Noi giornalisti scriviamo sull’acqua e abbiamo una vita effimera come le farfalle
(Indro Montanelli, 1909 – 2001)
Il mio primo articolo lo pubblicai nel gennaio 1989 sulla terza pagina di un giornale locale. Era dedicato ai cinquant’anni dall’uscita della raccolta Le occasioni di Montale. Io avevo 24 anni e un chiodo fisso: diventare giornalista.
Quella mattina credo di aver comprato almeno quattro o cinque copie, in edicole diverse per non dare l’idea di un matto. Guardavo e riguardavo quella pagina ma soprattutto il mio nome, stampato in grassetto e tale da sembrarmi enorme. Non ero solo orgoglioso. Di più. Entusiasta! Ricordo che tornai a casa con quelle copie che per me erano diventate preziose come il codice medioevale più antico del mondo. C’era il mio nome. C’era il mio articolo. Era come se avessi pubblicato sul New York Times o il Corriere della Sera. Invece era Il Canavese, un periodico di cui poi curai per anni la pagina culturale e al quale sono legati ricordi bellissimi.
Da allora in poi ho pubblicato centinaia di articoli, su periodici locali ma anche testate a livello nazionale, specializzate in cinofilia. Eppure, in ormai più di vent’anni di professione, non ho mai perso quell’abitudine di correre a vedere il mio articolo (o l’intera rivista curata da me). Seguendo un rituale ormai consumato.
Per prima cosa c’è un contatto fisico e olfattivo. La rivista appena stampata ha difatti una consistenza che poi perde leggermente. Ma soprattutto un odore tipico (dire profumo sarebbe un po’ troppo), come ce l’hanno ad esempio le auto appena comprate. È un misto di inchiostro, carta, forse anche di petrolio. Buonissimo... almeno per me, sapendo cosa custodiscono quelle pagine intonse.
Poi c’è un contatto visivo. Quando curavo alcune riviste, di fatto conoscevo ogni copia quasi a occhi chiusi, poiché per interi giorni avevo visto, corretto, modificato e stampato le bozze a colori. Eppure... la stessa rivista stampata era sempre un’altra cosa. Un bellissimo "figlio di carta", che tu potevi vedere prima di ogni altro (mi riferisco alle "copie staffetta" che per prime arrivano all’editore).
Alla fine c’è un contatto approfondito. Con il testo. Sfogli la rivista e quasi ti dimentichi quanto lavoro, fatica, ansia ci siano dietro a ogni pagina. È bellissima.... Forse proprio per questo – lo confesso – raramente mi è capitato di rileggere i miei articoli, una volta pubblicati. E sapete perché? Per la paura di trovare quello stupido, diabolico refuso che ti è scappato nonostante più livelli di controllo del testo. Se il refuso c’è, l’intera rivista ai miei occhi perde di fascino. Diventa all’improvviso uno splendido vaso di porcellana con una minuscola scheggiatura sul basamento. Quasi invisibile... ma tu sai che c’è!
E poi... quel fascino (a meno che non sia scheggiato dal refuso) dura qualche giorno. Dopo, tutto svanisce e va nell'archivio del cuore. Occorre lavorare al nuovo numero, alla nuova rivista, al nuovo miracolo di carta e parole. Tutto allora riprende da zero.
Amo questo del giornalismo. Non certo per le luci della ribalta che si accendono solo per l’1% di noi, oppure per la voglia di girare il mondo. Ed è per questo (e anche per destino) che non ho mai voluto fare il reporter, specializzandomi invece nel giornalismo cinofilo. Amo questo sottile fascino dello scrivere e di sapere che ci sono migliaia di lettori che probabilmente non conoscerai mai in tutta la tua vita. Eppure senti che ti stimano, perché il 10% di loro comunque si fa sentire; ti manifesta la sua simpatia; talvolta qualche critica. Ma va bene così.
A chiunque voglia intraprendere questa strada, auguro allora solo una cosa: di poter provare anche lui questo fascino che dura la vita di una farfalla, come dice Montanelli. E il bello sta forse nel fatto che ha durata così breve, salvo ripetersi in continuazione, in un rinascere perpetuo che dura... il tempo deciso dall’editore e da voi lettori.