Ricorderò a lungo quel 26 aprile 2009. Quel giorno era in programma la nostra 2a Festa del Cane Meticcio. Un evento sognato, immaginato, studiato per 11 mesi. L’anno prima, sempre ad aprile, eravamo riusciti a svolgere la 1a edizione grazie ad un grosso colpo di fortuna. Iniziò infatti a piovere per un mese intero solo a sera, appena finito l’evento. Se non abbiamo acceso un cero al protettore degli organizzatori di eventi, poco c’è mancato.
Ma quel maledetto 26 aprile la sorte ci fu però contraria. Passai i giorni prima a scrutare decine di siti meteorologici, appigliandomi al grado di colore che le nuvolette segnate sulle cartine potevano avere: “No dai, non sono poi così grigie” mi dicevo. “Forse abbiamo una speranza”. Invece no. Dopo un sabato 25 pieno di sole, tale che mi misi all’opera per piazzare i cartelli indicatori lungo le strade, la mattina del 26, alle 7 del mattino ogni residua speranza iniziò a vacillare. Grossi nuvoloni non promettevano nulla di buono. Poi, alle 8, le prime gocce sciolsero ogni grammo di illusione. Pioggia. Festa annullata.
Provai un dispiacere assoluto. Un vuoto terribile. Era come se mi fosse stato rubato il Natale. Restai allora fuori dalla porta di casa per qualche istante. Incredulo, anche se la probabilità di pioggia era da giorni micidiale. Poi mi diedi una scossa. Afferrai il cellulare e insieme alla mia compagna iniziammo a mandare Sms a raffica a tutti coloro che si erano già iscritti on line: “Festa annullata causa pioggia!”
Alle 9, infine, raggiunsi il luogo della Festa. Dovevo pur presenziare casomai qualcuno fosse venuto lo stesso, nonostante la pioggia. E così fu. Una coppia dal Trentino. Terribile... Li vidi da lontano con il cane al guinzaglio. Avrei voluto far finta di niente, spacciarmi per un passante. Invece li accolsi. “La Festa è rimandata... sono mortificato”.
Vidi le loro facce. Mi vergognai come un cane, anche se non era colpa mia. Mezza Italia in macchina per poi sentirsi dire... “Mi dispiace... non si fa nulla oggi”.
Da quel giorno la psicosi della pioggia mi assilla al sopraggiungere della data della manifestazione. In genere già un mese prima cerco improbabili previsioni meteo a lunghissima scadenza. Le stesse che hanno un’affidabilità pari a quella di assegnare a un cane il compito di prelevare dei soldi allo sportello Bancomat.
Sono i rischi del mestiere. È quel dietro le quinte che in genere concorrenti e pubblico forse non immaginano nemmeno. Così come magari non pensano ai patemi d’animo su eventi finanche improbabili ma che pur vengono alla mente: sede della Festa già occupata da altra manifestazione; transenne inesistenti o rubate nottetempo; generatore di corrente che non parte; fonico che proprio quel giorno s’è preso il morbillo; giudici che hanno deciso di farsi un anno sabbatico proprio tre giorni prima della Festa e così via.
Paure che l’esperienza gestisce e l’organizzazione capillare cerca di scongiurare. Anche se la “sindrome del 26 aprile” resta ormai nel Dna come una cicatrice e incarna in sé ogni sfortuna pari solo alla Legge di Murphy: “Se qualcosa dovrà andare male, ci andrà”.
Paure che si mischiano ai sogni. Alla Festa pre-vissuta mentalmente in ogni suo istante come in un film, per controllare che tutto sia a posto. Che si è pensato a tutto: cavi, premi, acqua per i giudici, cartellini di gara, diplomi, benzina per il generatore, nulla osta dell’ASL, microfono, transenna.... aiuto!
Poi arriva il fatidico giorno. E ogni fatica sembra quasi anestetizzata, fino a quel “Grazie di cuore a tutti. Al prossimo anno!” che sancisce la fine. Ora la stanchezza può anche uscire tutta, non prima però di aver sbaraccato il luogo e di essere tornati a casa bruciati dal sole e madidi di sudore. Ora sì. La stanchezza può uscire. E in genere non se lo fa ripetere due volte!

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