Come ragiona il cane ora che non è più lupo
Nel capitolo precedente abbiamo riportato la frase di Bruce Fogle secondo cui l’intera base del comportamento del cane è quella che ha ereditato dal lupo. In effetti sorprende come ancora oggi i nostri cani domestici mettano in atto azioni e reazioni molto simili a quelle dei suoi alter ego selvatici, nonostante siano riferite a soggetti di una specie diversa come l’uomo. Com’è dunque questo non-più-lupo che abbiamo al nostro fianco?
Nel capitolo precedente abbiamo riportato la frase di Bruce Fogle secondo cui l’intera base del comportamento del cane è quella che ha ereditato dal lupo. In effetti sorprende come ancora oggi i nostri cani domestici mettano in atto azioni e reazioni molto simili a quelle dei suoi alter ego selvatici, nonostante siano riferite a soggetti di una specie diversa come l’uomo. Com’è dunque questo non-più-lupo che abbiamo al nostro fianco?
Volendo fare
un paragone, è come avere un animale nella cui mente c’è una lavagna per metà
già scritta (e che contiene il modus
operandi tipico del lupo), e per metà invece ancora bianca. E proprio in
quest’ultima parte è l’uomo a scriverci sopra attraverso la selezione
artificiale, ma soprattutto attraverso il tipo di interazione che è in grado di
instaurare con lui.
Questa deve
iniziare molto presto. Non prima delle 3
e non oltre le 14 settimane di vita. Meglio se nel periodo compreso tra le
6 e le 8 settimane. In questa fase, infatti, la mente del cane raggiunge il
momento giusto per interessarsi con curiosità all’uomo e a farne poi il suo
compagno di vita. È insomma come se ci trovassimo di fronte a un negozio con un
orario molto ridotto: se arriviamo prima o dopo lo troviamo chiuso. Se invece
entriamo in quella finestra temporale corretta, possiamo essere sicuri che
scatterà quel legame affettivo e non solo che durerà per tutta la vita.
Dobbiamo
immaginare questo processo di socializzazione
del cucciolo come una curva parabolica. Nelle prime tre settimane cresce di
poco oltre un ipotetico zero. Un incontro precoce con l’uomo in questa fase non
porterebbe risultati, semplicemente
perché il cane non è pronto; deve prima capire di “essere un cane” (e lo
fa con un naturale processo di imprinting [1]
che gli fa capire di appartenere alla specie canina). Poi questa curva
cresce, fino a toccare l’apice proprio tra le 3 e le 8 settimane di vita. Ecco
il momento giusto: il cane sa già di essere un cane e può adesso intessere
relazioni di amicizia con i protagonisti del mondo esterno. Infine la curva
decresce fino a toccare ancora una volta lo zero, dopo la 14ª settimana di
vita. Dopo di allora l’uomo potrà in qualche caso conquistarsi comunque il
cuore del cane, ma con grandissime difficoltà e, soprattutto, con il rischio
continuo di ingenerare in lui un sentimento di diffidenza e di paura.
Ovviamente i
tempi sopra esposti non vanno calcolati cronometro alla mano. Restano
indicativi. Quello che tuttavia è importante sottolineare è proprio questa
“amicizia a tempo” che caratterizza ogni relazione tra uomo e gli animali
evoluti in genere (l’esperienza con i felini, i grossi mammiferi marini e anche
i rapaci ce lo dimostrano).
A due mesi
vita il cucciolo lascia generalmente la cucciolata e inizia la sua nuova vita
all’interno della famiglia. Cosa succede adesso?
Da buon “ex
lupo” cerca per prima cosa di capire chi
è il capo e lui quale ruolo abbia
all’interno del nuovo branco umano. All’interno della cucciolata il piccolo aveva
già un ruolo: poteva essere il leader, oppure il più timido e introverso di
tutti, e questa gerarchia si era stabilita attraverso il gioco (vera palestra
per poi quello che sarebbe accaduto una volta divenuto adulto). Ora però le
cose sono cambiate. Spetta dunque all’uomo diventare capobranco, e lo fa imponendo un giusto mix di autorevolezza e di
sensibilità, così come farebbe un buon capo a quattro zampe.
In poche settimane
il cucciolo impara presto che quello strano bipede che gli impedisce di fare
certe cose, che lo loda se ne fa altre, che gli dà il cibo, che si permette di
maneggiarlo, è il suo nuovo lupo alfa. E in poche settimane
imparerà (come dovrebbe essere) che il suo posto è quello di sottomesso.
Se questo
avviene, è probabile che tra uomo e cane si instauri una relazione perlopiù
tranquilla e serena. È difatti una stupidaggine dettata dall’ignoranza e da
pulsioni iper-animaliste pensare che il ruolo di sottomesso sia disdicevole.
Per il cane non lo è affatto. Lo sarebbe anche in natura, nei confronti di
altri lupi o cani. Il problema è semmai se non sa quale ruolo deve ricoprire
per colpa di una educazione e di una gestione quotidiana non coerente,
lunatica, impreparata.
Ecco che a
questo punto entra in gioco una questione importante: il cane come vede l’uomo? Come una “mamma”? Come un conspecifico, solo di grado sociale più alto?
In una
vecchia teoria di Lorenz, poi rimessa in discussione da lui stesso, l’etologo
austriaco sostenne che esistono fondamentalmente due tipi di cani: quelli di origine lupina (ad esempio i cani
nordici e il chow chow) che derivano dal lupo [2]
e instaurano con l’uomo un rapporto quasi da “pari a pari”; quelli invece che
derivano dallo sciacallo dorato [3] (il resto dei cani) che vedono l’uomo come una super-mamma
e hanno nei suoi confronti un comportamento infantile.
Restiamo
comunque su questa teoria. Esistono infatti razze che per razza, indole e
memoria storica realmente hanno un modo di approcciarsi all’uomo all’apparenza
molto freddo: i levrieri in genere
non abbondano in smancerie; molti cani orientali (tra cui il già citato chow chow ma anche l’akita e lo shiba) risultano piuttosto riservati e diffidenti; alcuni cani da
lavoro come il ciarplanina, il terrier nero russo, i cani nordici in genere realmente sembrano interagire con
l’uomo “da pari a pari” e quasi pretendono un legame di “stima reciproca” per
poter svolgere i compiti affidati. Esistono poi altre razze che invece sembrano
restare degli eterni “bamboccioni”, per voler usare un’espressione divenuta di
gran moda. Tra questi soprattutto i molossi.
Quindi? Non
esiste un’unica risposta esaustiva. Quel che è certo è però che avendo delegato
all’uomo funzioni fondamentali come il nutrirsi, il proteggersi, il
riprodursi e il trovare riparo, il cane
di fatto vive in una eterna condizione
figliale, la stessa che poi dà origine ai ben noti comportamenti detti neotenici [4]
e che di fatto rende l’animale cane quasi del tutto dipendente dall’uomo.
Al di là del
ruolo assunto dal capobranco umano agli occhi del cane, quello ancora più
importante è il fatto che la famiglia umana sia ora il nuovo branco del cane. E per il branco, per la sua difesa, per la
sua unità, per la sua sopravvivenza ora il cane – esattamente come farebbe in
natura – è disposto anche a morire.
Detto questo
è certamente impensabile che il cane che sia stato ben socializzato con i suoi
conspecifici (che cioè abbia potuto stare a sufficienza con madre e fratelli)
ci veda esattamente come dei cani. Più probabilmente ai suoi occhi siamo degli
esseri strani, in cui non si riconosce, ma verso i quali prova sentimenti di
affetto. Eppure si comporta con noi come se fossimo altri cani: ci invita al
gioco allo stesso modo [5], ci segnala con l’abbaio un eventuale pericolo
come se fossimo dei lupi che devono proteggere il territorio, innesca con noi
le stesse lotte per ricoprire la posizione di leader che metterebbe in atto con
i conspecifici. In buona sostanza si comporta ormai come un lupo domestico, e come altri lupi
domestici ci vede.
© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione
[1]
Questo avviene stando a contatto con la madre e i fratelli di cucciolata. Se,
come ha dimostrato Lorenz, il cane dovesse passare i primi giorni di vita solo
con noi umani, una volta adulto non riuscirebbe a riconoscersi negli altri
cani, ne ignorerebbe il linguaggio e probabilmente li attaccherebbe per paura o
perché considerati potenziali prede.
[2] Canis lupus
[3] Canis aureus
[4]
Con neotenia si intende il permanere
di atteggiamenti tipici del cucciolo anche in età adulta.
[5]
Ponendosi nella tipica posizione con il posteriore alzato e gli arti anteriori
paralleli a terra







