giovedì 29 novembre 2012

Le streghe non muoiono mai

Ci risiamo. È notizia di queste ore che l’associazione consumatori Codacons ha ripreso a chiedere a gran voce il ripristino della famigerata lista di “cani pericolosi” voluta dall’ex ministro della Salute Sirchia (anno 2003) e poi saggiamente abbandonata nelle Ordinanze successive promulgate dal medesimo ministero. Elemento scatenante: l’aggressione di quattro rottweiler scappati a Carrara dal recinto di un’abitazione privata perché terrorizzati da una tromba d’aria e responsabili di una grave aggressione a danno di un padre e del figlio, vicini di casa.
Il Codacons scrive che “non è affatto vero che tutti i cani sono ugualmente pericolosi” e che “solo cani come pitbull e rottweiler producono lesioni così gravi da dover determinare il ricovero in ospedale”. Invoca quindi Il patentino obbligatorio per chi possiede una di queste 17 razze, dal pitbull al rottweiler, in quanto è “l'unica via per prevenire aggressioni”.

Da giornalista cinofilo che mastica “robe di cani” da 18 anni, scusate la franchezza, non accetto che un’associazione di consumatori, e non quindi un illuminato ente di studio dell’etologia animale e della psicologia canina, dica a noi cinofili cosa è giusto e cosa è sbagliato. E non accetto nemmeno che sull’onda emotiva di un episodio pur gravissimo, vengano spolverate le streghe che pensavamo di aver gettato finalmente nel fuoco dell’intelligenza e della conoscenza scientifica.

La cronaca di Carrara è chiara quanto drammatica. Quattro cani terrorizzati da un evento che manderebbe nel panico anche il più intelligente e pacato degli umani, sono scappati e Dio solo sa cosa gli sia saltato in mente nell’aggredire due vittime innocenti. Di certo, come direbbero in tribunale, in quel momento “non erano capaci di intendere e volere”. Possiamo dunque solo immaginare che le due vittime siano apparse ai loro occhi come un ostacolo alla fuga. E, nel mondo animale, non c’è scampo per qualunque cosa, vivente o meno, impedisca l’applicazione di un istinto tanto forte quanto quello legato alla propria salvezza.
Con questo non voglio sminuire l’accaduto. Né assolvere le bestie protagoniste, di cui una uccisa dalla stessa proprietaria, accorsa con un coltello da cucina. Voglio solo spiegare ai signori del Codacons che forse, prima di rievocare i mostri nell’armadio, occorrerebbe informarsi meglio e, a freddo, scegliere la soluzione migliore.

Il fenomeno dei cani pericolosi, lo dicono gli esperti “veri”, non si risolve a colpi di decreto. E tantomeno invocando l’equivalente di una pena di morte. Si risolve promuovendo un possesso responsabile ed informato dell’animale. E, soprattutto, non scegliendo quest’ultimo dal primo che ce lo offre, senza sapere nulla del suo passato e di come è stato allevato. È dunque un percorso lungo, difficile e forse utopistico. Ma è l’unico serio e tale da produrre risultati. A fronte però delle leggi della natura e delle risposte istintive dei suoi figli (leggi il comportamento di questi rottweiler) non c’è soluzione che tenga. Queste due povere vittime erano... al posto sbagliato nel momento sbagliato. Esattamente come il poveraccio che viene ucciso da un albero che cade o da un pezzo di tetto che precipita in strada. Che facciamo allora? Eliminiamo per decreto alberi e tetti?

venerdì 23 novembre 2012

Se sapessimo parlare “canino”

Sempre più spesso la stampa non-specializzata pubblica i risultati di ricerche condotte in qualche angolo del pianeta, grazie alle quali si evidenzia la capacità del cane di comprendere il linguaggio verbale umano. Capita così che il genio a quattro zampe di turno dimostri di comprendere fino a 100, 200 vocaboli, fornendo una reazione adeguata al vocabolo proposto dallo sperimentatore. Stupiti, allora, i ricercatori gongolano nel mettere in luce quanto siano animali intelligenti, e quanto la scienza possa scoprire della loro natura ancora in parte ignota.

Ora... io dico: ben vengano studi di questo genere, se possono aiutarci a comprendere meglio i nostri compagni di vita e, soprattutto, se questi esperimenti non recano loro alcun disagio psichico e fisico. Però, facendo un paragone, è come se ci esaltassimo del fatto che un bambino di una tribù tagliata fuori dal mondo e allo stato primitivo, riuscisse a comprendere una decina di nostri vocaboli. Non sarebbe altrettanto importante che fossimo noi, una volta tanto, a imparare ciò che significa il suo linguaggio? Che fossimo noi a imparare la sua lingua, per creare così un rapporto più equo e forse proficuo?

Del linguaggio del cane pensiamo, a torto, di sapere molto. Solo fino a pochi anni fa pensavamo che tradurre ciò che sappiamo dell’etologia del lupo andasse bene anche per capire il nostro cane domestico. Gli studi più recenti, però, hanno evidenziato come questo sia falso e possa portarci su una strada insidiosa fatta di congetture devianti. Dunque? Ammettiamolo: del cane sappiamo qualcosa, ma poco rispetto all’universo del suo linguaggio e del suo mondo interiore.
Recentemente mi è capitato persino di leggere ricerche, secondo cui la direzione nella quale si muove la coda, sarebbe indice di un sentimento piuttosto che di un altro. Ma ci rendiamo conto di come siamo messi? È come se fossimo al livello di chi ha capito che i pittogrammi egiziani hanno un significato preciso se correlati tra di loro, ma non avessimo ancora un traduttore in grado di dare loro un significato.

Per questo provo quasi un certo fastidio a leggere di tanti, straordinari “cani parlanti” o, meglio, “udenti”. Gioierei di più se qualcuno fosse in grado di tradurre con buona certezza ciò che loro ci comunicano ogni giorno da millenni. E non solo con semplificazioni buone per fare un poster, o un abbecedario “for dummies”.