Se un augurio c’è di quelli che desidero fare di cuore a quei corsisti che a breve seguiranno il primo Corso di Giornalismo Cinofilo a Monza, uno è sicuramente quello di provare – anche solo per una volta – quel brivido sottile di piacere che ti dà il vedere il tuo nome pubblicato sotto ad un articolo.
Non importa se il giornale sia un periodico locale oppure una testata nazionale. E non importa nemmeno se tratta argomenti di cronaca, computer oppure di cani. L’effetto è grossomodo lo stesso: quello di fermare per un attimo il tempo. Per assurdo, allora, l’anno non inizia più il primo giorno di gennaio, ma quello in cui è uscito quell’articolo. Prima c’è il vuoto. Poi ci sono quelle colonne di giornale, tanto belle che ai nostri occhi sembrano quasi una scultura di carta. E da lì riprende a scorrere il tempo. Che però non sarà più come prima. Perché in qualche modo una piccolissima traccia resterà di noi. Magari nella cantina di qualche biblioteca. Oppure in quel non-spazio, non-tempo che è internet.
Non importa se il giornale sia un periodico locale oppure una testata nazionale. E non importa nemmeno se tratta argomenti di cronaca, computer oppure di cani. L’effetto è grossomodo lo stesso: quello di fermare per un attimo il tempo. Per assurdo, allora, l’anno non inizia più il primo giorno di gennaio, ma quello in cui è uscito quell’articolo. Prima c’è il vuoto. Poi ci sono quelle colonne di giornale, tanto belle che ai nostri occhi sembrano quasi una scultura di carta. E da lì riprende a scorrere il tempo. Che però non sarà più come prima. Perché in qualche modo una piccolissima traccia resterà di noi. Magari nella cantina di qualche biblioteca. Oppure in quel non-spazio, non-tempo che è internet.
Sulla rete, avvertono gli esperti, “nulla va perso e tutto resta in memoria”. Per questo è bene evitare di pubblicare commenti o foto che diano di noi un’immagine deformata, magari persino imbarazzante, pubblicata quando eravamo ancora giovani e forse sciocchi. Perché prima o poi, a distanza di anni, qualcuno potrà comunque vederli dietro a byte non corrosi dall’umidità o dall’oblio. Per contro, però, la digitalizzazione del giornale con il nostro articolo ci fa quasi sfiorare il brivido di un'immortalità elettronica. Noi ci siamo, in quel remoto gruppo di byte tra i miliardi di altri esistenti e in continua evoluzione. Ma ci siamo. Con le nostre parole. Con quel misto di cuore, ansia, entusiasmo e spirito critico che sta dietro a ogni articolo. E il brivido di quel giorno, di quella “prima volta”, resterà anche quando saremo al cinquecentesimo pezzo scritto in mezz’ora perché il giornale chiude.
Figli, se non proprio nipoti di quei sognatori che anche solo per un momento hanno pensato e sperato che le parole potessero cambiare il mondo, chi sceglie il giornalismo - soprattutto quello più lento e ragionato del periodico più che della cronaca quotidiana - in fondo gioca ancora a immaginare di poter fermare il tempo in una fotografia di carta che ama poi rileggere giorni dopo. Oppure anni dopo, tuffandosi in questo modo in un amarcord che ha il potere di rievocare gli stessi sentimenti provati nella stesura di quelle parole.
“Il mio grande desiderio è restare fulminato sull’ultima parola di un articolo che i miei lettori possano leggere mentre mi accompagnano al cimitero”, scrisse Indro Montanelli nel 1980. Ora... capisco perché...
“Il mio grande desiderio è restare fulminato sull’ultima parola di un articolo che i miei lettori possano leggere mentre mi accompagnano al cimitero”, scrisse Indro Montanelli nel 1980. Ora... capisco perché...


