mercoledì 23 maggio 2012

Lettera aperta ad un avvelenatore di cani

L’hai preparato con cura quel boccone maledetto. Certo che l’hai fatto. Topicida? Tanax? Stricnina? Che hai usato? Ah no, scusa, che sciocco: forse hai usato un mix di tutto questo. Per avere la certezza che quel povero disgraziato soffrisse le pene dell’inferno. Che schiumasse gli ultimi istanti di vita, conservando negli occhi l’ultimo sguardo atroce del padrone. Sono cani, per te. Solo cani. Roba da spazzare via, come gli scarafaggi o le formiche che minano la tua dispensa.

Ed ora sei lì, a leggere sui blog quanti ne hai fatti fuori. Due? Merda... troppo pochi. Dieci? Sì... certo. Dieci “sacchi di pulci” in meno, e così la tua fottutissima strada, o campo, o parchetto saranno finalmente puliti, sgombri. Lindi. Anestetizzati dal lordume che questi fottutissimi cani portano con sé.

Ora sei lì, a godere di quanti ne sono rimasti a terra. Come quando da bambini si guardava l’esercito di soldatini avversari decimato da un abile tiro di cerbottana. Pancia in su: solo ferito; può essere rimesso in piedi. Pancia in giù: morto. Via. Un soldatino in meno.

Ora sei lì, assieme agli altri. Sul tram. Per strada. In macchina. Ti confondi con gli altri, perché ti senti come gli altri. Sono solo cani... Non è colpa tua. Certo. Se i loro padroni avessero più rispetto.... Se i cani non dovessero cagare, pisciare, grattarsi, vomitare, sbavare... Se tutto questo fosse possibile, non ci sarebbe bisogno di te. Perché il mondo sarebbe già pulito di per sé. Sgombro. Lindo. Anestetizzato. Invece no. Credi che ci sia bisogno di te. Come un giustiziere metropolitano. Come un novello dio pagano a cui spetta il diritto di vita e di morte in nome dell’ordine.

Ora sei lì. A godere che si parli di te, delle tue imprese. Delle tue vittime che per te non hanno nome. Sono tutte uguali. Beh... allora te li ripeteremo tutti uno ad uno, quei nomi, come si fa nelle stragi. Uno ad uno, te li conficchiamo nel petto, quei nomi. Perché ti brucino la pelle e scavino dentro come tarli. Fino a che Dio, o qualcuno, non abbia la grandezza di trovare anche in te un solo milligrammo d’anima da salvare. 

mercoledì 16 maggio 2012

L’insostenibile debolezza dell’uomo

Leggo su un quotidiano recente che in un college americano gli studenti, per alleviare la tensione pre-esame, possono interagire con dei cani messi a disposizione dalla scuola stessa, in orari e con tariffe ben stabilite.
Leggo, e non posso non pensare: “Ma non c’è uno straccio di amico, finanche un conoscente o persino un vicino da semplice ‘buongiorno-buonasera’ con il quale stemperare lo stress dell’attesa facendo due chiacchiere, bevendo una birra al bar, o giocando una mano di carte?”. Siamo davvero diventati così involuti, tristi e soli da dover chiedere al cane questo ulteriore fardello da condividere con noi?

L’impressione, confermata dal continuo apparire di notizie come questa, è che sia in atto una pericolosa débâcle dell’intero nostro essere uomini, fino a scoprirci non più tanto “bisognosi del cane”, quanto veri e propri “cani-dipendenti”. E siamo ben sciocchi, noi giornalisti cinofili, quando ci soffermiamo a dire che il cane, al giorno d’oggi, ha perso il suo ruolo fondamentale di ausiliario dell’uomo, come poteva avere magari fino a qualche decennio fa. Certo, trovare un cane da pastore che faccia davvero il pastore è impresa improba. Trovare poi (almeno in Occidente) un cane che traini ancora carretti, è come fare un 6 al Superenalotto. Ma ci è forse sfuggita quella mirabolante riconversione lavorativa - tanto cara ai nostri tecnici del Palazzo - che ha visto questi cani diventare psicologi, infermieri, assistenti sociali, educatori e chissà ancora cos’altro? Altro che nuove generazioni di bamboccioni! Loro sì che sanno tirarsi su la pelle delle zampe, e trovare soluzioni alternative ad una progressiva perdita del lavoro.

Dall’altra parte, però, troviamo il vero volto di questo fenomeno in espansione: quello di un uomo spogliato della sua umanità, costretto a mendicare affetto da un essere di specie diversa, tratteggiato romanticamente come il “miglior amico dell’uomo”. Altro che amico! Qui, il povero cane è costretto a farsi in dieci per sopperire alla nostra insostenibile debolezza. Ma il bello (o, meglio, il tragico) è che noi non ce ne accorgiamo. Citiamo questi episodi di “pronto soccorso emotivo” con la superficialità di un’occhiata e persino il compiacimento di stolti che vedono in esso solo un’ulteriore conquista della domesticazione canina. Ahi cara, vecchia vanità umana...