lunedì 26 settembre 2011

Quelle parole capaci di fermare il tempo

Se un augurio c’è di quelli che desidero fare di cuore a quei corsisti che a breve seguiranno il primo Corso di Giornalismo Cinofilo a Monza, uno è sicuramente quello di provare – anche solo per una volta – quel brivido sottile di piacere che ti dà il vedere il tuo nome pubblicato sotto ad un articolo.
Non importa se il giornale sia un periodico locale oppure una testata nazionale. E non importa nemmeno se tratta argomenti di cronaca, computer oppure di cani. L’effetto è grossomodo lo stesso: quello di fermare per un attimo il tempo. Per assurdo, allora, l’anno non inizia più il primo giorno di gennaio, ma quello in cui è uscito quell’articolo. Prima c’è il vuoto. Poi ci sono quelle colonne di giornale, tanto belle che ai nostri occhi sembrano quasi una scultura di carta. E da lì riprende a scorrere il tempo. Che però non sarà più come prima. Perché in qualche modo una piccolissima traccia resterà di noi. Magari nella cantina di qualche biblioteca. Oppure in quel non-spazio, non-tempo che è internet.

Sulla rete, avvertono gli esperti, “nulla va perso e tutto resta in memoria”. Per questo è bene evitare di pubblicare commenti o foto che diano di noi un’immagine deformata, magari persino imbarazzante, pubblicata quando eravamo ancora giovani e forse sciocchi. Perché prima o poi, a distanza di anni, qualcuno potrà comunque vederli dietro a byte non corrosi dall’umidità o dall’oblio. Per contro, però, la digitalizzazione del giornale con il nostro articolo ci fa quasi sfiorare il brivido di un'immortalità elettronica. Noi ci siamo, in quel remoto gruppo di byte tra i miliardi di altri esistenti e in continua evoluzione. Ma ci siamo. Con le nostre parole. Con quel misto di cuore, ansia, entusiasmo e spirito critico che sta dietro a ogni articolo. E il brivido di quel giorno, di quella “prima volta”, resterà anche quando saremo al cinquecentesimo pezzo scritto in mezz’ora perché il giornale chiude.

Figli, se non proprio nipoti di quei sognatori che anche solo per un momento hanno pensato e sperato che le parole potessero cambiare il mondo, chi sceglie il giornalismo - soprattutto quello più lento e ragionato del periodico più che della cronaca quotidiana -  in fondo gioca ancora a immaginare di poter fermare il tempo in una fotografia di carta che ama poi rileggere giorni dopo. Oppure anni dopo, tuffandosi in questo modo in un amarcord che ha il potere di rievocare gli stessi sentimenti provati nella stesura di quelle parole.

Il mio grande desiderio è restare fulminato sull’ultima parola di un articolo che i miei lettori possano leggere mentre mi accompagnano al cimitero”, scrisse Indro Montanelli nel 1980. Ora... capisco perché...

giovedì 22 settembre 2011

Facciamo memoria... della razza

Esiste in cinofilia una parolina quasi magica che, da sola, potrebbe evitarci una miriade di errori e permetterci di vivere più serenamente con il nostro cane. Si chiama memoria di razza ed è traducibile più o meno così: quell’insieme di attitudini naturali, acquisite grazie al fatto di discendere da un certo tipo di cani impiegati in compiti particolari, che ne possono determinare azioni e reazioni. Il cane, insomma, agisce in un certo modo poiché nei suoi geni permane quasi un ricordo di quello che i suoi avi hanno fatto per secoli.

Un caso classico è quello del cane da pastore. Se mettete un cucciolone di cane da pastore al fianco di un adulto esperto nel condurre le greggi, è facile che il piccolo impari molto più in fretta a svolgere lo stesso tipo di lavoro per un processo di “imitazione” dell’adulto (detto anche processo allelomimetico) ma anche per una sua specifica memoria di razza. Il cucciolone dunque è come se risvegliasse in sé nozioni che ha ereditato inconsapevolmente dai suoi nonni e bisnonni, e che ora può mettere in atto, quasi come se sapesse già cosa fare.

Il concetto di memoria di razza, come dicevo prima, ci permette di evitare molti errori. Ad esempio chi si ricorda, oggi, che il pit bull ha in sé una specifica aggressività nei confronti dei suoi simili (detta anche aggressività intraspecifica) poiché per decenni è stato usato per aggredire gli altri cani nei combattimenti? Non c’è allora da stupirsi se oggi questa razza manifesta quasi inevitabilmente, se non proprio un grado di aggressività, almeno di scarsa tolleranza nei confronti degli altri quattro zampe. Da qui, però, a dichiarare il pit bull pericoloso anche per l’uomo, ce ne passa. O più semplicemente: non è affatto detto che sia così. Per il semplice fatto che, sempre da decenni, questo cane è stato invece abituato a soccombere ai voleri dell’uomo. E chi si fosse ribellato a questa regola, probabilmente non avrebbe visto l’alba del giorno dopo.

Un altro esempio riguarda il border collie, razza ormai in voga negli ultimi anni. Chi si ricorda che questo cane da sempre è stato abituato a governare le greggi per giornate intere in spazi aperti? E’ dunque facile immaginare come nel suo Dna ci sia una particolare predisposizione al movimento, all’azione, e come di conseguenza sia un cane che ha bisogno di consumare energia e di essere mentalmente attivo. Ridurlo a belloccio cane da salotto, inibendo dunque quella carica di adrenalina che gli scorre nelle vene, significa rischiare perlopiù di avere un cane depresso, che scarica l’energia in attività che nulla hanno a che fare con un comportamento “normale” o consono alla sua natura di canide (si parla in questo caso di attività dislocate).

Altri esempi possono essere i levrieri (cani da sempre usati per la caccia alla selvaggina veloce, e che pertanto hanno bisogno di tanto movimento), ma anche i cani da caccia come il bassotto o i terrier. Per questi è normale essere “folgorati” dall’effluvio di un animale selvaggio, magari mentre state facendo una normale passeggiata. E a nulla vale il fatto che ai vostri occhi sia un pacioccone, che passa dal divano alla cuccia senza desiderare apparentemente altro. Al primo segnale che risvegli in lui l’atavica memoria di cacciatore, state sicuri che getterà alle ortiche le ideali “pantofole” e assumerà subito l’aria di un Terminator di selvaggina. Questione di memoria di razza... . Che vi piaccia o no.

mercoledì 7 settembre 2011

Se Robin Hood fa dietrofront

A Hume, in Australia, si sta consumando l’epilogo di quella che io ho sempre definito la Sindrome di Robin Hood. Vale a dire quello spirito da crocerossina che ci fa acquistare ad esempio un Pit Bull per dimostrare al mondo intero che non è poi un cane così cattivo come lo dipingono. Infatti, dopo l’aggressione mortale a una bambina di 4 anni da parte proprio di un cane simile in agosto, già 12 proprietari hanno chiesto e ottenuto la soppressione volontaria dei propri molossi. Per paura, forse. Ma probabilmente anche per evitare le conseguenze penali che l’amministrazione sta varando a carico di chi ha  cani morsicatori.

Che succede? D’un tratto questi novelli ipergarantisti si sono risvegliati? Se sì, lo hanno fatto in maniera talmente repentina da lasciare perplessi. E da gettare alle ortiche gli stessi principi di uguaglianza canina che magari li hanno resi orgogliosi dell'infausta scelta proprio di questo cane. O piuttosto questi moderni Don Chisciotte, pronti a fare lotte virtuali contro i mulini a vento del pregiudizio, hanno ceduto di fronte alla prima sberla che l’orrore della cronaca ha dato loro? O ancora hanno forse ceduto al dubbio di avere al fianco un mostro piuttosto che un cane?

Probabilmente tutto questo insieme, condito da un’isteria collettiva che certo ha tolto loro (e all’amministrazione della città) il lume della ragione. E noi giornalisti cinofili che dobbiamo fare ora? Rispolverare il vecchio adagio che “non esistono cani cattivi ma solo cattivi padroni”? Dobbiamo forse difendere tout court una razza che –  è bene chiarirlo – ha nella sua memoria di razza l’aggressività verso gli altri cani?

Sì, anche se confesso la stanchezza e la sensazione di inutilità di una simile difesa. Allora... ripetiamo insieme scandendo le parole: il Pit Bull non è di per sé un cane cattivo, ma solo un animale di non facile gestione; il Pit Bull ha nel sangue l’aggressività intraspecifica (verso i suoi simili) e non quella verso l’uomo; il Pit Bull non va bene per tutti; il Pit Bull può essere pericoloso come un Chihuahua, solo che una volta chiusa la bocca neanche il Padre eterno riesce ad aprirla. Va bene così? Avete ripetuto tutti bene? Ok...

Allora, per favore, la prossima volta che qualcuno desidera un Pit Bull, si informi. Ma non dallo scagnozzo in canottiera e Marlboro che vuole vendercelo dicendo che è un agnellino; piuttosto da addestratori o consulenti cinofili preparati. Insomma da chi può dare giudizi seri e obiettivi. Se no, cari i miei Robin Hood, ci saranno altre Hume e altri morti innocenti. E anche voi, sì proprio voi, potreste essere giudicati responsabili.