mercoledì 31 agosto 2011

Li vogliamo come noi, e poi ci stupiamo se lo diventano

Il cane accanto alla bara del militare
Tra i tanti, c’è un particolare che mi lascia perplesso nell’attuale rapporto uomo-cane: vogliamo a tutti i costi umanizzare questi animali fino a farli diventare talvolta una copia grottesca di noi stessi (vedi i cani che vengono abbigliati con vestiti ridicoli, nutriti con gelati e birra, toelettati come se fossero dei punk, e trattati come i più viziati e viziosi tra i vip) e poi, quando questi si comportano “da uomini”, ci stupiamo e quasi gridiamo al miracolo. No. C’è qualcosa che non va.

Prendiamo ad esempio un’immagine che di recente ha fatto il giro del mondo: il funerale del militare americano Jon T. Tumilson, ucciso sull’elicottero dov’era in compagnia di altri Navy Seals in Afghanistan lo scorso 6 agosto. Accanto alla bara, il suo cane ha seguito la cerimonia accasciato a terra. Visibilmente distrutto dal dolore. Quest'immagine ha commosso tutti. Era il segno più toccante di come un cane possa amare fino all’ultimo il proprio padrone. E probabilmente qualcuno avrà immaginato quali lacerazioni dell’anima stessero tormentando la povera bestiola. Come un umano colpito da un analogo lutto. Ed ecco allora articoli, commenti, solidarietà.
Ma come? Quel cane non dimostra forse di aver imparato a reagire come ci si aspetterebbe da un parente stretto del militare morto? Non ha forse dimostrato di essere più umano che canino nei suoi atteggiamenti? E allora perché tanto stupore? Perché, se in fondo non stiamo facendo altro che insegnare loro a essere come noi?

Sulla stessa linea sono altri episodi. Dal Bulldog che pare essere morto di crepacuore dopo aver vegliato il cadavere della padrona, fino ai presunti suicidi canini verificatisi lo scorso anno. Ogni volta che un cane “fa l’uomo”, soprattutto se dimostra una sensibilità tale che – diciamoci la verità – non appartiene proprio all’umanità tutta, ecco scattare la reazione di ammirazione. Quasi meravigliati più che inorgogliti, stentiamo a capire quanto queste povere bestie abbiano ancora voglia di amarci senza riserve. E invece che vergognarci di come taluni di noi trasformano questi animali in orripilanti pagliacci, abbiamo ancora il coraggio di chiederci se per loro esiste il concetto di morte e del tempo che passa. O se abbiano o meno un’anima.

venerdì 26 agosto 2011

La vicenda di Tao e quell’inutile chiedersi: “Come si fa?!”

Tao sul tavolo del veterinario
Tao lotta tra la vita e la morte. Tao è un setter inglese ed è stato gettato in un cassonetto per i rifiuti, coperto di piaghe e parassiti. Ora è vivo per miracolo. Chissà ancora per quanto...

La vicenda ha sconvolto i cinofili di questa strana estate 2011. Non solo per l’atrocità della vicenda in sé. Anche per la beffa di quel biglietto, scritto con grafia da bambino, che ha dato a Tao un’ultima sberla: “Ti amo”. Forse, spiegano i volontari che hanno in cura quel disgraziato, un adulto ha fatto credere al bambino che il suo cane era morto. Ecco allora il perché di quell’ultimo epitaffio. Si spera che le cose siano andate così, anche se resta agghiacciante la tomba scelta: un cassonetto. Si spera, perché altrimenti ci troveremmo di fronte all’orrore di un gesto sadico e sarcastico insieme.

Di fronte a episodi del genere, accanto alla pietas umana che emerge da qualche scantinato dell’anima, sgorga di solito anche una domanda: “Ma come si fa a fare questo?!”. Attoniti di fronte a tanto schifo, invochiamo un ultimo appello per la natura umana. Impossibile ai nostri occhi che possa arrivare a tanto. Ed ecco allora che ci diamo un’ennesima possibilità, un grado di giudizio che vada oltre il terzo livello della Cassazione. Che so, ci si appella ad una ipotetica Corte suprema dell’intelligenza umana, salvo ricevere sempre la stessa conferma: colpevole, colpevole, colpevole. 

Ecco perché non ha senso chiederci: “Ma come si fa a fare questo?”. Perché “sì, si può fare”, nel senso che già lo si fa e si è fatto. Allo stesso modo la domanda ottiene la medesima risposta quando a morire è un bambino di tre anni come il piccolo Tommy (ricordate?) ucciso perché - rapito - piangeva di paura e di febbre. Ma anche quando a morire è un ragazzino sciolto nell’acido solo perché il padre era mafioso; oppure quando un vecchio viene ucciso a bastonate da giovani criminali annoiati.

Basta allora chiedersi “come si fa?”. Basta cercare il millesimo e ultimo appello alla nostra coscienza, per provare in tutti i modi a non arrenderci all’idea che la malvagità, l’orrore, il sadismo e la totale assenza di pietas sono elementi propri dell’uomo così come lo sono i loro esatti contrari. Noi uomini siamo allo stesso tempo santi e criminali, geni e aguzzini, straordinari e orripilanti. Piantiamola allora con questo stucchevole neo-umanesimo che ci vuole sempre e comunque al centro dell’universo. È sufficiente guardare un paio di documentari di astronomia per capire quanto microscopici siamo nell’immensità del creato. E quando, da piccole cacchine quali a volte dimostriamo di essere, appariamo mosche che si vantano di volare. Sì... ma sui nostri stessi escrementi.

lunedì 1 agosto 2011

Boo e il trionfo di un’idiozia

Cosa serve per diventare famosi nell’epoca del Web 2.0? A volte nulla, se non una buona dose di idiozia. Ne sa qualcosa Boo, il volpino di Pomerania di cinque anni divenuto una star su Facebook (oltre 1 milione e 400 mila sostenitori) per il solo fatto di essere stato toelettato dalla padrona a mo’ di orsetto. E di avergli creato attorno una vita sul modello dell’ormai desueto Second Life. Così su internet Boo non fa altro se non quello che ci si aspetta da un cane: cammina, corre, si lecca i baffi, saltella ecc. Solo che lo fa agghindato come un pagliaccio. Oppure gli si costruisce attorno una messinscena che vorrebbe simulare ad esempio la firma del contratto per il suo nuovissimo libro, Boo. The life of the World’s Cutest Dog, in uscita negli Usa l’8 agosto.

Ora, senza essere ipocriti, forse c’è da stringere la mano alla padrona di Boo, tale J. H. Lee. Non fosse altro per il fatto che sicuramente trarrà beneficio economico dal nulla. Così come nulla è il suo povero Boo. Quello che tuttavia mi lascia perplesso è quella massa di oltre un milione di fan su Facebook.
Cliccare su “I like”, oppure “Mi piace” di questo social network, è ormai attività da svolgere senza pensarci. Infatti non costa nulla e non ci lega ad alcun obbligo, finanche morale che sia. Così basta che il cuore provi una minima vibrazione di tenerezza che il contatore del pollice alzato si accresce a dismisura. Ma, mi chiedo, “mi piace” cosa? Un disgraziato a 4 zampe che avrà l’unico merito di far fare fortuna alla sua altrettanto disgraziata (ma furba) padrona? Oppure mi piace l’ennesima icona di cane clown, da condividere sulla nostra bacheca perché “è tanto carino”?

Non faccio il moralista. Per carità. Io stesso ho innumerevoli foto di cani buffi, scaricati da internet. E li uso. Per i miei articoli o le mie news. Ma da qui a diventare fan di un involontario pagliaccio, scusate, ce ne passa!