mercoledì 30 marzo 2011

Ma il cane... ha veramente bisogno di noi?

Non passa quasi settimana che sui quotidiani, ma anche su periodici, Internet e quant'altro, non esca un servizio sui benefici che il cane produce alla nostra "misera" (perché così appare) esistenza. L'interagire con lui ci abbassa la pressione arteriosa, ci spinge a perdere qualche chilo di troppo, ci invita a relazionarci con gli altri. Addirittura è un toccasana per portatori di handicap fisici e mentali. Tutto giusto, certo. Non fosse altro per il fatto che è la stessa quotidianità a dimostrarcelo, pur corroborata da eminenti ricerche scientifiche.
Dunque l'uomo ha bisogno del cane, nonostante quest'ultimo non sia più un collaboratore insostituibile nella vita rurale o anche solo in quella meno civilizzata. Ma, mi chiedo, vale lo stesso per lui? Ahimè no. Il cane, nonostante quello che ancora vogliamo raccontarci, non ha bisogno di noi.

"Ma come - sento già rispondere da qualcuno - senza l'uomo come farebbe a mangiare, a trovare riparo, a curarsi?".   L'obiezione è giusta, ma solo in parte. Parliamo infatti di un animale che millenni fa è stato strappato dalla sua tranquilla selvaticità, per trasformarsi in un essere perlopiù inetto, incapace cioè di cavarsela da solo. Anzi. La tendenza è sempre più quella di incrementare la dipendenza che lui ha da noi - al pari dei veleni che vengono messi nelle sigarette - perché in questo modo il nostro ego di dominatori dell'universo si esalta. C'è tuttavia un però che smonta di fatto questa teoria: il cane rinselvatichito, cioè quello che ha abbandonato sia fisicamente che psicologicamente la dipendenza dall'uomo, di fatto sa cavarsela benissimo da solo. Certo, non produrrà società complesse come quelle dei lupi, non avrà in sé l'istinto della cura nei confronti della prole, non si nutrirà adeguatamente, ma - per Giove! - eccome se sa cavarsela.

C'è dunque un non so che di eccessivo e ipocrita antropocentrismo in questo continuo ribadire che il cane fa bene all'uomo, quasi fosse uno yogurt oppure della vitamina C. Da una parte evidenziamo inconsciamente la nostra debolezza di esseri bipedi; dall'altra, però, non facciamo altro che ridurre questo straordinario animale a macchietta, a clown pronto a soddisfare ogni nostra più perversa voglia di tenerezza, divertimento, distrazione ecc.
E in questo senso, davvero dobbiamo ringraziare il buon Dio che ha fatto sì che i cani non sapessero parlare (almeno un linguaggio chiaro e comprensibile da tutti). Se no sai quante volte ci avrebbero mandati a quel paese?

venerdì 25 marzo 2011

"Vede dottore, succede che..."

Nella saletta allestita appositamente la luce è fioca. Lui, lo studente, ha la testa tra le mani. La voce sofferente e fioca. "Vede dottore, succede che quella str.....za del corso di Diritto internazionale proprio ce l'ha con me. È già la seconda volta che mi boccia!".

Lui, il cane, annuisce con la testa. Con un'occhio, però, dà un'occhiata all'orologio appeso al muro. Mancano ancora 5 minuti e poi la sessione di mezz'ora sarà (finalmente) finita". Con un cenno di coda spinge il giovane a continuare. Lui esegue, tirando in ballo la fidanzata che non vuole che lui vada alla partita di football, i genitori che non gli prestano la macchina, e quell'iPod che "no... non me lo posso proprio permettere. Shit!".
Scatta finalmente la mezz'ora. Un campanello avverte che la sessione è finita per davvero. "Beh... grazie dottore. Ci vediamo la prossima settimana".

Fantasia? Non proprio. All'Università di Yale (Usa) gli studenti del corso di legge avranno da ora in poi un cane a disposizione per mezz'ora (su prenotazione) per raccontargli le loro vicende personali e ridurre così - secondo gli ideatori dell'iniziativa - il loro livello di stress e frustrazione.
E c'è da immaginare cosa possa uscire: esami non superati, professori orridi, ma anche insuccessi sessuali, fidanzate cornute, amici traditi, madri che stressano. Insomma, tutto ciò che a un cane può interessare. No?
Di certo non andranno a raccontargli della cagnetta del quartiere che non li fila; dell'Alano della quarta strada che fa lo sbruffone; di quel meraviglioso odore di gatto di strada che ti  fa venir voglia di correre con le unghie limate e pronte a colpire. No... macché.

Ma perché, mi chiedo a questo punto, era necessario prendere un cane? Forse perché non può ribellarsi? Forse perché non può dire: "E che palle!!!". No. Lui è pagato con crocchette e biscotti per fare da spugna di giovani yankee con le lentiggini e problemi comuni ai coetanei dell'Occidente. "Glie tocca", come si dice...

Da buon cinofilo ho un consiglio: perché non lasciare stare i poveri cani e pagare, che so... 100, 200 euro a settimana, un disoccupato che per mezz'ora stia lì', muto, ad ascoltare ogni sorta di confidenza? Tanto... neanche il cane potrebbe dargli validi consigli...

martedì 15 marzo 2011

Kiss me... baby!

Alzi la mano chi, cinofilo, in vita sua non ha mai ceduto alla tentazione di stampare un bel bacio sul musone del proprio cane. Vuoi per un moto di affetto. O anche solo perché quelle labbrone tumide hanno creato in noi un'attrazione irresistibile. Ah... ok... allora non sono il solo. Beh... in ogni caso sappiate che questo nostro gesto d'affetto probabilmente ha fatto sì che orde di germi, virus e quant'altro si sia insediato nel nostro corpo. E che ora questi "visitors" se ne stiano belli e buoni nascosti, facendo "dito" ai globuli bianchi che col cavolo riescono a papparli, difendendo così il nostro sistema immunitario.  
Lo dicono i medici. Lo ha ribadito poi recentemente un super-mega professore americano. Lo scopriremo noi fra un po', quando uno strano eczema o una stupida febbriciattola verranno scambiati per un male di stagione. In realtà sarà il terribile (e inventato) virus Slappatus incoscientis che inizia a fare figli dentro il nostro corpo peggio che dopo il baby boom degli anni Sessanta.  
E hai voglia ad andare in farmacia a dire: "Mi scusi, ho preso il virus Slappatus incoscientis. Ha mica un'Aspirina?".
Eppure... sono sicuro che, a meno di improbabili conseguenze gravi, noi accetteremmo con pacifica rassegnazione questo malessere passeggero. Anche se dovessimo per caso risalirne alla fonte canina. Perché... l'istinto di stampare un bacione su quei musi è troppo forte, così com'è forte l'istinto di avventarsi su una pizza ai 4 formaggi e salame piccante, anche se sarebbe meglio per la nostra salute cedere ad un piattino di pesce bollito e insaltina verde.
E poi perché l'alternativa suggerita dai medici è pressoché ingestibile: lavare la bocca al cane, strofinargli i denti, disinfettare le mucose... eh sì... e poi? Dargli un Daygum Protex da masticare, questo no? Magari di quelli sbiancanti, così puoi vedere bene i canini affondare nella tua mano che tiene lo spazzolino per cani.
Ecco perché noi cinofili magari abbiamo un'aspettativa di vita più breve di 10 minuti. Tutta colpa di quei baci rubati...
 

domenica 13 marzo 2011

Quando il cane diventa una baby-sitter

La notizia è di pochi giorni fa. Nella scuola primaria di Oakhill sta ottenendo successo il programma detto "Reading Education Assistance Dogs", dove cani addestrati vengono usati per ascoltare bambini che leggono ad alta voce dei libri. Secondo i curatori del progetto, in questo modo il bambino sa di avere al proprio fianco qualcuno che lo ascolta (o almeno crede in cuor suo che lo faccia) ma che non lo giudica se nella lettura lui incespica o sbaglia completamente l'intonazione delle frasi.  
A dire il vero la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: ma questi cani sono stati addestrati a cosa? Forse a non smangiucchiarsi il pargolo al terzo errore di fila? Forse a non ululare sentendo frasi con il punto interrogativo lette come se invece non lo avessero affatto? O forse sono stati programmati a non sclerare dopo la prima mezz'ora di lettura stentata come un vecchio motore della 500 della nonna?
Ah no... forse ho capito. Probabilmente hanno adottato con loro lo stesso training che si usa con i volontari ad esempio del "telefono amico". Un addestramento, insomma, a riuscire a fare da "catino" per dosi concentrate e reiterate di sofferenza umana tali da sgangherare chiunque. Un addestramento affinché non arrivino mai a dire: "Ma sì, dai, hai ragione. Buttati dalla finestra, la tua vita è una merda così come la mia. Io però avanti ci vado lo stesso", il giorno in cui tutto gli è andato storto e arriva le decima telefonata di chi vede tutto nero.  
Certo le cose devono stare così. A questi cani viene insomma insegnata la pazienza, la tolleranza, una ghandiana sopportazione delle avversità tale da non farli scappare a fine giornata di lavoro (come madre natura li spingerebbe a fare in realtà per non farli più rivedere) ma piuttosto a restare con l'equivalente del nostro sorriso umano: una scodinzolata veloce. A questi cani viene insegnato che no... è brutto... no... è cacca il pensare di affondare i canini nella testolina bionda dell'antipatico di turno che, con occhialini alla John Lennon e la "erre" moscia del compianto avvocato Agnelli, dice al cane: "Allova.... mi segui o no... vazza di cane stupido....".  
Stando così le cose.... altro che "pet therapy" applicata alla prima infanzia. Per questi cani propongo un Premio Nobel per la Pace ad honorem!

venerdì 11 marzo 2011

Il cane ha 4 zampe. Lo ha scoperto la scienza...

Giacomo Leopardi
La scoperta sensazionale, e tale da ora in poi da rivoluzionare completamente il rapporto uomo-cane nei prossimi decenni, arriva dall’Australia: i cani sono in grado di capire le emozioni umane. A questo mirabolante risultato sono arrivati il docente di psicologia Ted Ruffman e un gruppo di suoi studenti dell’Università di Otago. Dopo aver testato 90 cani, lo studio delle loro reazioni ha dimostrato che i cani sono capaci di distinguere un “umano” felice da uno arrabbiato o triste, o una risata dalle lacrime.
Wow... che scopertona! Da giornalista cinofilo non posso che essere sbalordito ed entusiasta per un risultato che... a dire il vero sapeva anche la signora Giuseppina, 80 anni, 5ª elementare in un cassetto ma tanto amore per gli animali ed esperienza di vita. Solo che a lei è bastato un solo cane: il suo Patata, dal pelo sbiadito, una sordità incipiente ma un’intelligenza da fare un baffo al miglior cane attore di Hollywood.   
La scienza, diciamoci la verità, non è nuova a queste presunte scoperte che poi altro non sono che l’ufficializzazione di quello che il buon senso, ma anche solo il buon vivere cinofilo, dimostrano ampiamente ogni giorno. Basti pensare a quanti articoloni escono in questi ultimi anni sul fatto che... i cani fanno bene all’uomo e pertanto la Pet Therapy è spesso un toccasana. Sull’uso scientifico di questa pratica, dove cioè l’interazione tra animale e paziente gravemente compromesso a livello fisico o psichico dev’essere programmata e gestita da un medico, nulla da dire. Certamente ha un effetto straordinario. Ma sugli effetti positivi e piacevoli che la semplice interazione con l’animale da compagnia offre all’uomo (le cosiddette Animal Assisted Acitivities che rientrano comunque nel protocollo della Pet Therapy) occorre ricordare che già lo sapevano gli ominidi che 15 mila anni fa hanno addomesticato i canidi selvatici per trasformarli nell’attuale compagno di vita. Non c’era bisogno né di Harvard né magari dell’università di Otago.
Eppure questo vizio di rendere scientifiche certe banalità quotidiane ha adepti anche insospettabili. Prendiamo ad esempio il poeta Giacomo Leopardi (1798-1837). Recentemente è stata riproposto agli onori della stampa un suo scritto giovanile: Dissertazione sopra l’anima delle bestie (1811). Per contrastare l’idea del filosofo Cartesio (1596-1650) che sosteneva che gli animali non avessero un’anima e fossero delle semplici macchine prive di emozioni, l’allora tredicenne Leopardi scrive: “...Chiaramente si scorge dai suoi pietosi latrati che un cane prova se si percuota, quella pena che noi stessi sperimentiamo”.
Attenzione, avete letto bene. Il Giacomo nazionale – pur con tutto il rispetto per il ruolo che ha nella storia letteraria universale – dice in sostanza: se tu dai un pestone con un martello sul piede di un cane, lui guairà esattamente come noi inizieremmo a urlare per il dolore se ci venisse compita una mano.
Wow... un’altra scopertona! Ci voleva un trattatello di filosofia per dimostrare che i cani soffrono il dolore o anche solo che sono capaci di provare emozioni? Ma dov’era Leopardi in quelle ore che non passava chiuso a studiare nella sua biblioteca di Recanati? Non ha mai visto forse il dolore di un cavallo azzoppato, il terrore di un maiale pronto per essere sgozzato, la tristezza di un cane tenuto a catena per non pensare che anche il più gretto contadino lo sapesse già di per sé? E dire che allora il contatto con il mondo animale era molto più frequente, anche per il figlio della medio alta nobiltà com’era Giacomo.
A questo punto lancio una proposta. A partire dal 1991 ogni anno vengono assegnati i Premi Ig-Nobel, parodia del celebre premio Nobel sponsorizzata dalla rivista scientifica-umoristica statunitense Annals of Improbable Research. Personalmente candido il professor Ted Ruffman, dell’Università di Otago. Un premio speciale, poi, lo darei ad memoriam a Giacomo Leopardi. Altre candidature, invece, le terrei da parte per il primo studioso che, magari sull’autorevole rivista americana Science, arriverà a comunicare al mondo che... i cani hanno 4 zampe!

Basta un poco di zucchero...

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù... Chi non ha mai sentito almeno una volta questo simpatico motivetto cantato da Mary Poppins?  E chi non l’ha mai canticchiato, magari per dare un farmaco - sgradito ma necessario - ad un bambino riottoso? Pochi. Ma ora potranno essere molti di più, almeno negli Stati Uniti e in Inghilterra. Solo che a ingoiare la pillolina non sarà un bambino, ma un cane.
Dal 2007 negli States è in commercio un farmaco (lo chiameremo semplicemente R. anche se un nome ce l’ha) che rappresenta l’equivalente del Prozac per gli umani: vale a dire un antidepressivo utile, secondo chi lo produce, per combattere l’ansia da separazione per quegli animali costretti a restare qualche ora da soli in casa. Ma anche per “eliminare la bava e la masticazione compulsiva”, ad esempio quando il nostro poveretto ci vede mangiare un bell’arrosto e lui nella ciotola ha solo una manciata di orride crocchette. Il farmaco, per la cronaca, è sbarcato ora anche nel Paese dalla più lunga tradizione cinofila: il Regno Unito.
La notizia inorridisce, certo, ma non sorprende più di tanto. Di fatto ripercorre il sogno della panacea, del farmaco contro ogni male: dal cancro alla delusione amorosa. E ormai siamo abituati al fatto che il confine tra la specie umana e quella canina è ridotto a un colabrodo, con l’effetto che i cani vengono considerati al pari degli umani. In tutto e per tutto. Perché allora stupirsi se qualche genio ha trovato la soluzione contro quegli... assurdi e incomprensibili latrati di solitudine... e per quella bava schifosa che... chissà poi perché gli esce dalla bocca quando ci vede mangiare una bistecca fiorentina! In fondo lui il suo mangiare ce l’ha!
E allora... che sciocco quel Nicelli che sta scrivendo, che non capisce che con una semplice pillolina migliora d’un colpo la qualità di vita dell’intera umanità. Mandatelo a lavorare nei campi lui che difende il benessere dei cani e non ci protegge da orrendi latrati bavosi! E poi – scusate – il farmaco R. ha pure sapore di roastbeef! E che vuole di più il cane!
Certo, chiedo perdono. Penso che andrò al primo canile che trovo col capo cosparso di crocchette, e lì cercherò qualche contadino compiacente che mi presti una vanga e un fazzoletto di terra. Però, prima fatemi finire l’articolo...
Fatemi ancora dire che usare il farmaco R. sarebbe per assurdo come arrivare ad addormentare un neonato sul gas di cucina perché non vuol saperne di dormire (l’alternativa in casi impossibili c’è: un bel giretto in macchina...), riempire di sonniferi un ragazzino troppo vivace, legare al letto il nonno che vuole andare tutti i giorni al suo campo di bocce. Non lo faremmo mai... vero? Ehm... vero?
Invece con il cane tutto è permesso. Perché il cane dev’essere gioia, mica rompimento di scatole perché abbaia, perché è goloso, perché vuole giocare a palla... E che diamine, sarà pure un cane, no? Ed io di problemi ne ho già tanti! E allora faccia il cane. Ovvero: mi saluti quando sono di buon umore se no se ne stia in un angolo; mi salti pure addosso se ho la tuta, ma guai se ho lo spezzato grigio; mangi pure quello che vuole, ma guai se dimostra che gli fanno schifo le crocchette X & Y che mi sono costate ben 3 euro e 50 per 15 kg (+ 500 grammi in omaggio e posso vincere anche una vacanza a Disneyland a vedere il circo dei cani addestrati). Chiedo forse troppo? In fondo io: lo nutro, gli metto l’antiparassitario, gli ho comprato una pallina tre anni fa... Al suo posto io sarei l’essere più felice sulla Terra, altro che no!
Corrosa la barriera darwiniana tra uomo e cane, quest’ultimo è entrato suo malgrado nel nostro regno. E, come ci insegna la natura (e quel vostro Nicelli dovrebbe saperlo!), gli tocca uniformarsi a noi, alle nostre esigenze e persino alla nostra farmacologia.
Sarà, ma chi scrive resta ancora perplesso, mentre si è già incamminato verso il canile di zona. In mano ha un sacchetto di crocchette da 1,50 euro per 10 kg. Ha fatto un affare, perché in fondo deve solo spargersele sulla testa. Come promesso...

Benvenuti!

Benvenuti nella "Tribu' del guinzaglio", una piazza virtuale dove condividere riflessioni sul mondo del cane. Chi scrive è giornalista cinofilo che ha lavorato per oltre dieci anni nell'editoria cinofila e ora continua a "tenere una zampa" in questo mondo grazie alle attività dell'Associazione di Promozione Sociale "Festa del Cane Meticcio" di Seveso (MB), di cui sono ideatore e presidente.

A tutti coloro che vorranno condividere le mie riflessioni, va un caloroso ringraziamento e una forte stretta di zampa!

Buona lettura...

Bau

Stefano Nicelli