martedì 24 maggio 2011

Quei 120 secondi da ricordare

Quanto dura un doppio giro di ring alla nostra Festa del Cane Meticcio?  Un minuto e mezzo. Forse due. Ovvero 120 secondi, nei quali il pubblico applaude ma l’handler (il conduttore del cane, ndr) sembra quasi non accorgersene tanto è concentrato sul “suo” momento. Quello tanto atteso e per il quale magari ci si è sobbarcati un viaggio di centinaia di chilometri: molte ore in macchina o in treno, per quei 120 secondi di gloria.

So di persone che già settimane prima dell’evento iniziano a provare qualche esercizio da insegnare al cane. In fondo, in palio c’è anche il premio per il Cane più obbediente... E così mi immagino questi cinofili nel parchetto, o magari nel cortile di casa se non proprio nel tinello, cercare di ottenere un “seduto” dal cane che sia decente. Se poi sa dare la zampa o fingere di fare “il morto”, tanto meglio.
Eppure non siamo a una manifestazione di quelle ufficiali, altisonanti. Non ci sono le gradinate di un palazzetto dello sport; nemmeno la passatoia rossa delle grandi expo. C’è solo l’erba di un grande prato, e un percorso tracciato con transenne e coni stradali muniti di zampette disegnate. Ma non importa... Questi sono 120 secondi che valgono una giornata. E se poi il premio non arriva... pazienza... l’importante è che Pallina, Luna, o Chicco abbiano fatto una bella figura.

Chi non conosce le feste dedicate al meticcio come la nostra, non sa come qui si possa intrecciare un meraviglioso mix tra competitività e sportività, tra serietà e voglia di divertirsi, tra cinofilia e le mille storie che ciascun cane porta con sé e che si intrecciano in un ring che scioglie ben presto ogni tensione.
Chi non conosce le feste dedicate al meticcio come la nostra, si perde quei musetti serissimi e concentrati dei bambini che fanno sfilare il cane di famiglia. Ma attenzione: non è come ad esempio nel calcio, dove se c’è in palio un trofeo minore viene messa in campo la squadra “panchinara”. No. Qui i bambini sono i giocatori di punta. Le star, assieme ai loro 4 zampe, sotto gli occhi compiaciuti dei genitori e dei parenti.
Così, nell’arco di pochi minuti puoi vedere un bambino, un anziano, un ragazzo portare in campo ogni sorta di frutto della fantasia e del libero amore canino. Perché qui non ci sono campioni e brocchi. Ci sono solo cani  e cinofili. Quelli veri. Quelli che non sanno magari neanche cosa sia il garrese o una chiusura della bocca “a tenaglia”, ma conoscono alla perfezione il cuore della loro star canina.

In una società, quale la nostra, dove l’apparire conta più dell’essere, dove in migliaia cercano la gloria effimera di una telecamera del Grande Fratello riservata però a 20-30 persone nel corso della stagione, anche questi 120 secondi di piccola gloria canina potrebbero sembrare una ricerca di luce, di micro-celebrità seppur per un pubblico limitato. Eppure non è così. C’è un qualcosa di autenticamente genuino in questa partecipazione spontanea, quasi “popolare” verrebbe da dire, se non fosse che è un aggettivo ormai corroso dal  suo primigenio e nobile utilizzo. Sono feste, queste, che hanno ancora il sapore dei balli in campagna per salutare l’arrivo della primavera. Divertimento puro e semplice, dal sapore un po’ decubertiano: perché qui veramente non è fondamentale vincere, quanto poter dire: “Io c’ero...”.

(La foto pubblicata è di New Photo Volpi, Seveso - MB)

venerdì 20 maggio 2011

Dell’amore e della morte

Una signora si avvicina in maniera cauta al nostro gazebo. Si vede che qualcosa la incuriosisce. Forse il manifesto della prossima manifestazione dedicata ai meticci. “Prego...” dico, e le porgo un volantino con il programma. “Oh... guardi - mi risponde lei - non mi parli di cani. Da quando è morto il nostro Jack non ci siamo più ripresi. È stato un dolore troppo forte che di cani non vogliamo più sentir parlare...”.

Un episodio, molto frequente, e per questo indicativo di come la perdita di un cane (o altro animale domestico d’affezione) possa essere un evento talmente traumatico da non riuscire a superarlo. Anche dopo anni. Così ci si chiude. Ma è un po’ come il nocciolo del reattore di Chernobyl: è solo coperto sotto metri di calcestruzzo ma di fatto è ancora vivo e pericoloso. Allo stesso modo il tempo, che pur è un gentiluomo in quanto è una delle medicine più formidabili che esista, riesce solo a coprire alla meno peggio quel buco nel cuore che comunque sanguina a ogni stimolo. Eppure... sappiamo benissimo che nel momento in cui scocca la vita, parte anche il count down della morte. Inesorabile. Solo che in un certo senso facciamo finta di nulla. Non ci pensiamo. O, peggio, ci illudiamo che siano gli altri e non noi a dover subire l’affronto di una morte anticipata.

Lo stesso discorso vale per l’amore che guarda caso è, se non proprio sinonimo, almeno stretto parente di concetti come vita ed energia: in qualunque occasione si inneschi (nei confronti di un partner, di un figlio o di un animale) porta già in sé il meccanismo di autodistruzione. Nulla, qui sulla terra, è eterno. Panta rei os potamòs, “tutto scorre come un fiume” diceva Eraclito. Ed eterno non lo è nemmeno l’amore che, ben che vada, è destinato a finire (almeno in una sua forma fondamentale) nel momento in cui la carne muore. Certo, può sopravvivere come pensiero e sentimento, ma di fatto lascia un lutto, al pari di una qualsiasi morte.

Alla luce di questo, esistono persone che addirittura si negano in partenza la compagnia e l’amore di un cane, di un figlio, di un partner. Perché poi... “non sopporterei la sua scomparsa”. Sentimento legittimo, che tuttavia castra in partenza ogni forma di gioia che l’accettare comunque questo compromesso tra vita e morte è capace di regalare. È vero, Jack (o anche Mario, Monica, Francesco...) è morto. Ma quanti momenti di gioia è stato capace di regalare? Quanta vita è stato in grado di iniettare nella nostra quotidianità?

Millenni di vita umana non ci hanno ancora insegnato un metodo infallibile per superare un evento tanto naturale quanto tragico come la morte. Molti si appigliano alla fede. Altri alla negazione a priori di ogni forma d’amore e di legame. Altri ancora indossano una corazza tipo Chernobyl e guardano a muso duro il dolore. Di fatto però non c’è nulla o quasi che, soprattutto nei momenti più difficili, ci possa spiegare il perché di un dolore così forte. Così non lo accettiamo. Inconsapevoli o, meglio, volontariamente negazionisti di quel contratto con la morte, di quella cambiale senza data segnata che un giorno inesorabilmente andrà saldata.

martedì 17 maggio 2011

Chi ha orecchie per intendere...

È notizia di questi giorni la decisione del ministero della Salute di modificare l'Ordinanza del 3 marzo 2009 sulla prevenzione delle aggressioni canine, inserendo anche nuove norme che di fatto reintroducono il divieto di taglio di coda e orecchie nel cane e, in generale, di tutti quegli interventi chirurgici destinati a modificarne la morfologia o non finalizzati a scopi curativi. Principi già esposti nella Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia (ratificata dall'Italia il 4 novembre 2010), eppure tali da suscitare ancora una ridda di polemiche. Agghiacciante è ad esempio questa reazione su un blog di cacciatori: “Provvedimento assurdo, tanto più che nei paesi realmente civili, dove c’è una classe politica ben più seria di quella italiana, i cani randagi sono soppressi senza inutili passaggi burocratici che servono solo a moltiplicare la spesa pubblica”.

Ora... mi riesce sinceramente molto difficile capire perché un tale provvedimento di semplice buon senso e tanta civiltà come questo, debba incontrare una simile resistenza. Chi conosce un poco di cinofilia sa infatti che le orecchie (e anche le code) venivano un tempo mozzate per evitare di offrire un facile appiglio al nemico di turno: fosse esso un lupo (per i cani da pastore) o un altro cane nel caso dei combattimenti. La coda, poi, veniva tagliata anche nelle razze da caccia per evitare che restasse ferita nello stretto del sottobosco. Ragioni che oggi non hanno più alcun senso, ma che con il passare del tempo hanno creato un fenotipo (aspetto esteriore dell’animale, ndr) tale da restare poi fisso nello standard e nella mente dei cultori della razza. Per fare un esempio il Dobermann (nella foto) resta agli occhi dei più quel cane con orecchie e coda mozze, anche se ormai i regolamenti delle esposizioni lo mettono sullo stesso piano di quelli interi.    
Si tratta insomma di una questione puramente psicologica, non pratica. Certo, far digerire ad un appassionato di questa razza un cane che, con coda e orecchie intere sembra quasi un segugio, è dura. Ma tant’è: si tratta solo di farci l’abitudine. Probabilmente i nostri pronipoti, abituati a decenni di cani integri, si stupiranno nel vedere tagli spesso assurdi e cani privi di coda così come si vedono oggi. Eppure questa icona mentale è talmente difficile da cambiare che addirittura fa emergere reazioni smodate e con esse pensieri gretti come quello del blogger appena citato. Segno che per una minoranza (speriamo che tale sia), il cane resta quella bestia da sacrificare in nome dei nostri gusti, e al diavolo gli animalisti, i ministri e tutti coloro che non capiscono un c.... di queste cose da veri uomini.
Chi ha orecchie per intendere... capisce insomma quanta strada debba ancora fare una cinofilia che voglia definirsi seria e responsabile. Un modo di vivere il cane che ancora troppe volte si scontra con mentalità retrograde, da macho, se non proprio da idioti. Coraggio allora, ci tocca continuare a rimboccarci le maniche e proseguire, con certosina pazienza, verso un obiettivo di civile senso dell’animalità.

mercoledì 11 maggio 2011

La sindrome del 26 aprile

Ricorderò a lungo quel 26 aprile 2009. Quel giorno era in programma la nostra 2a Festa del Cane Meticcio. Un evento sognato, immaginato, studiato per 11 mesi. L’anno prima, sempre ad aprile, eravamo riusciti a svolgere la 1a edizione grazie ad un grosso colpo di fortuna. Iniziò infatti a piovere per un mese intero solo a sera, appena finito l’evento. Se non abbiamo acceso un cero al protettore degli organizzatori di eventi, poco c’è mancato.
Ma quel maledetto 26 aprile la sorte ci fu però contraria. Passai i giorni prima a scrutare decine di siti meteorologici, appigliandomi al grado di colore che le nuvolette segnate sulle cartine potevano avere: “No dai, non sono poi così grigie” mi dicevo. “Forse abbiamo una speranza”.  Invece no. Dopo un sabato 25 pieno di sole, tale che mi misi all’opera per piazzare i cartelli indicatori lungo le strade, la mattina del 26, alle 7 del mattino ogni residua speranza iniziò a vacillare. Grossi nuvoloni non promettevano nulla di buono. Poi, alle 8, le prime gocce sciolsero ogni grammo di illusione. Pioggia. Festa annullata.

Provai un dispiacere assoluto. Un vuoto terribile. Era come se mi fosse stato rubato il Natale. Restai allora fuori dalla porta di casa per qualche istante. Incredulo, anche se la probabilità di pioggia era da giorni micidiale. Poi mi diedi una scossa. Afferrai il cellulare e insieme alla mia compagna iniziammo a mandare Sms a raffica a tutti coloro che si erano già iscritti on line: “Festa annullata causa pioggia!
Alle 9, infine, raggiunsi il luogo della Festa. Dovevo pur presenziare casomai qualcuno fosse venuto lo stesso, nonostante la pioggia. E così fu. Una coppia dal Trentino. Terribile... Li vidi da lontano con il cane al guinzaglio. Avrei voluto far finta di niente, spacciarmi per un passante. Invece li accolsi. “La Festa è rimandata... sono mortificato”.
Vidi le loro facce. Mi vergognai come un cane, anche se non era colpa mia. Mezza Italia in macchina per poi sentirsi dire... “Mi dispiace... non si fa nulla oggi”.

Da quel giorno la psicosi della pioggia mi assilla al sopraggiungere della data della manifestazione. In genere già un mese prima cerco improbabili previsioni meteo a lunghissima scadenza. Le stesse che hanno un’affidabilità pari a quella di assegnare a un cane il compito di prelevare dei soldi allo sportello Bancomat.
Sono i rischi del mestiere. È quel dietro le quinte che in genere concorrenti e pubblico forse non immaginano nemmeno. Così come magari non pensano ai patemi d’animo su eventi finanche improbabili ma che pur vengono alla mente: sede della Festa già occupata da altra manifestazione; transenne inesistenti o rubate nottetempo; generatore di corrente che non parte; fonico che proprio quel giorno s’è preso il morbillo; giudici che hanno deciso di farsi un anno sabbatico proprio tre giorni prima della Festa e così via.
Paure che l’esperienza gestisce e l’organizzazione capillare cerca di scongiurare. Anche se la “sindrome del 26 aprile” resta ormai nel Dna come una cicatrice e incarna in sé ogni sfortuna pari solo alla Legge di Murphy: “Se qualcosa dovrà andare male, ci andrà”.
Paure che si mischiano ai sogni. Alla Festa pre-vissuta mentalmente in ogni suo istante come in un film, per controllare che tutto sia a posto. Che si è pensato a tutto: cavi, premi, acqua per i giudici, cartellini di gara, diplomi, benzina per il generatore, nulla osta dell’ASL, microfono, transenna.... aiuto!

Poi arriva il fatidico giorno. E ogni fatica sembra quasi anestetizzata, fino a quel “Grazie di cuore a tutti. Al prossimo anno!” che sancisce la fine. Ora la stanchezza può anche uscire tutta, non prima però di aver sbaraccato il luogo e di essere tornati a casa bruciati dal sole e madidi di sudore. Ora sì. La stanchezza può uscire. E in genere non se lo fa ripetere due volte!