giovedì 21 luglio 2011

Grazie... piccola Laika

Se il 20 luglio 1969 l'uomo è potuto sbarcare sulla luna, è stato grazie anche al sacrificio di molti animali, eroi inconsapevoli e sfortunati, come Laika.
A lei qualche anno fa ho dedicato questi versi:

Notte inquieta di gelida brezza
dove muta vaga la cagna lunare
dagli occhi di vetro.
Cerca ancora quelle mani di gomma,
dall’odore di niente,
e quegli occhi amici
di promesse fasulle
tra il boato ed il buio.

Nel pallido bagliore d’una stella
s’è perso l’ultimo latrato.

venerdì 15 luglio 2011

Gli animali fanno sempre vivere meglio?

Appena letta la notizia che, secondo un’indagine dell’Università di Miami, “i proprietari di animali domestici vivono meglio, sono più sani e sereni”, ho fatto una mia piccola indagine.

Sono uscito in strada e l’ho comunicato a:
  • un marito che teneva in una mano due sacchi della spesa, e nell’altra il bambino piccolo e il cane (un gigante di almeno 50 kg) mentre la moglie telefonava a sua madre per sapere cosa fare a Natale (e siamo a luglio)...
  • una signora che faceva “sci nautico” nel tentativo disperato di tenere il suo alano al guinzaglio, lanciato all’inseguimento di un gatto...
  • un rappresentante di profumi che, distratto dal passaggio di una bella signora, ha affondato il mocassino (indossato senza calze) in un decimetro cubo di cacca sul marciapiede...
  • un ragazzo a cui il cane di un amico ha appena fregato (e divorato) un hot dog appena comprato perché dalle 5 del mattino non butta giù nulla...
  • un uomo con le occhiaie perché il cane della fidanzata lo ha sfidato tutta la notte e non solo gli ha impedito di “consumare” ma anche, ululando, di dormire fino al suono della sveglia...
  • un bambino a cui un cane per strada ha dato una leccata al suo cono gelato, tanto da costringerlo a buttarlo nel primo cestino...
  • un manager a cui un terranova ha sbavato completamente la giacca mentre stava per entrare in macchina (ed era già in ritardo)...
A ciascuno di loro ho detto: “Ormai è scientificamente provato! I proprietari di animali domestici vivono meglio, sono più sani e sereni!”

Mi hanno mandato a quel paese.... Chissà perché....

martedì 5 luglio 2011

Ma che noia quei luoghi comuni sui cani!

Il boxer? È sempre una “baby sitter ideale per i bambini”. Il pit bull? È invece cattivo e pericoloso. Il border collie? Lui sì che è un atleta. Il pinscher? Mah... un gran abbaione. Il molosso? Mio Dio... è un tontolone. Il meticcio? Ah no, lui sì che è intelligente...
Ecco solo alcuni dei luoghi comuni che circolano sui cani. Esattamente come accade per gli uomini: i piemontesi? “Falsi e cortesi”. I liguri? Avari. I romani? Caciaroni. I napoletani? Fantasiosi.

Basta, per carità!

Alla base di questa iper-semplificazione della realtà cinofila (e non solo), vedo  una sorta di “sindrome del novello tassonomista”(*): a fronte cioè dell’assoluta varietà che ci propone il creato, noi umani – ai quali il caos perlopiù spaventa – ci rifugiamo in etichette di comodo. Niente di male, sia chiaro, se non fosse che spesso questa etichettatura diventa permanente e “permeante” il soggetto a cui viene affibbiata, privandolo del sacrosanto diritto di  stupire; di contraddire ciò che si pensa comunemente di lui.
Nell’immaginario collettivo, allora, diventa più facile ridurre la variabilità caratteriale di una razza canina a un semplice aggettivo, piuttosto che prendere in considerazione il fatto che – pur all’interno di una certa qual indole di razza – ogni cane rappresenta un caso a sé. Ciò vuol dire che se è pur vero che generalmente il boxer va d’accordo con i bambini, non vuol dire che Jack, oppure Ringo o Matilde amino d’amblè  i nostri pargoli. Lo stesso vale per i meticci. Ma chi l’ha detto che sono davvero tutti dei piccoli Einstein? Certo, il pool genetico da cui derivano può favorire l’emergere dei caratteri più consoni a un particolare adattamento alla vita, ma tra questi cani possiamo lo stesso trovare dei geni così come dei somari.

Questa “sindrome del novello tassonomista” è inoltre la stessa che causa una parte degli errori che commettiamo solitamente con i nostri cani. Pensiamo che tutti i cani nordici siano d’animo libero come il vento, e poi quando il nostro samoiedo (la più "appiccicosa" tra le razze nordiche) ci si attacca al polpaccio pur di stare con noi, pensiamo che sia viziato. O magari scemo. E ancora: è recente il caso di quel Border Collie inglese che manifesta un vero e proprio terrore per le greggi. “Ma come”, si potrebbe obiettare, “proprio lui che è un eccellente conduttore di ovini?”. Ebbene sì. Capita, anche nelle migliori famiglie. Ops, pardon... nelle migliori razze.
Eccola allora la rivincita degli inetti; dei figli minori che non seguono le orme dei fratelli maggiori. Dei “polentoni” contro i “self made dogs”, i vincenti a ogni costo. Ed anche in questo c’è una certa giustizia. Tutta umana, per carità. Solo umana e terrena...


(*) La tassonomia è la disciplina della classificazione, ndr

venerdì 1 luglio 2011

Quel sottile piacere dello scrivere...

Noi giornalisti scriviamo sull’acqua e abbiamo una vita effimera come le farfalle
(Indro Montanelli, 1909 – 2001)

Il mio primo articolo lo pubblicai nel gennaio 1989 sulla terza pagina di un giornale locale. Era dedicato ai cinquant’anni dall’uscita della raccolta Le occasioni di Montale. Io avevo 24 anni e un chiodo fisso: diventare giornalista.

Quella mattina credo di aver comprato almeno quattro o cinque copie, in edicole diverse per non dare l’idea di un matto. Guardavo e riguardavo quella pagina ma soprattutto il mio nome, stampato in grassetto e tale da sembrarmi enorme. Non ero solo orgoglioso. Di più. Entusiasta! Ricordo che tornai a casa con quelle copie che per me erano diventate preziose come il codice medioevale più antico del mondo. C’era il mio nome. C’era il mio articolo. Era come se avessi pubblicato sul New York Times o il Corriere della Sera. Invece era Il Canavese, un periodico di cui poi curai per anni la pagina culturale e al quale sono legati ricordi bellissimi. 

Da allora in poi ho pubblicato centinaia di articoli, su periodici locali ma anche testate a livello nazionale, specializzate in cinofilia. Eppure, in ormai più di vent’anni di professione, non ho mai perso quell’abitudine di correre a vedere il mio articolo (o l’intera rivista curata da me). Seguendo un rituale ormai consumato.

Per prima cosa c’è un contatto fisico e olfattivo. La rivista appena stampata ha difatti una consistenza che poi perde leggermente. Ma soprattutto un odore tipico (dire profumo sarebbe un po’ troppo), come ce l’hanno ad esempio le auto appena comprate. È un misto di inchiostro, carta, forse anche di petrolio. Buonissimo... almeno per me, sapendo cosa custodiscono quelle pagine intonse.
Poi c’è un contatto visivo. Quando curavo alcune riviste, di fatto conoscevo ogni copia quasi a occhi chiusi, poiché per interi giorni avevo visto, corretto, modificato e stampato le bozze a colori. Eppure... la stessa rivista stampata era sempre un’altra cosa. Un bellissimo "figlio di carta", che tu potevi vedere prima di ogni altro (mi riferisco alle "copie staffetta" che per prime arrivano all’editore).
Alla fine c’è un contatto approfondito. Con il testo. Sfogli la rivista e quasi ti dimentichi quanto lavoro, fatica, ansia ci siano dietro a ogni pagina. È bellissima.... Forse proprio per questo – lo confesso – raramente mi è capitato di rileggere i miei articoli, una volta pubblicati. E sapete perché? Per la paura di trovare quello stupido, diabolico refuso che ti è scappato nonostante più livelli di controllo del testo. Se il refuso c’è, l’intera rivista ai miei occhi perde di fascino. Diventa all’improvviso uno splendido vaso di porcellana con una minuscola scheggiatura sul basamento. Quasi invisibile... ma tu sai che c’è!

E poi... quel fascino (a meno che non sia scheggiato dal refuso) dura qualche giorno. Dopo, tutto svanisce e va nell'archivio del cuore. Occorre lavorare al nuovo numero, alla nuova rivista, al nuovo miracolo di carta e parole. Tutto allora riprende da zero.

Amo questo del giornalismo. Non certo per le luci della ribalta che si accendono solo per l’1% di noi, oppure per la voglia di girare il mondo. Ed è per questo (e anche per destino) che non ho mai voluto fare il reporter, specializzandomi invece nel giornalismo cinofilo. Amo questo sottile fascino dello scrivere e di sapere che ci sono migliaia di lettori che probabilmente non conoscerai mai in tutta la tua vita. Eppure senti che ti stimano, perché il 10% di loro comunque si fa sentire; ti manifesta la sua simpatia; talvolta qualche critica. Ma va bene così.

A chiunque voglia intraprendere questa strada, auguro allora solo una cosa: di poter provare anche lui questo fascino che dura la vita di una farfalla, come dice Montanelli. E il bello sta forse nel fatto che ha durata così breve, salvo ripetersi in continuazione, in un rinascere perpetuo che dura... il tempo deciso dall’editore e da voi lettori.