venerdì 20 maggio 2011

Dell’amore e della morte

Una signora si avvicina in maniera cauta al nostro gazebo. Si vede che qualcosa la incuriosisce. Forse il manifesto della prossima manifestazione dedicata ai meticci. “Prego...” dico, e le porgo un volantino con il programma. “Oh... guardi - mi risponde lei - non mi parli di cani. Da quando è morto il nostro Jack non ci siamo più ripresi. È stato un dolore troppo forte che di cani non vogliamo più sentir parlare...”.

Un episodio, molto frequente, e per questo indicativo di come la perdita di un cane (o altro animale domestico d’affezione) possa essere un evento talmente traumatico da non riuscire a superarlo. Anche dopo anni. Così ci si chiude. Ma è un po’ come il nocciolo del reattore di Chernobyl: è solo coperto sotto metri di calcestruzzo ma di fatto è ancora vivo e pericoloso. Allo stesso modo il tempo, che pur è un gentiluomo in quanto è una delle medicine più formidabili che esista, riesce solo a coprire alla meno peggio quel buco nel cuore che comunque sanguina a ogni stimolo. Eppure... sappiamo benissimo che nel momento in cui scocca la vita, parte anche il count down della morte. Inesorabile. Solo che in un certo senso facciamo finta di nulla. Non ci pensiamo. O, peggio, ci illudiamo che siano gli altri e non noi a dover subire l’affronto di una morte anticipata.

Lo stesso discorso vale per l’amore che guarda caso è, se non proprio sinonimo, almeno stretto parente di concetti come vita ed energia: in qualunque occasione si inneschi (nei confronti di un partner, di un figlio o di un animale) porta già in sé il meccanismo di autodistruzione. Nulla, qui sulla terra, è eterno. Panta rei os potamòs, “tutto scorre come un fiume” diceva Eraclito. Ed eterno non lo è nemmeno l’amore che, ben che vada, è destinato a finire (almeno in una sua forma fondamentale) nel momento in cui la carne muore. Certo, può sopravvivere come pensiero e sentimento, ma di fatto lascia un lutto, al pari di una qualsiasi morte.

Alla luce di questo, esistono persone che addirittura si negano in partenza la compagnia e l’amore di un cane, di un figlio, di un partner. Perché poi... “non sopporterei la sua scomparsa”. Sentimento legittimo, che tuttavia castra in partenza ogni forma di gioia che l’accettare comunque questo compromesso tra vita e morte è capace di regalare. È vero, Jack (o anche Mario, Monica, Francesco...) è morto. Ma quanti momenti di gioia è stato capace di regalare? Quanta vita è stato in grado di iniettare nella nostra quotidianità?

Millenni di vita umana non ci hanno ancora insegnato un metodo infallibile per superare un evento tanto naturale quanto tragico come la morte. Molti si appigliano alla fede. Altri alla negazione a priori di ogni forma d’amore e di legame. Altri ancora indossano una corazza tipo Chernobyl e guardano a muso duro il dolore. Di fatto però non c’è nulla o quasi che, soprattutto nei momenti più difficili, ci possa spiegare il perché di un dolore così forte. Così non lo accettiamo. Inconsapevoli o, meglio, volontariamente negazionisti di quel contratto con la morte, di quella cambiale senza data segnata che un giorno inesorabilmente andrà saldata.

1 commento:

  1. Premesso che condivido in pieno quanto hai esposto, vorrei contribuire con una riflessione sul tema. Ho conosciuto e conosco sia persone del Tipo 1 (mi è morto il mio adorato cane/gatto/criceto/ecc. e non posso nemmeno pensare di adottarne un altro perchè ho sofferto troppo) che del Tipo 2 (non voglio assolutamente adottare nessun cane/gatto/criceto/ecc. perchè poi quando muoiono si soffre troppo). Se posso permettermi in entrambi i casi è il proverbiale egoismo umano a farla da padrone, anche se la sofferenza quando si perde qualcuno a noi caro (umano o peloso) è innegabile, indiscussa e incommensurabile.
    Per fortuna ho conosciuto e conosco anche persone del Tipo 1 che, superato il fisiologico periodo di shock e sconforto per la perdita dell'amato pet, proprio in sua memoria sentono che è giusto offrire casa e affetto a un altro essere che non sostituirà mai del tutto l'amico scomparso (che avrà sempre un posto speciale nel cuore) ma che come lui condividerà il cammino della vita in ogni istante, triste o felice che sia. La mia adorata cagnolina Cherie (che ha partecipato con Rudy alla Festa nel 2009) è mancata improvvisamente a marzo 2010. Nelle settimane seguenti, non mi vergogno a dirlo, Rudy e io ci siamo trascinati stancamente come zombies, annientati dalla sua perdita. Ma in giugno, quando si è presentata l'occasione di adottare Tobia salvandolo dalla sua atroce non-vita di stenti e maltrattamenti, non ci ho pensato neppure un attimo e persino Rudy col suo carattere dominante lo ha accolto tutto sommato di buon grado nel suo sacro territorio.
    Le persone di Tipo 2 con cui ho avuto a che fare mi è sembrato invece che nascondessero ben altro dietro il categorico rifiuto della sofferenza che prima o poi si presenta a chiedere il conto, "sicura come la morte" come dicevano i nostri nonni, alla scomparsa della bestiola di casa. Incalzati con obiezioni e domande più precise sull'argomento arrivavano ad esprimere finalmente le loro reali preoccupazioni sull'adozione di un pet: è un impegno, ha bisogno di spazio vitale, poi bisogna occuparsene, richiede tempo, se è un cane dev'essere portato a spasso con sole/pioggia/vento/neve/tormenta/tsunami, il mantenimento e le cure veterinarie costano, bisogna organizzarsi per le vacanze, e via di seguito. Ah, ecco la verità! Sono in gran parte persone che non hanno mai vissuto con un animale d'affezione, altrimenti saprebbero che i nostri sforzi e il nostro impegno vengono ripagati al 10.000 x 100 dall'affetto e dalla dedizione che questi piccoli amici ci dimostrano per tutta la vita, fino al momento dell'ultimo respiro in cui ci guardano ancora adoranti e nei loro occhi possiamo leggere il dispiacere che provano per noi nel doverci lasciare soli.
    Se queste persone sapessero, se solo trovassero il coraggio di aprirsi all'amore e alla conoscenza per entrare in un universo di sentimenti e sensazioni uniche ed irripetibili! "E' meglio aver amato e perso, che non aver mai amato" (Alfred Tennyson, 1809-1892).
    Maria

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