro della famiglia (allo stesso modo ripudiamo l’idea che a scegliere la morte sia un figlio); e perché il cane incarna tout court l’idea di gioia e vitalità. La stessa stretta allo stomaco la proviamo poi quando a morire è magari un bimbo di pochi anni, se non proprio di pochi mesi. Accettiamo perciò con più rassegnazione la morte di un cinquantenne (seppur considerato un uomo “giovane”, ai giorni nostri) piuttosto che quella di un pargolo.    

Eppure... Nessuno potrà mai sapere dove finisce la tragica casualità e dove inizia invece la terrificante volontà di farla finita. Nessuno potrà mai ragionevolmente sapere se, come ad esempio è successo recentemente in Italia, quell’esperto cane da soccorso che è finito tra gli scogli nel mare si sia effettivamente suicidato, oppure abbia udito chissà quale richiamo dal fondo del burrone, tale da spingerlo a buttarsi come in una ennesima operazione di soccorso. Nessuno. Così come nessuno può escludere a priori un “dialogo con la morte”, discreto in quanto esclusivo con l’animale.
Ricordo a proposito la testimonianza di alcuni esperti di lupi, secondo la quale capita talvolta che questi predatori e le loro vittime designate occupino pacificamente lo stesso fazzoletto di terra, senza che ci sia aggressività da una parte o panico dall’altra. È un “patto con la morte” che dura per un certo tempo. Entrambi è come se sapessero che “la morte può aspettare”. Salvo poi rompere quel patto, e riprendere quel circuito morte tua/vita mia che regola la natura.

Attenzione dunque a semplificare. A dire “no... non può essere vero”; “non possono farlo”. Altrimenti si rischia di peccare ancora una volta di antropocentrismo, riservando ancora una volta al solo uomo il diritto di “ballare con la morte un ultimo giro di danza”.

giovedì 29 novembre 2012

Le streghe non muoiono mai

Ci risiamo. È notizia di queste ore che l’associazione consumatori Codacons ha ripreso a chiedere a gran voce il ripristino della famigerata lista di “cani pericolosi” voluta dall’ex ministro della Salute Sirchia (anno 2003) e poi saggiamente abbandonata nelle Ordinanze successive promulgate dal medesimo ministero. Elemento scatenante: l’aggressione di quattro rottweiler scappati a Carrara dal recinto di un’abitazione privata perché terrorizzati da una tromba d’aria e responsabili di una grave aggressione a danno di un padre e del figlio, vicini di casa.
Il Codacons scrive che “non è affatto vero che tutti i cani sono ugualmente pericolosi” e che “solo cani come pitbull e rottweiler producono lesioni così gravi da dover determinare il ricovero in ospedale”. Invoca quindi Il patentino obbligatorio per chi possiede una di queste 17 razze, dal pitbull al rottweiler, in quanto è “l'unica via per prevenire aggressioni”.

Da giornalista cinofilo che mastica “robe di cani” da 18 anni, scusate la franchezza, non accetto che un’associazione di consumatori, e non quindi un illuminato ente di studio dell’etologia animale e della psicologia canina, dica a noi cinofili cosa è giusto e cosa è sbagliato. E non accetto nemmeno che sull’onda emotiva di un episodio pur gravissimo, vengano spolverate le streghe che pensavamo di aver gettato finalmente nel fuoco dell’intelligenza e della conoscenza scientifica.

La cronaca di Carrara è chiara quanto drammatica. Quattro cani terrorizzati da un evento che manderebbe nel panico anche il più intelligente e pacato degli umani, sono scappati e Dio solo sa cosa gli sia saltato in mente nell’aggredire due vittime innocenti. Di certo, come direbbero in tribunale, in quel momento “non erano capaci di intendere e volere”. Possiamo dunque solo immaginare che le due vittime siano apparse ai loro occhi come un ostacolo alla fuga. E, nel mondo animale, non c’è scampo per qualunque cosa, vivente o meno, impedisca l’applicazione di un istinto tanto forte quanto quello legato alla propria salvezza.
Con questo non voglio sminuire l’accaduto. Né assolvere le bestie protagoniste, di cui una uccisa dalla stessa proprietaria, accorsa con un coltello da cucina. Voglio solo spiegare ai signori del Codacons che forse, prima di rievocare i mostri nell’armadio, occorrerebbe informarsi meglio e, a freddo, scegliere la soluzione migliore.

Il fenomeno dei cani pericolosi, lo dicono gli esperti “veri”, non si risolve a colpi di decreto. E tantomeno invocando l’equivalente di una pena di morte. Si risolve promuovendo un possesso responsabile ed informato dell’animale. E, soprattutto, non scegliendo quest’ultimo dal primo che ce lo offre, senza sapere nulla del suo passato e di come è stato allevato. È dunque un percorso lungo, difficile e forse utopistico. Ma è l’unico serio e tale da produrre risultati. A fronte però delle leggi della natura e delle risposte istintive dei suoi figli (leggi il comportamento di questi rottweiler) non c’è soluzione che tenga. Queste due povere vittime erano... al posto sbagliato nel momento sbagliato. Esattamente come il poveraccio che viene ucciso da un albero che cade o da un pezzo di tetto che precipita in strada. Che facciamo allora? Eliminiamo per decreto alberi e tetti?

venerdì 23 novembre 2012

Se sapessimo parlare “canino”

Sempre più spesso la stampa non-specializzata pubblica i risultati di ricerche condotte in qualche angolo del pianeta, grazie alle quali si evidenzia la capacità del cane di comprendere il linguaggio verbale umano. Capita così che il genio a quattro zampe di turno dimostri di comprendere fino a 100, 200 vocaboli, fornendo una reazione adeguata al vocabolo proposto dallo sperimentatore. Stupiti, allora, i ricercatori gongolano nel mettere in luce quanto siano animali intelligenti, e quanto la scienza possa scoprire della loro natura ancora in parte ignota.

Ora... io dico: ben vengano studi di questo genere, se possono aiutarci a comprendere meglio i nostri compagni di vita e, soprattutto, se questi esperimenti non recano loro alcun disagio psichico e fisico. Però, facendo un paragone, è come se ci esaltassimo del fatto che un bambino di una tribù tagliata fuori dal mondo e allo stato primitivo, riuscisse a comprendere una decina di nostri vocaboli. Non sarebbe altrettanto importante che fossimo noi, una volta tanto, a imparare ciò che significa il suo linguaggio? Che fossimo noi a imparare la sua lingua, per creare così un rapporto più equo e forse proficuo?

Del linguaggio del cane pensiamo, a torto, di sapere molto. Solo fino a pochi anni fa pensavamo che tradurre ciò che sappiamo dell’etologia del lupo andasse bene anche per capire il nostro cane domestico. Gli studi più recenti, però, hanno evidenziato come questo sia falso e possa portarci su una strada insidiosa fatta di congetture devianti. Dunque? Ammettiamolo: del cane sappiamo qualcosa, ma poco rispetto all’universo del suo linguaggio e del suo mondo interiore.
Recentemente mi è capitato persino di leggere ricerche, secondo cui la direzione nella quale si muove la coda, sarebbe indice di un sentimento piuttosto che di un altro. Ma ci rendiamo conto di come siamo messi? È come se fossimo al livello di chi ha capito che i pittogrammi egiziani hanno un significato preciso se correlati tra di loro, ma non avessimo ancora un traduttore in grado di dare loro un significato.

Per questo provo quasi un certo fastidio a leggere di tanti, straordinari “cani parlanti” o, meglio, “udenti”. Gioierei di più se qualcuno fosse in grado di tradurre con buona certezza ciò che loro ci comunicano ogni giorno da millenni. E non solo con semplificazioni buone per fare un poster, o un abbecedario “for dummies”.

giovedì 25 ottobre 2012

Cosa ti piace del cane?

Questa domanda mi è stata posta pochi giorni fa da un noto personaggio televisivo, in occasione della registrazione di un talk show. E, lo ammetto, lì su due piedi mi ha spiazzato per qualche secondo. Ma come, direte voi (io stesso me lo sono chiesto dopo): come può spiazzare una domanda così semplice a chi è cinofilo nel cuore? Eppure... Forse non me lo sono mai chiesto. È un qualcosa che provo, vivo, metto in atto, senza aver mai cercato di formalizzarne il perché.

In pochi istanti nella mia testa è scoppiato l’inferno. Subito mi sono venute alla mente almeno due o tre risposte, che tuttavia ho scartato a priori perché troppo banali. E allora? Dal guazzabuglio di risposte è uscita quella probabilmente più veritiera: Mi piace il fatto che siano esseri viventi genuini.

Genuino. È un termine usato in abbondanza per indicare un cibo; meno di frequente per indicare una persona pura; forse per la prima volta è stata usata per un cane. Di lui puoi infatti dire che è fedele, affettuoso, amichevole, sincero ecc. Ma definirlo genuino è quantomeno originale.
Non trovo però aggettivo più indicato: genuino include infatti in sé un misto tra purezza d’animo (il cane non è mai “cattivo” tout court; semmai siamo noi a definire tale un comportamento che 9 volte su 10 ha una precisa spiegazione che non ha nulla a che fare con un animo gretto) e capacità di relazionarsi con noi senza congetture, doppi fini, finanche pregiudizi.

Sì. Questo mi piace del cane. Oltre al fatto - e l’ho detto anche in trasmissione - che quasi sempre è un essere in grado di restituire almeno tre volte tanto l’affetto che riceve. Quasi un miracolo al giorno d’oggi... visto che tra “predatori” e “donatori” umani d’affetto, i primi rappresentano certamente la maggioranza.   

mercoledì 29 agosto 2012

Toh! Il cane m’è diventato umano...

È noto che in periodi di magra a livello di notizie, i giornali e i mass media in generale aprono i loro spazi anche ad episodi che solitamente non avrebbero dignità di notizia. E dunque di segnalazione. Ciò vale anche per i cani. Ed ecco allora che spesso troviamo racconti dell’animale di turno che sale agli onori della cronaca, spesso solo per aver compiuto un gesto più confacente alla sensibilità umana che canina: salvare il padrone in caso di incendio della casa abbaiando furiosamente; accovacciarsi per giorni interi ai piedi della lapide del compagno defunto; finanche attirare l’attenzione della polizia al telefono, gesticolando fortuitamente con i tasti selettori e scongiurare così un'imminente disgrazia.

Alla base di tutto questo c’è un elemento in comune: il fatto che il cane compia un gesto inconsueto, cioè non necessariamente programmato oppure prevedibile rispetto a ciò che il suo codice genetico e le sue capacità psicofisiche di norma gli permetterebbero. È insomma un classico caso di “principio di contrapposizione”, ben noto ai giornalisti e cartina di tornasole del fiuto da reporter che fa sì che un evento possa diventare ai suoi occhi notizia interessante: da un cane non si aspetterebbe mai che avverta la polizia al telefono; se lo fa, l’episodio diventa curioso e pertanto può rientrare tra le cose di cui parlare.

C’è tuttavia un secondo livello di lettura di questo fenomeno, che ha dei contorni più inquietanti. Ciò che fa notizia è che il cane diventi umano; faccia cose da umano. Ma come, ci si chiede allora: non è forse questo l’obiettivo a cui tendiamo? Non vogliamo forse che il cane diventi del tutto simile a noi a suon di trasformazioni finanche fisiche (vedi: smalto per le unghie; birre e gelati; cappottini firmati; ristoranti e hotel solo per loro, ecc.) e poi ci stupiamo che si comporti esattamente come faremmo molti di noi?

C’è qualcosa che non quadra.
Apparentemente.

Sì, perché a questo punto si insinua l’idea che sia in gioco non tanto un “principio di contrapposizione”, semmai “di rappresentazione”. Cioè: un evento diventa notizia perché rispecchia una realtà che il pubblico conosce e vive.

Ecco allora il nocciolo della questione. Il sospetto è che in realtà non faccia notizia l’inatteso, come sarebbe logico pensare, ma l’atteso! Ogni notizia di questo genere, per assurdo, diventa insomma un'involontaria conferma che la trasformazione da cane a simil-uomo sta effettivamente dando i suoi frutti, e anche nel comportamento (oltre che nell’aspetto) l’animale sta finalmente diventando quel novello Frankenstein che, sotto sotto, alcuni di noi desiderano. Con buona pace di chi ha ancora la testa sulle spalle, ed un cuore veramente cinofilo.

lunedì 25 giugno 2012

Il destino (o la fortuna) di essere brutti


Sopra: Totò nel film Questa è la vita. Sotto Mugly
Mi viene un dubbio: essere considerati brutti, con tanto di “certificazione ufficiale”, è da considerarsi una disgrazia oppure un’opportunità? E ancora: ce la si può cavare con una grassa risata e usare tonnellate di autoironia, oppure si è talmente feriti da rasentare una grave crisi di identità e una conseguente reazione di misantropia?

La domanda mi sorge spontanea nel leggere che, alla 24a edizione del concorso “Cane più brutto del mondo” che si tiene alla Sonoma-Marin Fair di Petaluma (California, Usa) è stato eletto ancora una volta un Cane nudo cinese (Chinese crested dog). Quest’anno è la volta dell’inglese Mugly, dopo una innumerevole serie di colleghi della stessa razza. Insomma: questa particolarissima razza orientale, caratterizzata dal fatto di avere il corpo quasi completamente glabro, è una habitué  di questi poco lusinghieri ring. Eppure... sia in questo caso come in quello precedente (il californiano Yoda, campione 2011) i padroni dichiarano di essere lusingati da questo riconoscimento e spergiurano amore profondo per la bestiola. D’altra parte - mi viene da pensare - se li avesse sfiorato anche solo un velo di sospetto di diventare oggetto di scherno, non avrebbero iscritto il cane ad un concorso simile. No?

Che c’è dunque dietro questa scelta apparentemente masochista?

Per rispondere mi viene in mente un passaggio del film Questa è la vita (1954), in cui il povero Totò (nelle vesti di Rosario Chiarchiaro), vuole conquistarsi l'inimicizia dei suoi compaesani affinché la sua famiglia possa vivere in condizioni più favorevoli. Alla fine ottiene l’agognata patente di iettatore. Della serie: “L’avete voluta? E allora eccola: sì, sono un portasfiga certificato, e mo’ son cavoli vostri!”.
Allo stesso modo il proprietario di un cane oggettivamente brutto qual è Mugly o era Yoda, magari stanchi di essere additati dalla gente per lo sgorbio che tenevano al fondo del guinzaglio, hanno deciso di fare come Totò: certificarsi. E vantarsi di quest’azione. In questo modo un difetto diventa talmente amplificato da diventare oggetto di pregio: vengo premiato perché sono immensamente brutto. E di questo me ne vanto.
Ma il cuore della vicenda sta proprio qui: nell’iperbole della bruttezza. È proprio il massimo del difetto che genera il suo opposto: un dignitoso pregio. Una bruttezza più contenuta non avrebbe dato simili risultati. Magari solo un dispiacere reiterato, al quale ci si puo’ abituare con ghandiana pazienza e tolleranza.

Non diversamente accade tra gli uomini. A Piobbico, paese di poco più di 2mila abitanti nelle Marche, esiste un Club dei brutti, organizzazione internazionale (!) fondata nel 1879 che conta 30mila iscritti divisi in 25 sedi sparse per il mondo. E la “sindrome Totò iettatore” appare chiara già nelle parole con cui si presentano nel loro sito: “La nascita del club era motivata dall'esigenza di maritare le zitelle del paese, poi con il passare degli anni, e l'evoluzione della società l'associazione ha accolto una visione più ampia del problema. Lo scopo dell'associazione negli anni più recenti è stato quello di sminuire il culto della bellezza e dell'apparenza, ormai dominante sulla società moderna per ristabilire un giusto equilibrio di valori sociali”. Leggi: fare di necessità... virtù!

mercoledì 6 giugno 2012

Verrà il tempo...

Verrà il tempo in cui lo scandire secco del tempo segnerà uno stop. Magari prima solo annunciato. Poi inesorabile, come accade ad ogni cosa che sia umana, o quasi. E smetteremo di contare il numero progressivo delle Feste che avremo organizzato, della quota di denaro raggiunta e donata in beneficenza, del numero di visi nuovi oppure noti che ci sono venuti a trovare nel caldo di giugno d’un bosco prestato ad arena di gara.

Verrà il tempo in cui lascerò il microfono sul tavolo, e di tanti anni passati ad organizzare la “mia” Festa, rimarranno centinaia di ricordi, decine di fotografie e qualche maglietta “meticcia” sgualcita dal tempo. E magari mi troverò, a bordo campo, a raccogliere l’applauso di chi magari non era ancora nato quando questa Festa iniziai a pensarla e a volerla. Lì, dietro le quinte, verrò chiamato dallo speaker di turno per raccogliere quest’ultimo tributo. Alla carriera. Come una vecchia star del cinema, corrosa dai ricordi e dal troppo cerone sul viso.
Oppure tutto quanto scivolerà lentamente nel buio. Così come si spengono le luci sul palco, a fine serata. Solo che di “spettacoli” noi ne facciamo uno solo all’anno. E così ci sarà magari qualcuno che ci chiederà: “Ma quest’anno non la fate la Festa?”. Che vuoi rispondergli? “No... sono troppo stanco ormai”. O magari qualcuno, per me, avrà la compiacenza di dare una risposta più leggera. Anche se meno veritiera.

E allora verrà il tempo in cui mi renderò conto che non avrò eredi. Almeno per continuare questa meravigliosa avventura. Che tutto scivolerà assieme a me nel grigio-bianco d’un ricordo che tende a svanire, tra un colpo di tosse e la voglia di sentirsi ancora vivi. Io ti ho creato... ed io ti porto con me, mi sembra di dire alla “mia” Festa. Magari con la speranza che tanta esperienza, un domani possa, chissà, servire a organizzare un’immensa Festa nel cielo, con Gesù a presiedere una giuria di angeli, e una passerella di migliaia di piccole star a quattro zampe... e due ali.

mercoledì 23 maggio 2012

Lettera aperta ad un avvelenatore di cani

L’hai preparato con cura quel boccone maledetto. Certo che l’hai fatto. Topicida? Tanax? Stricnina? Che hai usato? Ah no, scusa, che sciocco: forse hai usato un mix di tutto questo. Per avere la certezza che quel povero disgraziato soffrisse le pene dell’inferno. Che schiumasse gli ultimi istanti di vita, conservando negli occhi l’ultimo sguardo atroce del padrone. Sono cani, per te. Solo cani. Roba da spazzare via, come gli scarafaggi o le formiche che minano la tua dispensa.

Ed ora sei lì, a leggere sui blog quanti ne hai fatti fuori. Due? Merda... troppo pochi. Dieci? Sì... certo. Dieci “sacchi di pulci” in meno, e così la tua fottutissima strada, o campo, o parchetto saranno finalmente puliti, sgombri. Lindi. Anestetizzati dal lordume che questi fottutissimi cani portano con sé.

Ora sei lì, a godere di quanti ne sono rimasti a terra. Come quando da bambini si guardava l’esercito di soldatini avversari decimato da un abile tiro di cerbottana. Pancia in su: solo ferito; può essere rimesso in piedi. Pancia in giù: morto. Via. Un soldatino in meno.

Ora sei lì, assieme agli altri. Sul tram. Per strada. In macchina. Ti confondi con gli altri, perché ti senti come gli altri. Sono solo cani... Non è colpa tua. Certo. Se i loro padroni avessero più rispetto.... Se i cani non dovessero cagare, pisciare, grattarsi, vomitare, sbavare... Se tutto questo fosse possibile, non ci sarebbe bisogno di te. Perché il mondo sarebbe già pulito di per sé. Sgombro. Lindo. Anestetizzato. Invece no. Credi che ci sia bisogno di te. Come un giustiziere metropolitano. Come un novello dio pagano a cui spetta il diritto di vita e di morte in nome dell’ordine.

Ora sei lì. A godere che si parli di te, delle tue imprese. Delle tue vittime che per te non hanno nome. Sono tutte uguali. Beh... allora te li ripeteremo tutti uno ad uno, quei nomi, come si fa nelle stragi. Uno ad uno, te li conficchiamo nel petto, quei nomi. Perché ti brucino la pelle e scavino dentro come tarli. Fino a che Dio, o qualcuno, non abbia la grandezza di trovare anche in te un solo milligrammo d’anima da salvare. 

mercoledì 16 maggio 2012

L’insostenibile debolezza dell’uomo

Leggo su un quotidiano recente che in un college americano gli studenti, per alleviare la tensione pre-esame, possono interagire con dei cani messi a disposizione dalla scuola stessa, in orari e con tariffe ben stabilite.
Leggo, e non posso non pensare: “Ma non c’è uno straccio di amico, finanche un conoscente o persino un vicino da semplice ‘buongiorno-buonasera’ con il quale stemperare lo stress dell’attesa facendo due chiacchiere, bevendo una birra al bar, o giocando una mano di carte?”. Siamo davvero diventati così involuti, tristi e soli da dover chiedere al cane questo ulteriore fardello da condividere con noi?

L’impressione, confermata dal continuo apparire di notizie come questa, è che sia in atto una pericolosa débâcle dell’intero nostro essere uomini, fino a scoprirci non più tanto “bisognosi del cane”, quanto veri e propri “cani-dipendenti”. E siamo ben sciocchi, noi giornalisti cinofili, quando ci soffermiamo a dire che il cane, al giorno d’oggi, ha perso il suo ruolo fondamentale di ausiliario dell’uomo, come poteva avere magari fino a qualche decennio fa. Certo, trovare un cane da pastore che faccia davvero il pastore è impresa improba. Trovare poi (almeno in Occidente) un cane che traini ancora carretti, è come fare un 6 al Superenalotto. Ma ci è forse sfuggita quella mirabolante riconversione lavorativa - tanto cara ai nostri tecnici del Palazzo - che ha visto questi cani diventare psicologi, infermieri, assistenti sociali, educatori e chissà ancora cos’altro? Altro che nuove generazioni di bamboccioni! Loro sì che sanno tirarsi su la pelle delle zampe, e trovare soluzioni alternative ad una progressiva perdita del lavoro.

Dall’altra parte, però, troviamo il vero volto di questo fenomeno in espansione: quello di un uomo spogliato della sua umanità, costretto a mendicare affetto da un essere di specie diversa, tratteggiato romanticamente come il “miglior amico dell’uomo”. Altro che amico! Qui, il povero cane è costretto a farsi in dieci per sopperire alla nostra insostenibile debolezza. Ma il bello (o, meglio, il tragico) è che noi non ce ne accorgiamo. Citiamo questi episodi di “pronto soccorso emotivo” con la superficialità di un’occhiata e persino il compiacimento di stolti che vedono in esso solo un’ulteriore conquista della domesticazione canina. Ahi cara, vecchia vanità umana...

giovedì 26 aprile 2012

Fido Pupù: l’ultima frontiera della “ludofollia”

La scatola del gioco
Ho pensato spesso che i creatori dei moderni giochi per bambini fossero dei cinici mascherati da presunti educatori dell’infanzia. E di fronte all’ultima ludofollia, ovvero l’ennesimo giocattolo agghiacciante in tema di stupidità creativa, inizio ad averne la conferma.

Parliamo di Fido Pupù, un gioco dove – scusate l’espressione – “spalare merda ti fa sentire fortunato”. Ecco come lo descrive un sito di vendite on line: “Fido Pupù è divertente, simpatico e educativo. È l’amico dei bambini e delle mamme. Dagli un biscottino da mangiare, tira il dado, premi il suo guinzaglio e scopri cosa farà. Se ‘sei fortunato’ e raccogli la pupù con la paletta per tre volte vinci! Una sfida divertente con gli amici ma anche un modo per insegnare ai bambini il senso civico”. In pratica c’è un cagnolino di plastica, simil bassotto, che ingoia biscotti e produce cacca (profumata o almeno inodore, si spera...). Vince chi ne raccoglie “almeno tre” e gode della benevolenza del dado.

Ora... a parte questa aura magica dettata dal numero 3, che ricorda tanto l’epilogo di certe fiabe (“se per tre volte girerai intorno al pozzo...",  oppure “il principe dovrà raccogliere tre pietre preziose e gettarle nel pozzo alla mezzanotte del primo plenilunio...”) e vi ci immerge il pargolo che gioca, l’idea dei creatori è chiara: con “soli” 29 euro (il prezzo del gioco) tuo figlio imparerà che raccogliere le deiezioni canine è un segno di civiltà e un domani sarà un cinofilo e un cittadino modello.  Sì... peccato però che un domani il nostro bimbo modello dovrà avere a che fare non con simil cacche di plastica dura, semmai con un concentrato abnorme e quasi dotato di vita propria di puzza e schifo, con la densità di una mousse al prosciutto.  Ma va beh... dopo aver avuto un figlio e aver stabilito di non delegare alla sola madre l’ingrato compito di cambiare il pannolino, a questi biechi mestieri ci si abitua. Il problema è semmai un altro. 

Il mondo del giocattolo ci ha abituati da tempo a ludoschifezze. I bambolotti oggi come oggi si pisciano addosso, sbrodolano, ruttano; magari soffrono persino di aerofagia. Il tutto per renderli “più realistici”. O forse per avvertire l’ingenua bambina che il pargolo in carne ed ossa non è tutto rose e fiori. Così, se già da piccola è capace di sopportare pannolini bagnati e bavaglie impregnate come una lumaca, è più facile che non cada in una depressione post partum. E che dire di tutta quella serie di sostanze puzzolenti, appiccicose, rivoltanti di cui sono piene le edicole, pronte per essere comprate da anarchici pre-adolescenti con il gusto dell’orrido e della sfida agli adulti lindi e benpensanti?

L’ultima frontiera, quella finora inesplorata era dunque la cinofilia. Fino ad oggi avevamo solo cagnetti che abbaiavano o poco più. E i bisognini dovevamo inventarceli. “Porta fuori Pallina che deve fare pipì...” dicevano i bambini. Ed eccoli allora trascinare con la corda un cane di plastica o legno in un fantomatico giardinetto della stanza. Ora no! Basta. La cacca è arrivata anche qui! Non serve più inventarla, ma eccola servita su una paletta d’argento.
Non solo. Ancora oggi si dice (quasi per una magra consolazione) che “schiacciare una cacca” porta fortuna. Ora la fortuna arriva se la raccogli! Così, sull’onda del sospetto legato ai bambolotti piscioni e ruttoni, mi viene un dubbio. Non è che sotto sotto ci sia un messaggio subliminale del tipo: caro piccino, la vita spesso ti mette nella merda; ma se hai il coraggio di affrontarla, raccoglierla e buttartela alle spalle, vedrai che vivi meglio!

mercoledì 11 aprile 2012

Le "mazzate" di Don Mazzi

Don Antonio Mazzi
Italiani, non spendete soldi per salvare cani e gatti, ma destinate denaro alle nostre strutture. Noi salviamo vite umane. Noi recuperiamo quei ragazzi che la società bolla come irrecuperabili. Aiutateci! Si incazzeranno gli animalisti, ma io dico quello che penso”.

Parola di Don Mazzi sulla rivista Chi.

Ebbene, ben venga il libero pensiero. E se un personaggio di certo intelligente com’è Don Antonio Mazzi (fondatore della comunità Exodus), arriva a sparare così a zero ben immaginando l’inevitabile coda di polemiche che questa sua presa di posizione è destinata a suscitare, non possiamo schivarlo con una semplice alzata di spallucce. Don Mazzi, per parte sua, può non avere torto. A fronte dell’immensa fatica per recuperare “stracci di ragazzi” ad una vita nuova, infatti, ha poco senso sciupare denaro per creature considerate se non proprio minori, almeno non prioritarie. E guarda caso questo suo anatema esce fuori proprio quando tutte le Onlus iniziano a guerreggiare tra di loro per conquistarsi il 5 per mille dei contribuenti. Così il Don pare dire: “Non date i vostri soldi a enti di protezione animali; girateli a noi”. Oppure può anche voler dire: “Non spendete soldi inutili per tenere con voi un animale domestico. Usateli per aiutarci a recuperare questi ragazzi”.

Ripeto. Don Mazzi può, per qualcuno, avere ragione. D’altra parte l’animalismo è arrivato da noi a tal punto di budget economico e di fattore sociale, che ad esempio dall’Albania, negli anni scorsi, molti immigrati sono sbarcati proprio perché vedevano nelle pubblicità dei nostri canali Tv cani e gatti nutriti talmente bene da far ben sperare anche per qualsiasi poveraccio che varcasse la costa italiana.
C’è tuttavia un qualcosa che mi urta nelle sue parole. Ed è quella – in fondo mai celata – idiosincrasia provata da parte della Chiesa per il mondo animale. L’annoso dibattito se gli animali abbiano o meno un’anima, la dice lunga. La discussione poi se possa esistere o meno un paradiso anche per loro, o anche solo “un posto in piedi” (per dirla con Verdone) con noi nell’aldilà, fa il resto.
Mentalmente figlio di retaggi medioevali in cui il gatto nero ad esempio incarnava il demonio e gli animali erano semplicemente “bestie”, una parte del clero pare insomma mal digerire questa convivenza stretta con i quadrupedi. A tal punto da indignarsi se i poveri cristiani spendono denari per allevarli, nutrirli e amarli come figlioli. E così facendo confermano questo giudizio sotteso: gli animali non sono figli di un dio minore. Certo che no. In fondo sono anche loro creati da Dio. Restano però non prioritari. Homo caput mundi. L’uomo è e resta dominatore dell’universo e di tutto ciò che su di esso si muove.

Lecito pensarlo. Ci mancherebbe altro. Però... questa parte del clero non dovrebbe chiudere gli occhi sulle migliaia di esempi di amore, rispetto, fedeltà (tutti valori che farebbero sorridere il nostro Dio) che vedono protagonisti molti di questi (tanto bistrattati) animali. E su quante volte proprio da loro arrivino dimostrazioni concrete di quello che proprio il messaggio cristiano dovrebbe veicolare: amore, perdono, tolleranza, compassione ecc.  
Quindi, cari e tanti Don Mazzi, chiedete giustamente un aiuto. E giustamente ponete in una corretta scala gerarchica l’uomo e le “bestie”. Ma, per favore, non chiudete gli occhi. A meno che siate diventati talmente miopi da non vedere più il messaggio di Dio fatto realtà... finanche nell'amore dato da un cane.

mercoledì 14 marzo 2012

Quel buio oltre il corso

C’è una piccola falla nei corsi di giornalismo cinofilo che tengo da oltre 10 anni. Niente di che, a dire il vero. Poco più di un buchino di quelli che ogni tanto si riscontrano tra gli atri del cuore ma che fanno vivere lo stesso bene, fino a quando un medico non ce lo fa notare. Ed è quel “buio oltre il corso” che, quasi inevitabilmente, emerge a livello di domanda dopo tante ore di lezione. “E ora, cosa mi consiglia per poter fare il giornalista?”, chiede sempre qualcuno.

Colleghi ben più bravi e affermati di me tendono sempre a deviare questi sani istinti di tanti “portatori sani di sogni”. “Non illudetevi ragazzi”, ripetono. “Lasciate stare! Cambiate obiettivo”. Da parte mia sono d’accordo solo in parte. Cosa sarebbe successo se il giovane Montanelli (o qualunque altro maestro del mestiere) si fosse lasciato convincere da questi consigli? Cosa avremmo perso se lui non avesse, cocciutamente, fatto orecchie da mercante a chi, a suo tempo, sicuramente gli avrà detto le stesse cose?

Certo, non è né bello né utile sollevare illusioni. Se tutto va bene, per interi anni riesci a guadagnare quanto basta per una pizza al mese con la fidanzata. E basta. Se tutto va bene, devi mettere da parte i tuoi sogni e iniziare a scrivere di cose che non ti interessano per nulla. Se tutto va bene, ti sentirai ripetere mille volte la solita solfa: lascia perdere!
Al mio professore della tesi (scomparso di recente e per il quale provo comunque un moto di affetto) avevo fatto leggere con orgoglio i primi articoli. Con aria sufficiente mi disse pressappoco di darmi all’ippica invece che continuare a scrivere. Ci rimasi male, ma da buon capricorno ho tenuto duro. E il giornalista alla fine l’ho fatto. Bene o male, non sta a me dirlo.

È curioso. Nei miei corsi insegno le tecniche per superare il “panico del foglio bianco”, il “buio oltre al lead” (l’inizio dell’articolo, ndr). Dedico poco tempo, invece, al buio oltre il corso. A quel senso di smarrimento, delusione, persino rabbia che inevitabilmente colpisce chi giornalista (bene o male) lo vuole fare davvero. Ma non lo faccio apposta. Né travio i miei allievi con le decine di episodi che io stesso potrei citare: frammenti di delusione, di rabbia, persino di senso di fallimento. Forse, semplicemente resto convinto che ognuno debba trovare in sé quella voglia, quella caparbietà, quella forza di andare contro corrente e cercare di diventare giornalista. Fosse pure di una testata dedita agli animali.

Poco importa, infatti, che su 100, forse neanche uno probabilmente finirà mai per mettere la sua sigla (neanche la firma!) sul Corriere, o altro giornale importante. Se anche solo uno di questi 100 potrà un domani vedere uscire un suo articolo alla pagina 30 di una rivista di settore, e proverà lo stesso quell’ansia di correre in edicola a comprarla, allora vorrà dire che quella grinta l’avrà tirata fuori. Ed io sarò contento di non avergli tarpato le ali in partenza!

giovedì 9 febbraio 2012

Se la scienza si accorge che i cani ci amano

Ora è ufficiale: i cani ci amano. Lo afferma anche la Scienza, quella con la “S” maiuscola, che ha trovato la “prova regina” di questo fenomeno: la dopamina, ovvero quel neurotrasmettitore la cui abbondanza nel corpo è inequivocabilmente legata a una sensazione di piacere. Dunque, se nei cani ci sono forti scariche di dopamina quando sono col padrone, vuol dire che provano vero e proprio amore!

A dire il vero i cinofili questo lo sanno già da tempo. Magari ignorano i meccanismi chimici del cervello e non chiamano in causa la dopamina, ma - con altre parole e, soprattutto, con la loro vita quotidiana - ben conoscono i picchi che può raggiungere l’amore cinofilo. Pertanto ai loro occhi questa è la classica “scoperta dell’acqua calda”.
Eppure questa rivelazione, ripresa con grande attenzione anche dai media non specializzati, ha in sé una doppia chiave di lettura.

La prima – Con la prudenza che gli si addice, la scienza è riuscita anche in questo caso a tradurre in qualcosa di definito, misurabile e quantificabile un qualcosa che sfugge a ogni razionalità: l’amore, appunto. Così facendo, ciò che per sua natura appartiene al caos e l’istinto – e quindi genera ansia nelle menti meno aperte – perde di pericolosità e viene addomesticato ad un tranquillo assioma scientifico: c’è dopamina? Allora è amore.
Non solo. In questo modo diventa anche superfluo cercare di definire cos’è questo sentimento. È sufficiente capirne la causa fisiologica e su di essa fermarsi senza indugi.

La seconda – Perché dare tanto rilievo ad una scoperta in fondo banale? Un’idea ce l’ho, ed è legata ad una domanda, inconscia,  che credo persista in qualche angolo del nostro cervello: ma come faranno mai i cani ad amarci? Ovvero: come possiamo essere degni di tanto amore?
Da animali intelligenti quali siamo, non diamo una risposta. Con l’aiuto della scienza ci limitiamo a mettere le mani avanti. È insomma come se dicessimo: non sappiamo come cavolo facciano ad amarci, ma la dopamina ci conferma che di amore si tratta.
E per prudenza... non poniamoci altre domande!

lunedì 30 gennaio 2012

Quel rimorso come un macigno

Nick Santino
È troppo facile, ora, dire che aveva altre soluzioni: meno drastiche. Meno crudeli. Persino meno folli. Perché nella vicenda di Nick Santino, suicida all’età di 47 anni per il rimorso di aver fatto sopprimere il proprio cane a cui dai condòmini era stato imposto un allontanamento coatto, c’è ben altro.
Attore salito alla cronaca per qualche comparsata, nel 2002, nella soap opera Sentieri, Nick si è tolto la vita per colpa della burocrazia e di vicini pronti ad andare in fondo alla loro esasperazione nei confronti del cane Rocco. Questo ci raccontano le testimonianze: prima una multa da 250 dollari. Poi (è facile immaginarlo) una sequela infinita di esposti all’amministratore, alle forze dell’ordine, per quel cane che abbaiava sempre. Fino all’epilogo: l’eutanasia e il suicidio.

Nick aveva altre strade da percorrere: da quella più infingarda (fare finta di nulla e resistere) fino a quella più drastica: cambiare casa. Ha scelto invece quella più dura: eliminare il cane e poi se stesso. Per il rimorso, scrive di suo pugno in un’ultima nota. Per l’incapacità di affrontare una scelta durissima, dico io. E aggiungo: per quel cortocircuito che in qualche modo, probabilmente, già covava in lui.
Certo. Nick poteva cambiare casa. In fondo è toccato a molti di noi: volontariamente o involontariamente. Eppure ha scelto la strada forse più spettacolare e punitiva nei confronti di chi rimane in vita: “Ecco, ora sarete contenti!”, pare dire con il suo gesto. Un atto di sfida, di enorme ricatto morale. Salvo poi cedere sotto al peso di quell’atto stesso, vissuto come sciocco; inutile. Perché, salvo qualche “lacrima di coccodrillo”, ormai nessuno dei suoi vicini di casa si sentirà più in colpa di aver tirato così tanto la corda. E il povero Nick dimostra solo di aver consumato a vuoto il suo ultimo assolo da attore: il suicidio come atto finale di una tragedia che purtroppo non è finta come sul set di una serie Tv.

È un po’ come il fidanzato che si suicida per essere stato abbandonato, e in un bigliettino rivela le ragioni del suo gesto: punire la donna che gli ha spezzato il cuore. Povero illuso... Non sa forse che la persona in questione  troverà certamente mille spiegazioni che la faranno uscire “pulita” da questa storia? Non sa forse che, molto umanamente, arriverà comunque ad una auto-assoluzione morale, anche se non a “formula piena”?
Povero Nick. In questa ingenuità non da quarantenne, ma da adolescente, si consuma tutto il suo dramma. In questo sta quel cortocircuito che ho citato.

Riposa in pace, allora, fragile uomo. E che Dio abbia pietà della tua debolezza.

martedì 24 gennaio 2012

Un cane “prêt-a-portrait”

Non riesco a stupirmi. Lo confesso e mi dispiace. Ma proprio non riesco a stupirmi della notizia che circola in questi giorni: l’apertura anche in Italia di agenzie che offrono cani in affitto per poche ore. Giusto il tempo di farne bella mostra nei parchetti “chic”, in un salotto “in”, o ad una sfilata. Meglio poi se di colore intonato al vestito. Non mi stupisco per il semplice fatto che ci troviamo semplicemente di fronte all’esternazione di un sentimento molto più comune di quanto si pensi: il cane come oggetto, da modellare a seconda dei nostri spazi, delle nostre esigenze e delle nostre civettuolerie.

Allora vi prego, lasciamo stare almeno oggi un lungo e borioso discorso sull’effetto psicologico che questa pratica può avere su questi poveri cani “prêt-a-portrait”. Sì, lo sappiamo che è deleterio, fuorviante, terribile. Ma di questo – scusate – non gliene frega niente a nessuno (o quasi). È pertanto inutile che ancora una volta saliamo in cattedra a difendere gli interessi di queste creature più indifese. L’effetto sarebbe scontato, esattamente come le parole che useremmo per intessere un’arringa tipo Pubblico Ministero della cinofilia. Quindi... lasciamo stare.

Per oggi (ma solo per oggi) ci limiteremo ad una smorfia della bocca. Ad un sano senso di disgusto. Ad un improvviso attacco di nervosismo. Perché ancora una volta riusciamo a non stupirci non tanto di chi farà soldi sul mantello di queste bestiole, quanto semmai dell’infinita stupidità di coloro che spenderanno fosse anche solo un euro per avere un cane in affitto. Rimbecilliti che risultano dissolti in questa pratica che sa di mercimonio della carne. E dell’intelligenza.

martedì 17 gennaio 2012

Inventiamo un peluche che fa la pupù

Da diversi anni i giocattoli sono diventati uno strumento di educazione civica indiretta. Le bambole ormai non sono più soltanto delle belle riproduzioni di finti bambini perfetti in tutto, ma sempre più spesso ne imitano anche i lati più “scomodi”: fanno pipì nelle mutandine, piangono, chiedono il latte con urla e strepiti ecc. Addirittura ci sono ora delle bambole polically correct: ad esempio bambolotti neri, per insegnare ai pargoli ad essere giustamente tolleranti con gli amichetti di colore, fino alla nuovissima Barbie calva, destinata (sic!) alle bambine colpite da tumore.

Ora mi chiedo: perché non usare questa tendenza anche per insegnare ai bambini cosa vuol dire essere un cane e possederne uno? L’idea è semplice: basta con peluche bellissimi di razze tutte tondeggianti, con gli occhi grandi e zero problemi! Inventiamo un peluche che fa pupù, che odora di cane, che guaisce perché gli scappano i bisogni e deve essere portato fuori, anche a 5 gradi sotto zero. Piantiamola insomma di alimentare la favoletta che i cani sono solo coccole, leccate, notti passate con lui nel lettino. Chi è cinofilo responsabile, sa infatti bene che questi animali hanno anche dei lati più scomodi: le già citate incombenze fisiologiche, il pelo perduto sul tappeto e i divani, gli orari dei pasti da rispettare, le vaccinazioni da fare, le immancabili passeggiate per non trovarceli grassi come porcelli.

Sia chiaro. Il cinofilo vero affronta tutto questo con animo leggero. È un impegno che mette in conto, ma questo non vuol affatto dire che il cane sia per lui un peso. Resta un essere vivente con le sue (giuste) esigenze, che tuttavia vengono vissute in maniera perlopiù responsabile e cosciente.
E allora, a fronte di un simile peluche di nuova generazione che grazie ad un timer fa la pupù due volte al giorno, che ogni tanto rilascia dell’acqua colorata di giallino sul tappetino del bagno e che, grazie ai dentini di plastica, arriva perfino a mordicchiare il Cicciobello nuovo di zecca, quanti bambini sarebbero così intelligenti, responsabili e pronti a diventare un domani dei veri cinofili?

lunedì 9 gennaio 2012

Se il cane si trasforma in ricatto

Il cane come “arma” di offesa, ricatto. Strumento involontario e inconsapevole per ferire l’altro: sia esso un compagno, un amico o un familiare. È l’altra faccia della cinofilia. Quella che rappresenta lo specchio riflesso e deformato di un rapporto uomo-animale perlopiù esaltato come bello, tenero; talvolta persino edulcorato nell’ostinata spinta a cercare un qualcosa di positivo in un’umanità in grado troppe volte di assumere profili scabrosi. Ed ecco allora il concretizzarsi di questo fenomeno in testimonianza, feroce e inaspettata, giunta via mail per il solo fatto di aver scritto libri sui cani (e di averne evidenziato anche il lato più bieco): “Usava il suo cane per difendersi da me....lui da proteggere io da ferire”.

Nulla di nuovo, purtroppo. È l’applicazione di un principio fondamentale che regola certi rapporti umani: il ricatto dell’amore. Sia esso rivolto ad un altro umano oppure ad un animale. È l’amore come arma d’offesa, merce preziosa che diventa moneta di scambio: ti ferisco dirottando l’amore; ti ferisco dimostrandoti che altri meritano più amore di te; ti rendo cosciente di quanto poco amore sei meritevole al confronto di altri.
Nulla di nuovo, s’è detto. Stupisce tuttavia che, ad assumere il ruolo di grimaldello per scardinare l’equilibrio emotivo dell’altro, sia stato scelto un cane. Proprio lui, così lontano dalle geometrie e dai calcoli amorosi di noi bipedi; lui così pronto ed immediato a restituire (moltiplicato) l’intero capitale d’affetto investito nelle pieghe del suo cuore. Eppure le cronache di questi anni ci insegnano come proprio il cane diventi anch’esso materia di contenzioso nelle cause di divorzio: affetto da spartire in uno spezzatino di giorni alterni, come per i figli.

Perché allora stupirsi? Per colpire, ferire, umiliare l’altro, si ricorre a tutto: bambini, amici, parenti... e cani. In amore e in guerra non esistono regole, si dice. C’è allora solo da sperare che proprio il cane, dall’alto della sua purezza emotiva, possa almeno lui essere indenne da condizionamenti e restituire con una semplice leccata in viso, un grammo di dignità e amore a chi crede di averli perduti entrambi.