sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 7

Come ragiona il cane ora che non è più lupo

N
el capitolo precedente abbiamo riportato la frase di Bruce Fogle secondo cui
  l’intera base del comportamento del cane è quella che ha ereditato dal lupo. In effetti sorprende come ancora oggi i nostri cani domestici mettano in atto azioni e reazioni molto simili a quelle dei suoi alter ego selvatici, nonostante siano riferite a soggetti di una specie diversa come l’uomo. Com’è dunque questo non-più-lupo che abbiamo al nostro fianco?

Volendo fare un paragone, è come avere un animale nella cui mente c’è una lavagna per metà già scritta (e che contiene il modus operandi tipico del lupo), e per metà invece ancora bianca. E proprio in quest’ultima parte è l’uomo a scriverci sopra attraverso la selezione artificiale, ma soprattutto attraverso il tipo di interazione che è in grado di instaurare con lui.
Questa deve iniziare molto presto. Non prima delle 3 e non oltre le 14 settimane di vita. Meglio se nel periodo compreso tra le 6 e le 8 settimane. In questa fase, infatti, la mente del cane raggiunge il momento giusto per interessarsi con curiosità all’uomo e a farne poi il suo compagno di vita. È insomma come se ci trovassimo di fronte a un negozio con un orario molto ridotto: se arriviamo prima o dopo lo troviamo chiuso. Se invece entriamo in quella finestra temporale corretta, possiamo essere sicuri che scatterà quel legame affettivo e non solo che durerà per tutta la vita.

Dobbiamo immaginare questo processo di socializzazione del cucciolo come una curva parabolica. Nelle prime tre settimane cresce di poco oltre un ipotetico zero. Un incontro precoce con l’uomo in questa fase non porterebbe risultati, semplicemente  perché il cane non è pronto; deve prima capire di “essere un cane” (e lo fa con un naturale processo di imprinting [1] che gli fa capire di appartenere alla specie canina). Poi questa curva cresce, fino a toccare l’apice proprio tra le 3 e le 8 settimane di vita. Ecco il momento giusto: il cane sa già di essere un cane e può adesso intessere relazioni di amicizia con i protagonisti del mondo esterno. Infine la curva decresce fino a toccare ancora una volta lo zero, dopo la 14ª settimana di vita. Dopo di allora l’uomo potrà in qualche caso conquistarsi comunque il cuore del cane, ma con grandissime difficoltà e, soprattutto, con il rischio continuo di ingenerare in lui un sentimento di diffidenza e di paura.
Ovviamente i tempi sopra esposti non vanno calcolati cronometro alla mano. Restano indicativi. Quello che tuttavia è importante sottolineare è proprio questa “amicizia a tempo” che caratterizza ogni relazione tra uomo e gli animali evoluti in genere (l’esperienza con i felini, i grossi mammiferi marini e anche i rapaci ce lo dimostrano).

A due mesi vita il cucciolo lascia generalmente la cucciolata e inizia la sua nuova vita all’interno della famiglia. Cosa succede adesso?
Da buon “ex lupo” cerca per prima cosa di capire chi è il capo  e lui quale ruolo abbia all’interno del nuovo branco umano. All’interno della cucciolata il piccolo aveva già un ruolo: poteva essere il leader, oppure il più timido e introverso di tutti, e questa gerarchia si era stabilita attraverso il gioco (vera palestra per poi quello che sarebbe accaduto una volta divenuto adulto). Ora però le cose sono cambiate. Spetta dunque all’uomo diventare capobranco, e lo fa imponendo un giusto mix di autorevolezza e di sensibilità, così come farebbe un buon capo a quattro zampe.
In poche settimane il cucciolo impara presto che quello strano bipede che gli impedisce di fare certe cose, che lo loda se ne fa altre, che gli dà il cibo, che si permette di maneggiarlo, è il suo nuovo lupo alfa. E in poche settimane imparerà (come dovrebbe essere) che il suo posto è quello di sottomesso.
Se questo avviene, è probabile che tra uomo e cane si instauri una relazione perlopiù tranquilla e serena. È difatti una stupidaggine dettata dall’ignoranza e da pulsioni iper-animaliste pensare che il ruolo di sottomesso sia disdicevole. Per il cane non lo è affatto. Lo sarebbe anche in natura, nei confronti di altri lupi o cani. Il problema è semmai se non sa quale ruolo deve ricoprire per colpa di una educazione e di una gestione quotidiana non coerente, lunatica, impreparata.

Ecco che a questo punto entra in gioco una questione importante: il cane come vede l’uomo? Come una “mamma”? Come un conspecifico, solo di grado sociale più alto?

In una vecchia teoria di Lorenz, poi rimessa in discussione da lui stesso, l’etologo austriaco sostenne che esistono fondamentalmente due tipi di cani: quelli di origine lupina (ad esempio i cani nordici e il chow chow) che derivano dal lupo [2] e instaurano con l’uomo un rapporto quasi da “pari a pari”; quelli invece che derivano dallo sciacallo dorato [3] (il resto dei cani) che vedono l’uomo come una super-mamma e hanno nei suoi confronti un comportamento infantile.
Restiamo comunque su questa teoria. Esistono infatti razze che per razza, indole e memoria storica realmente hanno un modo di approcciarsi all’uomo all’apparenza molto freddo: i levrieri in genere non abbondano in smancerie; molti cani orientali (tra cui il già citato chow chow ma anche l’akita e lo shiba) risultano piuttosto riservati e diffidenti; alcuni cani da lavoro come il ciarplanina, il terrier nero russo, i cani nordici in genere realmente sembrano interagire con l’uomo “da pari a pari” e quasi pretendono un legame di “stima reciproca” per poter svolgere i compiti affidati. Esistono poi altre razze che invece sembrano restare degli eterni “bamboccioni”, per voler usare un’espressione divenuta di gran moda. Tra questi soprattutto i molossi.
Quindi? Non esiste un’unica risposta esaustiva. Quel che è certo è però che avendo delegato all’uomo funzioni fondamentali come il nutrirsi, il proteggersi, il riprodursi  e il trovare riparo, il cane di fatto vive in una eterna condizione figliale, la stessa che poi dà origine ai ben noti comportamenti detti neotenici [4] e che di fatto rende l’animale cane quasi del tutto dipendente dall’uomo.

Al di là del ruolo assunto dal capobranco umano agli occhi del cane, quello ancora più importante è il fatto che la famiglia umana sia ora il nuovo branco del cane. E per il branco, per la sua difesa, per la sua unità, per la sua sopravvivenza ora il cane – esattamente come farebbe in natura – è disposto anche a morire.
Detto questo è certamente impensabile che il cane che sia stato ben socializzato con i suoi conspecifici (che cioè abbia potuto stare a sufficienza con madre e fratelli) ci veda esattamente come dei cani. Più probabilmente ai suoi occhi siamo degli esseri strani, in cui non si riconosce, ma verso i quali prova sentimenti di affetto. Eppure si comporta con noi come se fossimo altri cani: ci invita al gioco allo stesso modo [5], ci segnala con l’abbaio un eventuale pericolo come se fossimo dei lupi che devono proteggere il territorio, innesca con noi le stesse lotte per ricoprire la posizione di leader che metterebbe in atto con i conspecifici. In buona sostanza si comporta ormai come un lupo domestico, e come altri lupi domestici ci vede.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione



[1] Questo avviene stando a contatto con la madre e i fratelli di cucciolata. Se, come ha dimostrato Lorenz, il cane dovesse passare i primi giorni di vita solo con noi umani, una volta adulto non riuscirebbe a riconoscersi negli altri cani, ne ignorerebbe il linguaggio e probabilmente li attaccherebbe per paura o perché considerati potenziali prede.
[2] Canis lupus
[3] Canis aureus
[4] Con neotenia si intende il permanere di atteggiamenti tipici del cucciolo anche in età adulta.
[5] Ponendosi nella tipica posizione con il posteriore alzato e gli arti anteriori paralleli a terra

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 6

Come ragionava il lupo prima di diventare cane


Scrive lo studioso Bruce Fogle nel suo volume La mente del cane [1]: “Il cane potrebbe sembrare una pecora. Si potrebbe pensare in realtà che sia una pecora, ma l’intera base del suo comportamento è quello che ha ereditato dal lupo”. Se dunque vogliamo capire il nostro cane dobbiamo necessariamente rifarci al suo parente selvatico, in quanto siamo di fronte a un processo ereditario ed evoluzionistico a direzione unica: dal lupo al cane e non certo viceversa.

Un primo elemento fondamentale per capire e porre in relazione questi due canidi è il concetto di branco, che per quanto riguarda il lupo può essere definito come una unità familiare allargata, in quanto generalmente è composto dai due genitori riproduttivi e dalla loro prole. Il numero di soggetti che lo compongono è variabile e soprattutto determinato da vari fattori tra cui in primo luogo il tipo di habitat popolato (se ricco o meno di selvaggina o comunque di disponibilità alimentari) e in secondo luogo la vastità del territorio controllato dal branco stesso: in sostanza più quest’ultimo è ampio (ed è quindi in grado di fornire cibo per tutti i suoi componenti, sempre in relazione al tipo di habitat che lo caratterizza) più il branco può essere numeroso. Di norma le osservazioni effettuate indicano un numero medio di 4-6 soggetti, anche se non mancano rilevamenti decisamente maggiori, come quello rarissimo di un branco di 36 lupi individuato negli anni ‘60 in Alaska.
Parlare di branco significa poi coinvolgere un altro aspetto che accomuna lupo e cane: la socialità. In sostanza grazie al fatto che il lupo è un animale sociale si può creare un branco, ma è anche vero che quest’ultimo ha determinato la socialità stessa di questo selvatico.
Per capire questo concetto dobbiamo rifarci a ragioni di carattere etologico ed evoluzionistico. A differenza dei felidi, i canidi in genere sono dei cacciatori decisamente meno efficaci: i primi, definiti dagli etologi “specializzati”, sono dotati di armi d’offesa molto valide, tra cui le unghie retrattili e una maggiore agilità; i canidi, invece, detti cacciatori “opportunisti”, sono meno dotati rispetto ai primi e devono necessariamente trovare la forza nell’unione coordinata del gruppo; i felidi, difatti, hanno un sistema di predazione basato sull’avvicinamento graduale, furtivo e silenzioso alla preda, fino a sferrare di colpo l’assalto finale; i lupi, ad esempio, si basano invece su lunghi e pazienti inseguimenti portati avanti da tutto il branco, fino ad isolare la preda prescelta e colpirla. Per ottenere questo occorre ovviamente che all’interno del branco ci sia una perfetta coordinazione, ma questa può esistere solo se il gruppo - come diremmo per degli uomini - è molto “affiatato”, e soprattutto se risulta chiara e rispettata la gerarchia di potere tra i suoi membri. La minore efficacia predatoria singola ha dunque portato per natura il lupo ad un tipo di predazione “a gruppo”; quest’ultima a sua volta ha favorito l’innescarsi e il perfezionarsi di quella socialità intraspecifica che lo caratterizza.
Una conferma a quanto detto ci viene data in questo senso dall’etologa Daniela Tarricone che, nel suo volume Cane o gatto per amico? [2], scrive: “Sicuramente l’incrementato successo predatorio ottenuto tramite la caccia di gruppo deve aver svolto una grossa pressione a favore dell’insorgere di uno stile di vita sociale”.

Abbiamo appena fatto riferimento alla gerarchia di potere all’interno del branco. Ma come funziona nel dettaglio? Possiamo innanzitutto dividere due linee gerarchiche distinte: una maschile e una femminile. All’interno di ciascuna linea troveremo l’individuo dominante detto lupo o lupa a, (alfa) altri individui dominati, di medio livello gerarchico, detti lupi b (beta), fino ad arrivare al vero e proprio “capro espiatorio” per l’intero branco, il lupo w (omega), detto anche “il pacificatore”,  che rappresenta non solo l’ultimo soggetto nella scala gerarchica ma anche quello contro il quale si sfogano la maggior parte delle tensioni di tutti i componenti del gruppo; rappresenta insomma una “valvola di sfogo vivente”, che assorbendo le tensioni dell’intero branco ne mantiene salda l’unità. Il lupo omega è costretto perlopiù ad una vita a margine del branco, almeno fino a quando rimane in esso.

È importante infatti sottolineare come il branco, e la relativa gerarchia di potere che lo governa, non sia fisso nello spazio e nel tempo. La coppia dominante, formata dal maschio e dalla femmina a, l’unica coppia alla quale sia permesso di riprodursi, deve continuamente sottostare al tentativo di prevaricazione da parte dei sottomessi che tentano in questo modo di conquistarsi un ruolo più favorevole. I lupi dominanti (e nello specifico il maschio alfa, al quale è sottomessa persino la stessa femmina a) hanno difatti molti vantaggi: si nutrono per primi (e quindi hanno la possibilità di sfamarsi fino a sazietà), e sono gli unici a potersi accoppiare (salvo dei rari casi in cui, per distrazione della coppia alfa o per altri fattori di disturbo che intervengono, anche i lupi sottomessi arrivino ad unirsi tra di loro). A fronte di questi “diritti” stanno anche dei “doveri”; tra questi c’è la funzione di guida del branco nelle battute di caccia, il ruolo di “paciere” per eventuali zuffe che coinvolgano gli individui sottomessi e in genere il ruolo di guida per i suoi conspecifici.
Il tentativo di prevaricazione e la relativa difesa del ruolo conquistato vengono perpetrati attraverso un’infinita serie di segnali sonori e mimici, fino ad arrivare a veri e propri scontri fisici che tuttavia solo in pochi casi portano alla morte di uno dei due contendenti; perlopiù si concludono infatti con una resa simbolica dello sconfitto, correlata dalla conferma anch’essa simbolica dell’autorità da parte del dominante. La vecchiaia oppure il generale indebolimento del soggetto alfa faciliterà tuttavia la prevaricazione degli altri su quest’ultimo, stravolgendo in questo modo l’intera scala gerarchica. Il risultato che se ne ottiene è di norma duplice: l’ex lupo (o lupa) dominante continua a vivere nel branco conservando un ruolo di più basso potere, ma più spesso raggiungendo proprio quel “gradino omega” che, come abbiamo visto, è il più scomodo; una seconda alternativa è quella di essere allontanato o allontanarsi spontaneamente dal branco (cosa che fanno tutti i cuccioloni, una volta raggiunta la maturità sessuale, vale a dire dopo i primi 12 mesi d’età) e di cercare un altro branco che lo accolga. Quest’ultimo caso non è raro ma non rappresenta nemmeno la norma: il più delle volte il vecchio “capo” condurrà il resto della vita da wolf alone (lupo solitario), cibandosi di animali di piccole dimensioni oppure di quello che trova nelle discariche pubbliche, fino alla morte.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 7 



[1] Edizioni Geo, 1991
[2] Editoriale Olimpia, 1991

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Parte seconda

Parte seconda - Il nuovo rapporto uomo-cane

Premessa


Nella prima parte di questo libro abbiamo ripercorso storicamente l’evoluzione del rapporto uomo-cane, ponendo l’attenzione soprattutto sul modo di vedere, pensare e gestire l’animale da parte dell’uomo. Del cane abbiamo poi evidenziato come molto presto abbia fatto una scelta di tipo opportunistico, decidendo più o meno consapevolmente di cedere in toto la sua natura a favore di essere vivente di specie diversa, fino al punto da diventarne completamente dipendente.
Si tratta ora di comprendere le ragioni psicologiche che hanno da un lato portato il lupo a diventare cane, e dall’altra l’uomo a creare una relazione interspecifica praticamente senza pari in tutto il panorama animale, fino al punto di creare una vera e propria tribù del guinzaglio che del cane fa la sua ragione d’essere e nel nome cane produce tutto quel corollario di linguaggio e comportamento che la rende unica e per certi versi riconoscibile.
Per farlo, però, dobbiamo per prima cosa capire come ragiona il lupo allo stato selvatico e come invece ragiona il cane una volta che il suo branco è ormai composto da membri di specie diversa. A questi due aspetti dedicheremo i prossimi due capitoli.

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SEGUE CAP. 6

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 5

La celebrazione del cane inutile e le radici della moderna "cinofollia"

Il venir meno di una condizione inderogabile almeno fino a un paio di secoli fa – il cane deve risultare utile per avere la facoltà di esistere – a favore invece di una nuova e più comoda situazione – il cane può anche non fare nulla e avere comunque il diritto di vivere – può essere considerato come il punto cruciale dal quale ha inizio un nuovo, e più perverso modo di vedere, trattare e vivere il cane. Insomma, un po’ come è accaduto a certi atleti molto blasonati, il rapporto uomo-animale da tonico, pragmatico, efficiente e rigoroso qual era agli inizi, si è lasciato in seguito andare a ogni sorta di vizio, e in qualche caso a un più generale “decadimento morale”.

Non unica colpevole, ma certamente corresponsabile di questa trasformazione, è stata la selezione artificiale da parte dell’uomo  che, a partire dall’800 in poi, ha generato su basi non più empiriche ma scientifiche cani perlopiù iper-specializzati, e per questo a maggiore rischio “disoccupazione” con il cambiare dello scenario socio-economico.
Per comprendere il fenomeno, basta pensare al settore della caccia. Nell’attuale classificazione delle razze canine della Fci (Federazione Cinologica Internazionale), su 10 gruppi esistenti ben 3 sono dedicati espressamente a razze per uso venatorio: il Gruppo 6 (Segugi e cani per pista di sangue), il Gruppo 7 (Cani da ferma) e il Gruppo 8 (Cani da riporto, da cerca e da acqua). Il numero totale di razze comprese in questi tre gruppi ammonta poi a 160 razze (su circa 400 riconosciute), senza contare razze come i bassotti (Gruppo 4) o alcuni terrier (Gruppo 3), nati anch’essi per uso venatorio Ciò significa che oggi almeno il 50% delle razze esistenti è stata selezionata per la caccia.

Un altro dato per riflettere: nel 2015 sono stati registrati ai Libri genealogici dell’Enci (Ente nazionale della cinofilia italiana) ben 13.782 setter inglesi (cane nato espressamente per la caccia). Vale a dire che in un solo anno, e contando solo quelli di razza pura muniti di pedigree, in Italia circolano più di 13 mila cuccioli di questo cane da ferma. Ora, vogliamo forse illuderci che tutti quanti abbiano la fortuna di scorrazzare per i boschi in cerca di selvaggina? Affatto. La maggior parte di questi è destinata a finire in salotti borghesi, tra divani e caloriferi, scelti da chi magari la caccia proprio non la sopporta ma solo per il fatto che si tratta di un cane bello e anche socievole. Quindi, sono destinati a svolgere un’attività che non fa parte della loro indole e della loro memoria storica.

Quello che si è verificato negli ultimi decenni è dunque ancora più grave: si è continuato a produrre soggetti di razze che ormai non hanno quasi nessuna ragione d’essere con la loro funzione primigenia. Pensiamo ai cani nordici come l’alaskan malamute o il siberian husky: a parte il loro uso per intraprendenti cittadini metropolitani che vogliono provare l’ebbrezza di una corsa in slitta, oggi quale funzione possono avere? Nessuna. Eppure almeno fino all’inizio degli ultimi anni ’80 queste razze sono state iper-allevate anche in Italia, dando vita ad un mercato - alimentato da un contemporaneo e deleterio effetto moda - di cuccioli finiti tutt’al più in qualche casa di montagna.   

Ecco dunque il vero cuore del problema. Le mutate condizioni socio-economiche che, perlopiù in Occidente, hanno sollevato il cane dall’obbligo di rendersi utile, hanno di fatto drogato il mercato che continua a produrre soggetti iper-specializzati quasi che ci trovassimo ancora in tempi in cui il cane da slitta poteva effettivamente correre nella neve, il cane da caccia poteva realmente andar per boschi, e cani come molti terrier passare la giornata a cacciare topi e lonze. Tra realtà storica e attività umana si è dunque creato un incredibile dialogo tra sordi, senza alcun ragionevole punto di contatto. È allora il caso di dire che la cinofilia, da strumento per soddisfare i bisogni dell’uomo, negli ultimi 200 anni si è sempre più trasformata in strumento per compiacere l’uomo. A qualsiasi costo.

Discorso ben diverso è invece quello che riguarda i paesi non occidentali, dove questa iper-specializzazione non è affatto così marcata, a favore invece di cani perlopiù tuttofare. Pensiamo ad esempio  al già citato pastore di Ciarplanina. Da molosso con eccellenti doti fisiche qual è, risulta in grado di essere un ottimo cane da guardia, un buon cane da difesa personale e anche un buon guardiano del bestiame. Quello che poi lo caratterizza è quella che i giornalisti cinofili definiscono spesso una “natura incorrotta”: vale a dire un comportamento più vicino al fratello lupo che al cane domestico, fatto di fierezza, coraggio, atteggiamento parzialmente indomito e la capacità di porsi di fronte all’uomo quasi “da pari a pari” e con ben pochi atteggiamenti gratuitamente servili.

Curiosamente (ma a pensarci bene neanche poi tanto) molte altre razze non occidentali conservano queste caratteristiche. E guarda caso sono le stesse che hanno subito il minor impatto derivante dalla selezione artificiale umana. Razze orientali come il chow-chow o l’akita, quelle dell’Europa dell’Est come il puli e il laika, ma anche quelle dall’altra parte del mondo come il fila brasileiro o il perro dogo mallorquin, presentato tutte un fondamentale atteggiamento di fierezza, di tempra [1] dura  e di scarsa socievolezza che difficilmente troviamo tra i nostri cani europei. Rispettano cioè più da vicino quello che idealmente potevano essere le caratteristiche di quei proto-cani, non ancora cani domestici e non più lupi dei nostri antenati.

Di fronte a questo ulteriore indizio che vede proprio l’uomo quale responsabile primo di un certo decadimento della vera natura canina, l’effetto a cui assistiamo oggi è pressoché drammatico: l’avere al nostro fianco cani che hanno perso la loro identità, e sui quali vogliamo invece apporre quella che noi umani riteniamo essere la più adatta.

Per i nostri cani ormai disoccupati creiamo degli intrattenimenti artificiali: facciamo correre i levrieri dietro a peluche meccanici nei cinodromi o nei campi da coursing; i border collie li facciamo lavorare solo in esibizioni sportive, pronti a radunare uno sparuto gruppo di pecore ormai assuefatte e sotto gli occhi dei giudici inflessibili; il pastore maremmano abruzzese non ha più idea di cosa sia un lupo; i molossi ormai sono ridotti a morsicare la manica di juta e plastica dell’addestratore. E così via.
Tutto questo senza contare che ormai per certe razze esistono due tipologie di cani: l’una, in cui si predilige la bellezza e che rispecchia in toto lo standard di razza; l’altra, in cui si prediligono invece le doti lavorative, in cui invece il fenotipo si concede qualche “variazione sul tema” e spesso risulta essere solo una versione bruttina del cane vero.

In questo mix di perdita di lavoro, d’identità e  spesso anche di delle attitudini e originarie e memoria storica di razza, affondano le radici della moderna cinofollia. Vale a dire di quel nuovo modo di vivere il cane, totalmente antropocentrico e vero e proprio vaso di pandora di molti dei disturbi comportamentali a cui oggi purtroppo vanno soggetti i nostri compagni a quattro zampe.

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SEGUE PARTE SECONDA 




[1] Con tempra si indica la capacità del cane di sopportare stimoli negativi sia fisici che psichici

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 4

Il cane utile... e quello "non più utile"

Il concetto di rispetto con il quale s’è chiuso il capitolo precedente, nel corso dei secoli è andato perlopiù di pari passo con l’attitudine del cane a lavorare. A scapito, però, di altri fattori come la bellezza o la capacità, da parte dell’animale, di dare origine a un legame emotivamente ricco con l’uomo. In quei 14,8 cm di storia citati, insomma, poco importava che l’animale fosse espansivo, coccolone, o finanche bello da vedere. Queste sono tutte prerogative che cercano  gli uomini moderni. Non certo i nostri avi. 
L’attitudine a lavorare rendeva dunque il cane utile, e quindi degno di rispetto, ma unicamente perché era importante mantenerlo in una condizione tale da poter continuare a rendere un servigio all’uomo.

Non è un caso, allora, che i primi tentativi di classificare le razze canine si siamo tutte incentrate sul ruolo che i vari cani avevano. Lo storico greco Senofonte, vissuto tra il V ed il IV secolo a.C, ad esempio si limitò a distinguere due gruppi: i cani adatti per la guardia e quelli adatti per la caccia. Con Aristotele invece, filosofo greco del IV secolo a.C, cambia la prospettiva, ma non il senso del discorso.  I cani vengono infatti suddivisi solo per provenienza geografica: quelli dell’Epiro; di Laconia; di Molosso; di Cirene; i cani degli egiziani; quelli indiani; quelli melitensi.
Anche i Romani non si comportarono diversamente, e la loro classificazione è anch’essa imperniata solo sulla funzione: cani venatici (da caccia, suddivisi tra coloro che seguono, attaccano e rincorrono la selvaggina), quelli pastorales (da pastore) e villatici (cani da guardia alle case, alle fattorie, ai campi ecc.).
Una piccola novità la offre invece John Keys, meglio noto con l’appellativo di Dottor Caius, medico tra gli altri di regnanti come Edoardo VI (1537-1553), e le regine Maria I (1516-1558) ed Elisabetta (1533-1603). Nella sua classificazione datata 1576, oltre a diversi (e particolarmente analitici) gruppi di cani da caccia e da utilità, cita anche il gruppo dei Currish kind-degenerate, traducibile con “i cani dei saltimbanco”. Secondo Keys i cani da lavoro erano destinati alle fasce sociali medio-alte della popolazione; gli altri, i Currish kind-degenerate, erano invece destinati alle fasce più popolari, le meno nobili in tutti i sensi. Inizia dunque a insidiarsi una differenziazione sociale dell’animale cane. La stessa che poi darà vita a molte delle scelte che inconsciamente ancora oggi facciamo prediligendo una razza piuttosto che un’altra.

Per arrivare a una considerazione del cane non più dal solo punto di vista utilitaristico ma anche esteriore, morfologico, occorre aspettare il XIX secolo. Per la precisione Pierre Mégnin, medico veterinario dell’esercito francese, il quale nel 1897 divise le razze canine secondo un sistema ancora oggi in vigore: lupoidi (cani con testa a forma di piramide orizzontale, orecchie generalmente diritte, muso allungato e stretto, labbra piccole e serrate, quelle superiori non oltrepassano la base delle gengive inferiori); braccoidi (cani con testa a forma quasi prismatica, col muso egualmente lungo sia all’estremità sia alla base e separata dalla fronte da una depressione generalmente ben marcata, orecchie cadenti, labbra lunghe e pendenti, le superiori oltrepassanti il livello della gengiva inferiore); molossoidi (cani con testa voluminosa, rotonda o cuboide, orecchie piccole e cadenti, muso corto, labbra lunghe e spesse, corpo massiccio e normalmente di grande statura); graioidi (cani con testa a forma di cono allungato, cranio stretto, orecchie piccole coricate all’indietro e diritte, muso lungo e sottile in tutti i sensi e in linea retta con la fronte, naso saliente ed angolato, sporgente sulla bocca, labbra piccole e corte o serrate, corpo slanciato, membra fragili, ventre molto levrettato).

È a questo punto importante sottolineare come la selezione artificiale condotta dall’uomo sul cane (ciò che rappresenta il passo successivo alla domesticazione), per il 90% del periodo intercorso tra il primo contatto tra le due specie a oggi, sia stato dettato da ragioni pratiche. I soggetti destinati a riprodursi erano quelli con le maggiori doti sfruttabili per il lavoro: forza, aggressività, tempra, costituzione fisica ecc. La conseguenza è che per lunghi secoli ci troviamo di fronte a definizioni di cani, ad esempio “mastino”, che non identificano un particolare molosso, ma più genericamente un vasto universo di cani di stazza più o meno grossa e con caratteristiche fisico/caratteriali adatte alla lotta, la guardia, la guerra e la difesa. Solo da un paio di secoli, invece, con lo svilupparsi della cinognostica [1] e le conoscenze in ambito genetico, si è arrivati a produrre razze non necessariamente pensate per un ruolo pratico preciso.  

Lo svilupparsi dei criteri di selezioni moderni ha certamente fatto ordine in un guazzabuglio di veri e propri meticci, favorendo una razionalizzazione dei vari genotipi [2] e, di conseguenza, riassestando il fenotipo [3] delle razze che conosciamo oggi, ma a ben vedere ha anche favorito una vera e propria rivoluzione culturale che si può riassumere in poche parole: il cane non necessariamente dev’essere utile; può anche non fare nulla  e avere comunque piena dignità di esistere. 

Significativa in questo senso è la storia del bulldog inglese. Per secoli questo cane ha rappresentato un classico esempio di mastino usato per il combattimento con altri animali. Il nome stesso (bull + dog, cane da toro) evoca ancora oggi scontri cruenti con i bovini, resi ancora più atroci dal fatto che il cane doveva mordere il muso del povero avversario e cercare di resistere il più a lungo possibile senza mollare la presa. Azione del resto facilitata dalla conformazione prognata del muso che – attraverso una posizione arretrata del tartufo (naso) – permetteva al bulldog di continuare a respirare dalla narici pur avendo la bocca serrata.
Questa vera e propria pratica sportiva, detta bull-baiting, fu ampiamente perseguita almeno fino alla metà del XIX secolo. Poi, con l’insorgere di una nuova coscienza animalista e la conseguente introduzione di normative contro i combattimenti tra animali (nel 1834 in Francia; nel 1835 in Inghilterra), diventò una pratica illegale seppur portata avanti in periferia o in zone dove comunque la polizia chiudeva un occhio. L’effetto fu comunque devastante sulla razza. Il bulldog, che dobbiamo immaginare non certo piccolo e tozzo come quello odierno, semmai più grande e simile all’attuale bulldog americano, si trovò quasi di colpo senza impiego. Inoltre  i soggetti allora esistenti avevano un tasso di aggressività interspecifica [4] elevati e comunque incompatibili con una facile gestione quotidiana.
Iniziò allora da qui una straordinaria azione di riconversione della razza che doveva intervenire sulla stazza (non erano più necessari cani grossi) ma soprattutto sul carattere. Attraverso selezioni mirate il cane iniziò allora a rimpicciolirsi e a incrementare le sue doti di docilità e socialità, per farne non più un cane “da lavoro” ma un good citizen dog, un “cane buon cittadino, come si usa dire da qualche anno.
Nel 1864 Samuel Wickens, usando lo pseudonimo Philo-Kuon (amico del cane), scrisse il primo standard della razza, dando di fatto le prime direttive di quello che oggi chiamiamo english bulldog e chiudendo definitivamente una pagina di storia.

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SEGUE CAP. 5



[1] Scienza che valuta le razze canine per i loro caratteri morfologici e fisiologici esteriori e individuare così per ciascuna razza la migliore utilizzazione e il massimo rendimento.
[2] Per genotipo si intende la costituzione genetica di un organismo
[3] L’aspetto esteriore
[4] Rivolta cioè verso soggetti di una specie diversa

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 3

Il lavoro... non nobilita il lupo

Chiarito il fatto che tra uomo e canidi si è instaurato nei millenni scorsi un tipo di relazione opportunistica, è giunto il momento di verificare quali frutti questa abbia comportato.

Diciamo subito che ci troviamo di fronte a un rapporto assolutamente sproporzionato a favore dell’uomo. Sfruttando le capacità innate dei canidi selvatici di individuare, tallonare e bloccare le prede, gli uomini primitivi hanno presto imparato che i canidi potevano essere dei validi aiutanti nella caccia. È allora probabile che, almeno in una prima fase, i cacciatori si limitassero a seguire i branchi di lupi nelle loro battute, intervenendo nel momento in cui la preda veniva individuata. I canidi, per parte loro, devono essersi abituati presto a non temere l’uomo, ma per farlo almeno in un primo momento devono aver imparato che quei simil-scimmioni a due zampe non rappresentavano di fatto una seria competizione nella caccia. È dunque merito dei nostri antenati l’essere intervenuti nelle dinamiche del branco in maniera graduale, facendosi accettare come collaboratori, se non proprio come “osservatori” perlopiù innocui.
Diverso è invece il discorso nel momento in cui alcuni cuccioli hanno iniziato a crescere all’interno degli insediamenti umani. Generazione dopo generazione, approfittando del fatto che non dovevano più impegnarsi per ottenere quel cibo che l’uomo stesso gli forniva, piano piano hanno imparato a vedere nei bipedi i loro nuovi capibranco, e a delegare a loro quasi ogni responsabilità.

Questo è d’altra parte un atteggiamento perfettamente in linea con l’etologia del lupo selvatico e con la psicologia del cane moderno. In natura chi è sottomesso al cosiddetto lupo alfa, il leader indiscusso, continua a “lavorare” per il bene dell’intero gruppo, ma si priva (più o meno volentieri) delle incombenze che spettano al capo. Allo stesso modo il cane che vive serenamente la sua condizione di sottomesso al padrone, non va incontro a stress o a conflitti interiori, in quanto – per usare un paragone pretenzioso – è come l’ultimo impiegato di una grande multinazionale che si preoccupa solo di arrivare allo stipendio del 27 del mese senza subire le tensioni legate al dover guidare l’azienda.

Delegare l’uomo, però, non vuol dire rinunciare ai propri istinti. È per questo che l’uomo ha potuto arrivare a gestire quelli che ormai sono diventati dei proto-cani e a impiegarli con successo nella caccia. Pratiche venatorie come tallonare la preda, scovarla, inseguirla e bloccarla, che oggi vedono razze specializzate (nell’ordine: i segugi, i cani da tana, i levrieri e i molossi), non sono altro che pratiche comuni di un comune canide cacciatore. Fanno parte di un suo modus operandi istintivo. Il problema più grosso dev’essere stato semmai bloccare l’ultima e naturale fase di questa procedura: divorare la preda. È allora facile immaginare quali scontri cruenti si siano verificati tra gli uomini primitivi che, magari con minacce, urla e gesti, hanno cercato di scacciare i canidi dalla loro preda insanguinata, rivendicando in questo modo il loro diritto di capibranco a consumare per primi il pasto.
Ma anche in questo caso l’etologia del lupo è venuta incontro. Al lupo alfa, o meglio alla coppia dominante formata il più delle volte da un maschio e una femmina alfa, spetta di fatto il diritto di nutrirsi non solo per primi, ma anche delle parti dell’animale considerate più ricche di sostanze nutritive. Quindi diventò presto quasi naturale che gli uomini si arrogassero il diritto di riempirsi la pancia, a scapito dei canidi a cui restavano invece ossa e scarsi brandelli di carne.

Dobbiamo allora immaginare, per un periodo di diversi millenni, schiere di cacciatori nomadi muoversi in lungo e in largo, accompagnati a breve distanza da piccoli branchi di animali ormai in piena fase di domesticazione. E anche in questo caso quel rapporto opportunistico ma democratico tra le due specie viene riconfermato: tu lupo mi aiuti a cacciare e in cambio ricevi del cibo.

Inizia in questa fase un seppur primordiale ruolo di cane da lavoro e che si rivelerà fondamentale per capire come oggi si sia arrivati ad avere la tribù del guinzaglio. Infatti, se in termini di tempo immaginassimo di rappresentare il periodo che va da 15 mila anni fa ad oggi in una linea orizzontale lunga 15 centimetri, potremmo dire che almeno per i primi 14,8 centimetri il cane è stato visto solo come strumento di lavoro. Per i restanti 2 millimetri è stato invece visto anche come qualcosa d’altro: compagno, supporto, amico ecc. Si capisce allora bene quale ruolo abbia avuto la funzione lavoro nel rapporto uomo-cane, e come invece in soli pochissimi secoli questa relazione si sia trasformata, facendo dell’animale qualcosa che prima non era mai stato.

Il prezzo pagato per “essersi venduto per un pezzo di carne” da parte del lupo è stato dunque altissimo: lavorare non più per se stesso ma per qualcun altro: l’uomo.

Intorno a 8 mila anni fa, in occasione di quella che gli studiosi chiamano la rivoluzione neolitica, questo “giogo” a cui l’uomo ha posto i canidi peggiora ulteriormente. In quest’epoca l’uomo tende infatti a essere sempre meno cacciatore nomade per diventare stanziale. Con la nascita dell’agricoltura e il diffondersi della pastorizia, i nostri antenati iniziano a  produrre più beni di quelli che potevano consumare nel giro di pochi giorni. E iniziano anche a stabilirsi in villaggi perlopiù stabili.
A questo punto cambia il ruolo del proto-cane: non più solo collaboratore nella caccia, ma anche guardiano dei beni del capo. Ruolo, anche questo, perfettamente in linea con  il suo istinto naturale di difendere il territorio e ciò che vi è contenuto.

Accade però a questo punto un qualcosa di fondamentale nella storia della mente del cane. Per la prima volta l’animale cede quello che era stato il suo ambiente connaturale da milioni di anni (gli spazi liberi della steppa, della tundra e della foresta) e accetta – suo malgrado – di essere confinato negli spazi dell’uomo: l’accampamento e tutt’al più le terre limitrofe. Non più allora cacciatori liberi che hanno accettato di avere come compagni i primitivi nomadi, ma “proto-cani da salotto”, che iniziano proprio da qui ad abituarsi a considerare il loro territorio quello che oggi per noi è il cortile, il parchetto dietro casa, il monolocale. Il lupo, insomma, inizia a diventare cane.      

Proprio la vita all’interno di quello che da ora in poi sarà il territorio dell’uomo, ha da questo momento in poi dato origine alle mille specializzazioni che il cane ha assunto nel corso dei tempi: cane da pastore, cane da difesa, cane per la lotta agli animali nocivi (come nel caso dei terrier, gruppo di fatto selezionato in gran parte per questo compito, ad eccezione di quelli usati per la caccia, come il fox terrier, o per la difesa, come l’airedale terrier), cane da guerra.

Attraverso il lavoro, il cane perde insomma la sua identità, fino a rivoltarsi quasi contro se stesso. È il caso di quelle razze allevate con lo specifico compito di difendere i beni del padrone affrontando il lupo: l’irish wolfhound  (che nel nome stesso, wolf + hound, cacciatore di lupi, porta scritto il suo destino), il pastore maremmano abruzzese, il pastore di Ciarplanina, i pastori ungheresi come il puli ed il mudi ecc.

Attraverso il lavoro, il rapporto democratico che fino ad ora ha regolato in maniera non declamata ma istintiva il rapporto uomo-cane, si sbilancia ulteriormente a favore dell’uomo. E da democratico passa a essere egemonico, totalitario. L’uomo, ormai sapiente gestore delle attitudini canine, ne diventa il padrone assoluto, in grado di deciderne in qualsiasi momento la vita o la morte.

Eppure, durante tutti quei 14,8 centimetri di cui s’è detto prima, e nonostante questo strapotere umano, è perlopiù rimasto un elemento fondamentale che non ha trasformato il cane in un misero schiavo: il rispetto. Lo stesso che negli ultimi 2 millimetri di storia s’è perso. E le conseguenze sono evidenti: cani trasformati in bambolotti, amanti, surrogati di figli perduti o mai nati, oggetti delle nostre miserie umane.

Recita un vecchio adagio balcanico: “A un uomo felice occorrono tre cose: aver bevuto l’acqua del Monte Liuboten, aver ricevuto i baci delle ragazze di Prizzen e possedere un Sarplaninac [pastore di Ciarplanina, ndr]”.

Eccolo il rispetto. Sta tutto in quel “possedere un Sarplaninac”, fonte di felicità ma anche di orgoglio per pastori abituati a rapporti pragmatici, spicci, ma profondamente leali con gli esseri verso cui provano... rispetto. E di citazioni del genere se ne possono trovare infinite. Testimonianze di rapporti certo duri, poco o nulla propensi alle smancerie, eppure il più delle volte corroborati da un tipo di interazione quasi cameratesco, da uomo a uomo. “Tu lavori, bene, e io ti procuro da mangiare, ti offro un riparo per la notte e ti rispetto. Tu non lavori bene, allora ti ammazzo”. Semplice. Lineare. Crudele, certo, ma onesto.  


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SEGUE CAP. 4

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 2

Il lupo che s'è venduto per un pezzo di carne

L
à dove le onde dell'oceano si infrangono sulla scogliera in un ribolllire di spuma, è nata una leggenda. Narra la storia che un giorno Dio, volgendosi a contemplare il suo operato, vide un'isola flagellata dalle tempeste un piccolo popolo di pescatori. Quegli uomini rudi lottavano arditamente contro la natura impervia, ma il gelo dell'inverno e le coste impietose a volte avevano ragione di loro e il mare chiedeva spesso sacrifici di vite umane. Ciononostante essi rimanevano abbarbicati a quella terra con una ostinazione che era pari solo al loro coraggio.
Vide Dio e si impietosì e studiò come poter alleviare la loro sofferenza. Cercò fra le sue creature una che potesse servire allo scopo, ma non la trovò. Decise allora di crearla.
Prese il corpo di un orso: l’ossatura possente ben si prestava alle dure fatiche e la folta pelliccia avrebbe consentito di resistere al freddo. Pensò poi di addolcirne i contorni con la flessuosità della foca, perché sapesse nuotare e potesse scivolar via veloce fra le onde. E, volgendo lo sguardo al mare, incontrò i delfini che seguivano allegri e curiosi le navi. I loro piccoli occhi gioiosi rivelavano un animo sereno e in più essi amavano l’uomo fino a salvargli la vita: non poteva dimenticarli.
Plasmò e plasmò ed ecco uscire dalla mirabile forza creatrice un animale superbo, dal pelame lucente, possente e dolce a un tempo. Quell’essere però doveva avere anche una fedeltà a tutta prova, vivere accanto all’uomo ed essere pronto a offrire la sua vita per lui. Gli mise allora in petto un cuore di cane e il miracolo fu compiuto.  Da quel giorno gli uomini di mare ebbero accanto un compagno coraggioso, forte e fedele: il Terranova! 

(La leggenda del Terranova, da Emmy Bruno, Il cane di Terranova, Gruppo Mursia Editore, 1991).  

Opportunismo. È questa la parola chiave, "l’elemento chimico" con il quale è possibile spiegare la reazione che ha dato vita alla scintilla della cinofilia. O almeno di quella primigenia.
Da una parte abbiamo quello dell’uomo, evidenziato già nel capitolo precedente e in molti casi curiosamente elevato a livello di mito, come nell’affascinante Leggenda del Terranova dei nativi d’America, appena citata. In questo caso l’umanità sembra quasi non avere remore a manifestare la propria debolezza; così manifesta da impietosire la stessa divinità  (“Vide Dio e si impietosì e studiò come poter alleviare la loro sofferenza”), la quale decide di creare un animale completamente nuovo: il cane di Terranova. In altri casi è sempre un essere superiore a intervenire a fronte dell’incapacità umana di sopravvivere in una natura che appare sempre più ostile, come nel caso del dio lupo Picvu’cin che invia sulla Terra delle renne, cioè cibo, per i poveri uomini. In altri ancora, come nel caso di Anubi e  Fenrir (vedi ancora il capitolo 1), la divinità animale va oltre un semplice intervento salva-vita, e arriva persino a incarnare la morte. 
Dall’altra troviamo l’opportunismo prima del lupo e poi di quei proto-cani da cui è nato in seguito il Canis familiaris, il cane domestico come lo conosciamo oggi. Niente smancerie, dunque. Nessuna scelta dettata dal quel sentimento d’amore che comunque rappresenta il miracolo più eclatante dell’intera storia della domesticazione canina. Solo interesse di entrambe le parti in gioco, in un rapporto già definito come democratico.

Eppure sorprende come i canidi abbiano potuto cedere sui fronti della loro libertà, identità e indipendenza per diventare di fatto quasi del tutto dipendenti dall’uomo. Stupisce come animali così intelligenti e tanto autonomi da inserirsi in maniera straordinaria nell’intero ciclo vitale, abbiano potuto prendere quell’abbaglio di cui ironizzano i ricercatori.
A ben vedere, però, la chiave di tutto questo è insita nell’etologia stessa dei canidi selvatici, e del lupo in particolare: opportunismo. Sì. Il lupo selvatico agisce anche secondo regole dettate dall’opportunismo: se può risparmiare energia, vivere in maniera più sicura, proteggere meglio la prole ecc. si può stare sicuri che sceglierà la via più semplice. La stessa che magari contrasta con la sua fama irreale di predatore romantico.
Ce lo insegnano i branchi di lupi che oggi fanno razzie nelle discariche a cielo aperto. Detto semplicemente: chi glielo fa fare di dare la caccia a ungulati spesso molto combattivi e rischiare cornate, zoccolate sul muso, traumi e ferite mortali, quando magari, a fondo valle, riescono a trovare ossa e scarti di carne a portata di mano?
Pur prescindendo da questi casi tristissimi, è comunque risaputo che i branchi di lupi in genere scelgono le prede che possono risultare più facili da catturare: animali giovani, anziani, malati. Oppure anche singoli soggetti, magari in piena salute, ma che si trovano occasionalmente (o volutamente, grazie alle strategie di caccia dei lupi) isolati dal resto del gruppo e quindi risultano più vulnerabili. Da qui il loro ruolo anche di “spazzini”, di regolatori naturali della popolazione degli erbivori.   

A questo punto risulta chiaro come l’opportunità di un "cibo facile" come quello offerto dall’uomo oppure lasciato a loro disposizione ai margini degli accampamenti, abbia determinato un cambio di strategia lupina, trasformando una proverbiale diffidenza (la stessa che nonostante tutto ha salvato la pelle dell’intera specie ancora oggi) in una timida occasione di avvicinamento.
Fare un’enunciazione decisamente forte come “il lupo s’è venduto per un pezzo di carne”, forse farà storcere la bocca ai più, ma di fatto è vera. O lo è almeno per quei progenitori – quelli che rappresentano la base del processo di domesticazione - che da selvatici sono diventati semi-selvatici (proto-cani) e infine animali domesticati.

Prima di procedere occorre a questo punto sgombrare il campo da una possibile, seppur affascinante, illusione: il processo di domesticazione dei canidi selvatici che ha dato origine al cane appare oggi perlopiù irripetibile. Quello che è successo resta dunque quasi un unicum nella storia dell’uomo.
Lo confermano i ripetuti tentativi di addomesticare lupi selvatici, conclusi nella stragrande maggioranza dei casi in insuccessi completi o comunque significativi. L’obiettivo al quale si può arrivare è tutt’al più quello di avere soggetti che non temono l’uomo; e, in casi più unici che rari, a soggetti che convivono con esso. Praticamente mai però si arriva ad avere una domesticazione completa e affidabile: l’animale conserva sempre una pericolosissima vena selvatica che, una volta che emerge nei frangenti meno prevedibili, rischia di avere conseguenze letali.
Lo dimostrano d’altra parte i felidi ammaestrati nei circi: tigri e leoni ogni tanto assurgono agli onori della cronaca per aver assalito il domatore. Segno evidente che l’uomo, pur in anni di addestramento e partendo magari da soggetti già nati in cattività, non è in grado di controllare completamente cuore, istinto e cervello del selvatico.

Com’è stato possibile allora arrivare ai proto-cani? La risposta sta probabilmente in un processo che non dura anni (come può essere nel caso dei circhi) ma millenni interi. È in un susseguirsi di generazioni di uomini primitivi che con tutta probabilità hanno pagato un prezzo altissimo fatto di assalti letali, e che con pazienza e intuito hanno selezionato (leggi: allevato e non ucciso) quei soggetti che più di altri erano docili, cioè dimostravano una maggiore tendenza ad accettare l’uomo come loro capobranco. Ma, ripeto, parliamo di millenni. Fino ad arrivare ad avere quei proto-cani (cioè simil-lupi però non più lupi) che di fatto rappresentano una nuova specie rispetto al Canis lupus (lupo), al Canis aureus (sciacallo dorato) e a tutti gli altri canidi selvatici.

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SEGUE CAP. 3

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 1

Alle radici della cinofilia: tra cane e uomo un "rapporto democratico" 

Una piccola schiera di figure nude, di selvaggi, cammina attraverso l’erba alta della steppa. Portano lance dalla punta d’osso, alcuni hanno persino arco e frecce. (...) Non sono ancora uomini liberi, non sono i signori della terra, ma creature inseguite che in ogni cespuglio temono un pericolo.
(...) E così l’orda avanza, stanca e silenziosa. (...) D’improvviso, come caprioli che si arrestano a fiutare l’aria, tutte le teste si volgono nella stessa direzione, tese in ascolto. (...) È uno sciacallo che lancia il suo urlo. Stranamente colpita, l’orda si arresta e ascolta quel saluto, ricordo di tempi migliori e meno pericolosi. E d’un tratto il giovane capo, dalla fronte alta, fa qualcosa che agli altri appare incomprensibile: stacca un pezzo di carne dal magro bottino e lo getta a terra.
Può darsi che gli altri si arrabbino, dopotutto non vivono tanto nell’abbondanza da permettersi di seminare cibo nella steppa. Probabilmente neppure il giovane sa con chiarezza perché lo ha fatto; è un gesto dettato dal cuore, forse voleva avere gli sciacalli vicini a sé. Comunque sia, egli continua a deporre di tanto in tanto un pezzetto di cinghiale sul suo cammino.
(...) D’un tratto di nuovo l’urlo degli sciacalli. Le bestie hanno trovato i pezzi di carne e seguendo quella traccia si accostano al bivacco. Allora uno del gruppo alza gli occhi interrogativi sul capo, poi si leva e va a deporre delle ossa a una certa distanza, dove ancora giunge il riflesso del fuoco. Un evento memorabile: per la prima volta l’uomo ha nutrito di sua mano un animale che gli è utile.   

Questo è il famoso incipit del libro E l’uomo incontrò il cane [1] in cui l’etologo e Premio Nobel per la medicina Konrad Lorenz (1903-1989) rievoca quello che potrebbe essere stato il momento in cui, per la prima volta nella storia, scocca la scintilla della cinofilia. Una sorta di Big Bang, però questa volta non più fisico semmai emotivo, destinato tuttavia a produrre un’analoga e continua espansione di reazioni in tutto il creato.

Ma le cose sono andate veramente così? "Molto probabilmente", scrive l’etologo Roberto Marchesini [2] riferendosi al titolo del libro di Lorenz, "il nostro angolo di prospettiva pecca di antropocentrismo giacché è molto più verosimile che sia stato il cane a incontrare l’uomo, ossia ad avvicinarsi agli accampamenti degli ominidi e non viceversa".
A dire il vero, però, poco importa ai fini di questo libro verificare da chi abbia avuto inizio questo straordinario rapporto umano-animale. Sarebbe un po’ come cercare di capire, in una splendida e lunghissima storia d’amore tra uomo e donna, chi dei due si sia innamorato per primo. L’importante è il risultato: la coppia. E, nel caso del cane, l’importante è che da millenni le due specie abbiano trovato un’intesa, un modo più o meno efficace di comprendersi a vicenda e – cosa non da poco – un modo di convivere quietamente. Nonostante talvolta nel cane riemerga la sua natura animale più profonda e reagisca con la violenza a quelle che, giustamente o ingiustamente, ritiene siano state delle minacce (a tutti i livelli, quindi anche sul piano emotivo, ad esempio della gelosia) nei suoi confronti.
La cinofilia, dunque nasce con l’uomo. La letteratura "classica" parla in questo senso di un processo di domesticazione del cane che risalirebbe a circa 15 mila anni fa. Si tratta di una tesi suffragata dai reperti archeologici, di cui i più datati si collocano appunto tra i 16 ed i 13 mila anni fa. Eppure negli ultimi anni nuove teorie portate avanti nel 1997 da Robert Wayne e nel 2002 da Peter Savolainen retrodaterebbero questo incontro tra uomo e cane molto più indietro: in un periodo compreso tra i 135  ed i 76 mila anni fa. In piena età dell’uomo di Neanderthal. Vale a dire agli albori della razza umana così come la conosciamo oggi.
E non è una questione da poco. Se Wayne e Savolainen avessero ragione, o se comunque la data dei 15 mila anni dovesse comunque essere spostata molto più indietro, vorrebbe dire che uomo e cane di fatto sono cresciuti assieme. Sono evoluti assieme. "Se davvero la partnership con il cane fosse ascrivibile a oltre 100.000 anni fa", scrive Roberto Marchesini[3], "allora potremmo essere autorizzati a ritenere tale interazione non solo di carattere culturale, ma addirittura di carattere coevolutivo. Sarebbe cioè plausibile pensare che anche il cane in qualche modo ci abbia selezionati, offrendo un vantaggio competitivo a quei soggetti che erano predisposti a creare legami simbiontici con lui".

Si apre a questo punto uno scenario interessante per capire come oggi si sia arrivati ad avere la tribù del guinzaglio, ovvero un gruppo sociale comunemente chiamato di "cinofili", che riconosce i suoi membri, i quali a loro volta adottano un gergo e regole di comportamento pressoché condivise e univoche. La cinofilia nasce sotto forma di una relazione democratica. Uomo e cane, cioè, contribuiscono entrambi e ognuno per ciò che sa fare meglio, a mantenere viva la relazione attraverso una reciproca cessione di prodotti (cibo) e servizi (guardia e collaborazione nella caccia). L’uomo offre del cibo o comunque permette ai canidi di nutrirsi degli scarti sdoganati alla periferia degli accampamenti; i canidi, per parte loro, già solo con la loro presenza pressoché stanziale ai limiti dell’agglomerato umano, riescono a tenere lontani altri e più pericolosi predatori; con il passare del tempo arriveranno poi a collaborare in maniera più o meno attiva all’attività venatoria dell’uomo.   
Sia chiara però una cosa. I canidi di 15 mila anni fa, esattamente come i lupi selvatici di oggi, non avevano bisogno dell’uomo. Madre natura li aveva già provvisti di tutti gli strumenti necessari per vivere, riprodursi e gestire al meglio la loro nicchia biologica. Discorso diverso invece riguarda invece l’uomo. Non dimentichiamo infatti che il lupo si sviluppa sulla faccia della Terra nel periodo del Pliocene (2 milioni di anni fa), vale a dire un tempo enorme prima della comparsa della sua versione domestica, il cane. È dunque un animale che ha potuto sviluppare al meglio le sue tecniche di caccia e sopravvivenza. Certamente molto di più dell’uomo che solo in età più tarda riuscì a costruire strumenti efficaci per cacciare. C’è allora da chiedersi: quanto vantaggio ha ottenuto l’uomo dall'avere al fianco animali come i primi canidi addomesticati?
Sicuramente grande. Molto più grande rispetto a quello goduto dal lupo/cane, il quale tutt'al più ci ha guadagnato in comodità: invece che penare l’anima per cacciare, si trovava del cibo già facilmente disponibile. Un po’ come nei supermercati moderni. E allora, restando all'interno di questa metafora: qual è il prezzo che lui ha dovuto pagare alla cassa?  Un prezzo altissimo: la sua libertà; la sua identità; la sua indipendenza

Il punto su cui è importante ragionare è che il processo di domesticazione portato avanti dall’uomo ha avuto come oggetto animali perfettamente selvatici e indipendenti. Quei “proto-cani” che in un modo o nell’altro hanno superato la naturale diffidenza e hanno deciso di avvicinare l’uomo, lo hanno dunque fatto non per necessità, ma per scelta autonoma. Sta poi all’uomo l’aver corrotto questa primaria relazione democratica, trasformandolo in un rapporto egemonico, totalitario. E finanche stupido. Scrive a questo proposito Cristina Baraldi, medico veterinario in un articolo su Internet: “Va sottolineato che la domesticazione del cane non è avvenuta su basi di coercizione ma, come scherzano alcuni ricercatori, in seguito a una sorta di 'grande abbaglio' preso dai lupi: da alcuni lupi che hanno cominciato a far riferimento a un altro mammifero, un bipede molto intelligente e capace di nutrire e proteggere efficacemente il suo clan”.
È chiaro a questo punto che la visione antropocentrica che vede l’uomo come colui che “incontra il cane”, quasi gli concedesse di godere della sua amicizia, va rivoltata completamente. È semmai il canide a decidere che forse valeva la pena di dare un’occhiata a questo strano essere a due zampe, non fosse altro che per quella subdola (ma formidabile in natura) forma di adescamento rappresentata dal cibo. Quindi sarebbe più giusto dire che l’uomo ha corrotto il lupo perché lui ne aveva bisogno. Lui era il più debole. Lui, e solo lui, era l’essere “imperfetto”.

Questa scomoda, ma a questo punto incontrovertibile, ammissione di debolezza di noi umani nei confronti dei canidi è suffragata anche dal mito. In Israele, presso il sito di Ein Mallah, è stato individuato un reperto archeologico formidabile: una tomba, risalente a 12 mila anni fa, in cui è stato sepolto un uomo anziano che appoggia la testa e la mano su un cucciolo.
Cosa ci suggerisce questa scoperta? In primo luogo ci dà una conferma del fatto che a quel tempo il proto-cane aveva già assunto una dignità tale nella cultura umana da permettergli di essere seppellito con l’uomo. Ben lungi dalla cultura islamica per la quale il cane è un essere impuro, in questo caso non solo l’animale è “puro” abbastanza da non rischiare di contaminare l’ultimo viaggio del vecchio padrone, ma viene anche suggellato, quasi onorato quel rapporto di amore che ha legato i due in vita.
Certo, si tratta a prima vista di un caso di atteggiamento protettivo dell’uomo verso il cucciolo (l’uomo gli appoggia la mano sopra, quasi a volerlo difendere come un figlio). Eppure la testa dell’uomo appoggiata al cane fa trapelare anche un’altra interpretazione: è l’uomo stesso che cerca calore, conforto, con un gesto che richiama molto il bimbo che cerca rassicurazione nel petto della madre.
Ecco allora un’ulteriore conferma di quella relazione democratica di cui s’è detto sopra: l’uomo protegge il cane; il cane protegge l’uomo. Nessuno, di fronte alla morte, può assurgere il diritto di essere padrone dell’altro.  

Un altro reperto grossomodo della stessa epoca è ancora più interessante: è lo scheletro di una ragazza, sepolta in posizione fetale assieme a quattro canidi con il muso rivolto verso i punti cardinali. In questo caso l’ammissione inconscia di debolezza umana di fronte al cane è pressoché evidente: all’animale si chiede di proteggere l’anima della giovane dalle minacce che possono arrivare da ogni parte, esattamente come con tutta probabilità faceva in vita. L’uomo è debole. Di fronte alla morte non ha più poteri. I canidi invece sì.
Questo rapporto speciale dei canidi con la morte trova d’altra parte ampie conferme in ogni parte del globo e in ogni tempo. Basti pensare al dio egiziano Anubi: una divinità che proteggeva le necropoli e il regno dei morti, rappresentato originariamente come un cane dal pelo rossiccio e la coda lunga e poi, a partire dal 1500 a.C, con il corpo di uomo e la testa di cane, identificata poi come testa di sciacallo per rappresentare l’animale che si nutre di carogne ed è quindi strettamente connesso alla morte.
Nella mitologia germanica, invece, il lupo Fenrir è la terribile incarnazione del male e della morte, in grado addirittura di ingoiare vivo un guerriero che è anche un mito del bene: Odino. 
Per il popolo siberiano dei Ciukci esiste un dio lupo di nome Picvu’cin che manda loro le renne (vita), ma pretende anche in cambio dei sacrifici animali (morte).
Uno dei casi più affascinanti è infine quello del chihuahua. Caratteristica di questa razza è ancora oggi la presenza della cosiddetta mallera, una lieve fessura nella parte superiore del cranio determinata da una non completa fusione delle ossa del cranio. La mallera, detta anche fontanella, è tipica anche dei neonati. Solo che in questi ultimi è destinata a chiudersi nel giro di breve tempo. Nel chihuahua invece no. Resta aperta. E proprio attraverso questa fessura le antiche popolazioni del Messico pensavano che il cane potesse dialogare con gli dei. Da qui nasce la considerazione del chihuahua come cane dotato di poteri soprannaturali, e responsabile di un ruolo tanto delicato quanto importante: accompagnare le anime dei morti nel loro ultimo viaggio verso le terre ultraterrene.

Se dunque il reciproco interesse pratico è la ragione prima (e forse meno romantica rispetto a quello che si potrebbe sognare) di questo fatidico incontro tra uomo e cane, c’è anche da dire che certamente fin da subito si dev’essere creato anche un certo qual legame affettivo tra le due specie. Quello che poi rappresenterà in effetti il vero collante della cinofilia. Sarebbe difatti un errore non attribuire anche ai primi uomini primitivi una certa predisposizione naturale a provare sentimenti come tenerezza, istinto protettivo, solitudine.
La scienza ci conferma poi che di fronte a un cucciolo, fosse anche di lupo, inconsciamente noi uomini siamo portati a provare sentimenti di tenerezza, di protezione. Gli occhi grandi propri dei cuccioli, così come l’aspetto “tondeggiante” di tutto quel corpino, spiega tra gli altri lo zoologo inglese Desmond Morris, solleticano in modo profondo il nostro istinto paterno/materno inducendoci a mettere da parte ogni possibile atteggiamento di diffidenza o peggio ostile e, anzi, spingendoci a prenderci cura di lui. Esattamente come accade per il neonato.

Ci troviamo allora di fronte a un mix formidabile di elementi, in grado di gettare basi solide di quella relazione che ancora oggi, seppur in parte deviata, esiste tra cani e umani: utilità e sentimento. Due fattori la cui persistenza è tuttavia legata proprio al loro essere presenti contemporaneamente.
In tempi durissimi come quelli vissuti dai nostri antenati, dove l’istinto di sopravvivenza e la conseguente ricerca di cibo si poneva come l’obiettivo primario giorno dopo giorno, sarebbe stato impensabile lo scoccare di questa scintilla emotiva se quei proto-cani non fossero stati anche utili: a procurare cibo e poi in seguito a difendere territorio e beni da altri predatori. Resta insomma difficile da pensare che un Homo sapiens non avesse mai provato un moto di tenerezza nei confronti di un cucciolo di erbivoro, magari orfano della madre appena uccisa. Solo che quel piccoletto non aveva altra funzione pratica che sfamare la tribù per un giorno. Era quindi un’utilità immediata, esauribile in poche ore, e pertanto non sufficientemente duratura da permettere a questi ominidi di coltivarla e alimentarla, spinti anche da un puro moto d’animo.

Proprio il fattore utilità è infine quello che più di altri ha deciso il destino del cane e della cinofilia. Lungi da pur romantiche ma non vere considerazioni, la domesticazione del cane trova nel tornaconto utilitaristico da parte dell’uomo il 98% della sua ragione d’essere. Il restante 2% è invece rappresentato da quel moto affettivo che pur ha rappresentato la benzina necessaria per far muovere questa imponente (e per molto tempo empirica), macchina in grado di produrre le attuali 400 e più razze canine, a partire da uno sparuto gruppo di canidi progenitori. E, come vedremo nei prossimi capitoli, sta proprio nel corrompersi di questa preponderanza dell’aspetto “utilità” che nascono i primi semi di quella degenerazione del rapporto tra uomo e cane a cui assistiamo oggi.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 2


[1] Adelphi Edizioni, Milano 1973
[2] I Nostri Cani, febbraio 2002
[3] Marchesini, articolo citato