mercoledì 16 maggio 2012

L’insostenibile debolezza dell’uomo

Leggo su un quotidiano recente che in un college americano gli studenti, per alleviare la tensione pre-esame, possono interagire con dei cani messi a disposizione dalla scuola stessa, in orari e con tariffe ben stabilite.
Leggo, e non posso non pensare: “Ma non c’è uno straccio di amico, finanche un conoscente o persino un vicino da semplice ‘buongiorno-buonasera’ con il quale stemperare lo stress dell’attesa facendo due chiacchiere, bevendo una birra al bar, o giocando una mano di carte?”. Siamo davvero diventati così involuti, tristi e soli da dover chiedere al cane questo ulteriore fardello da condividere con noi?

L’impressione, confermata dal continuo apparire di notizie come questa, è che sia in atto una pericolosa débâcle dell’intero nostro essere uomini, fino a scoprirci non più tanto “bisognosi del cane”, quanto veri e propri “cani-dipendenti”. E siamo ben sciocchi, noi giornalisti cinofili, quando ci soffermiamo a dire che il cane, al giorno d’oggi, ha perso il suo ruolo fondamentale di ausiliario dell’uomo, come poteva avere magari fino a qualche decennio fa. Certo, trovare un cane da pastore che faccia davvero il pastore è impresa improba. Trovare poi (almeno in Occidente) un cane che traini ancora carretti, è come fare un 6 al Superenalotto. Ma ci è forse sfuggita quella mirabolante riconversione lavorativa - tanto cara ai nostri tecnici del Palazzo - che ha visto questi cani diventare psicologi, infermieri, assistenti sociali, educatori e chissà ancora cos’altro? Altro che nuove generazioni di bamboccioni! Loro sì che sanno tirarsi su la pelle delle zampe, e trovare soluzioni alternative ad una progressiva perdita del lavoro.

Dall’altra parte, però, troviamo il vero volto di questo fenomeno in espansione: quello di un uomo spogliato della sua umanità, costretto a mendicare affetto da un essere di specie diversa, tratteggiato romanticamente come il “miglior amico dell’uomo”. Altro che amico! Qui, il povero cane è costretto a farsi in dieci per sopperire alla nostra insostenibile debolezza. Ma il bello (o, meglio, il tragico) è che noi non ce ne accorgiamo. Citiamo questi episodi di “pronto soccorso emotivo” con la superficialità di un’occhiata e persino il compiacimento di stolti che vedono in esso solo un’ulteriore conquista della domesticazione canina. Ahi cara, vecchia vanità umana...

Nessun commento:

Posta un commento