C'è una frase che lessi poco tempo fa e che da allora non solo mi è
rimasta impressa in mente, ma addirittura sta penetrando in me come fosse un
acido. Grossomodo diceva così: “Un umano nel corso della sua vita può avere
diversi cani, e con ciascuno di loro può intrecciare una storia unica e
diversa. Il cane, invece, avrà il più delle volte un’unica storia. Quella con
chi lo adotta e lo vive fino all’ultimo giorno”. One shoot and go, potrebbe dire qualcuno. Ovvero: “hai un solo
colpo a disposizione”. Dopo c’è il nulla, o il tutto. Dipende dal credo.
Non ci avevo mai posto l’attenzione che merita, forse perché fa parte
di quei concetti che diventano “naturali”, “istintivi”, ovvero tali da essere
presenti ma che non sempre si trasformano in pensiero compiuto. E oggi è
divenuto corrosivo, almeno per me.
Ho sempre cercato di dare al cane tutto quello che potevo, ma fino a
ieri per il fatto che io l’ho scelto,
io l’ho voluto e il fatto di essere
finito a casa mia non è stata una sua scelta, semmai del destino. Ma, oggi, si
aggiunge un concetto in più: devo darti tutto, perché nella tua vita tu avrai
solo me.
A pensarci bene è una responsabilità immensa. Un figlio, ad esempio,
può anche cercare di supplire a eventuali mancanze familiari (che comunque si
porterà dietro per tutta la vita come cicatrici indelebili) ad esempio cercando
una compagna adatta e ricostruendo il “nido” mancato. Ma il cane no. Dipendendo
da noi in tutto e per tutto, non può cercare fuori l’amore che non riceve. Ed
ecco che allora deve avere tutto da noi: cure, amore, rispetto ecc.
Pur non avendo propensioni militari, una cosa però condivido ad
esempio con lo spirito dei marines statunitensi: non si lascia nessuno
indietro. Ed è così che ancora oggi, dopo più di tre anni, mi fa ancora
sanguinare e piangere la promessa che dentro di me avevo fatto alla mia
Bullmastiff, ricoverata in clinica. Oggi
ti porto a casa, fosse anche solo per un giorno. Non ce l’ho fatta. La
patologia (ancora oggi non del tutto chiara) che in soli tre giorni l’ha
devastata a tal punto che è stato umano e amorevole sopprimerla pur di non
farle più subire dolori che immagino lancinanti, ha avuto il sopravvento. Ma io
ci credevo. Era la vigilia di Natale ed io mi sono detto: non mi importa.
Litigherò con tutti, ma io la porto a casa (era in clinica da due giorni). Io
non la lascio indietro. Poi mi sono dovuto arrendere. Ho dovuto lasciare da
parte quello che rischiava di diventare un mio atto di amorevole egoismo, e
lasciarla andare. Non sono riuscito a mantenere quella promessa e, anche se non
è stata colpa mia, la cosa mi ferisce ancora oggi peggio di una lama. Mi scava
nel pianto. Mi tormenta nei momenti più inaspettati.
Sul nuovo cane (una Bulldog francese adorabile) arrivata a casa circa
due mesi dopo, ho allora riversato tutto l’amore che potevo. E, oggi, dopo
essermi reso conto di quel concetto così terribilmente vero, non lesino un
grammo di forza e resistenza fisica e mentale pur di darle tutto quello che
posso. Perché se anche lei se ne andasse in qualsiasi momento, io possa dire: “Ti
ho dato tutto”.
Tempo fa scrissi che in qualsiasi relazione affettiva, amore e morte
viaggiano a braccetto. Non c’è amore senza una “data di scadenza” rappresentata
dalla morte (anche solo figurata, intesa come “fine”). Se vuoi l’amore, devi
accettare anche la morte. Non puoi averlo senza. Non puoi viverlo senza. Diversamente
è qualcosa di tiepido, che non poi chiamare amore. Ti farà soffrire di meno, ma
ti priverà anche di tonnellate di gioia e di brividi. E tante volte,
accarezzando il cane, cerco in tutti i modi di assorbire la sua anima attraverso
il pelo e la mia pelle. Perché un domani mi verrà strappato di nuovo il cuore.
Perché un domani darò non so cosa per altri 5 minuti con lei. Perché un domani
io possa non rimpiangere nulla.
Ed allora la vivo al 100%. La respiro, la assorbo. Cerco in ogni istante
di viverla come se fosse l’ultimo giorno. Allora annego in lei. E questo mi fa
sentire uomo. E padre anche di un cane.
