mercoledì 19 ottobre 2011

Cari manager, imparate dai lupi!

La figura del Mega Direttore Galattico, tratteggiata da Paolo Villaggio nella saga di Fantozzi, resta per molti l’icona più graffiante, grottesca ma a volte veritiera della figura del manager di alto livello. O, per dirla più semplicemente: del capo. Quasi inavvicinabile, pronto a troncare la carriera di ciascuno che non segua pedissequamente le sue indicazioni e contornato da una schiera di adulatori pronti a schioccare risatine compiacenti ad ogni cavolata che pronunci (e che a una persona non servizievole a malapena farebbe alzare il labbro in uno stentato sorriso), lui si gode la sua posizione di potere e privilegio al pari di un imperatore di antica memoria.

Al di là delle capacità manageriali che può avere o meno, spesso il capo ama ostentare il suo ruolo di potere che nella maggior parte dei casi include un rapporto freddo, superficiale, distaccato con i dipendenti. Di loro ignora eventuali beghe familiari che comunque possono avere un effetto anche sulla redditività in ufficio; di loro a volte non ricorda neanche il nome e preferisce usare il cognome (segno evidente di distacco più che di rispetto); di loro, infine, ignora perlopiù ogni componente umana che non sia asservita al lavoro.
E’ insomma un leader freddo. E il suo potere è quello classico, determinato cioè da percorsi che non sono passati dalla “base”, in quanto tutto è stato deciso dall’alto. Al contrario la sociologia ci insegna che esiste anche il leader emotivo, la cui leadership viene determinata non solo da decisioni “superiori”, ma anche dal favore della base. E’ insomma un leader carismatico, capace di entusiasmare i suoi collaboratori e di tirare fuori da loro il meglio. Grazie anche ad una capacità di “fare squadra” di certo non comune. Come Steve Jobs. Genio e leader carismatico, anche se certamente si è macchiato di sbavature da tiranno.

I leader emotivi sono quelli che più di altri si avvicinano ad un modello eccezionale (e funzionale) di autorità: quella dei lupi alfa, ovvero i soggetti dominanti di un branco.   

L’etologia ci insegna che il branco è una famiglia di lupi in cui a padre e madre si affiancano i figli di prima, seconda, e finanche terza generazione, più eventuali (rari) soggetti esterni che hanno trovato accoglienza. E ci insegna anche che questa famiglia è piuttosto rissosa. Il desiderio di leadership – ruolo che comporta numerosi privilegi tra cui il diritto ad accoppiarsi – è talmente forte e innato che il capo e sua moglie non possono mai stare tranquilli. Periodicamente la loro autorità viene dunque messa in discussione da giovani rampolli, tutto ormoni e sogni.
Eppure, da veri leader, questi lupi riescono nella maggior parte dei casi a mantenere l’ordine con saggezza e una straordinaria capacità da mediatori. Lungi dal voler imporre sempre e comunque la loro autorità in modo prevaricante, “essi sono i più intelligenti, i pensatori, e quindi quelli di maggior valore” come sottolinea Shaun Ellis. Uno che di lupi se ne intende, avendo convissuto con loro per anni. Da veri leader, per farla breve, usano a meraviglia “carota e bastone”, accettando talvolta di giocare a subire, sapendo che comunque l’apparire accomodanti e predisposti ad un potenziale dialogo con i sottomessi non inficia la loro autorità. Semmai la esalta, grazie alla “stima” (se così sui può dire) che sono capaci di conquistarsi.

Ecco perché tanti manager dovrebbero imparare dai lupi. Altro che scegliere buffonate come le passeggiate sui carboni ardenti o i corsi di sopravvivenza in finte giungle metropolitane, per imparare a controllare un loro ego che spesso fa acqua da tutte le parti!

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