“Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle."
Steve Jobs (1955-2011)
Ricordo di aver letto da più parti testimonianze di persone coinvolte in situazioni tragiche (dal campo di concentramento alla calamità) che grossomodo raccontavano la stessa cosa: sono sopravvissute, oltre a una buona dose di fortuna, di fede e con la complicità del destino, anche grazie al fatto di non aver mai mollato la speranza di sopravvivere. Di restare legati ad un sogno. Fosse pure quello di uscirne in qualche modo.
In quest’ottica il sogno perde completamente quel connotato di “illusione” che oggi gli viene affibbiato perlopiù da gente sfiduciata, delusa, ferita dal fatto di aver sbattuto musate pesanti contro la realtà. Ma illudersi significa travisare il concreto, dissimulare le proprie capacità. Non certo “sognare”. Io ad esempio posso illudermi di correre i 100 metri piani in 10 secondi, ma se lo facessi sarei un “povero illuso”. Mi manca il fisico, la forza. Mi mancano persino i geni. E anche se lavorassi per anni per questo obiettivo, forse riuscirei a percorrere quella striscia di terra sintetica in 25 secondi. Non certo 10. Posso però sognare di fondare un giornale tutto mio. E’ vero, mi mancano i soldi. Non ho la minima idea di come potrei recuperare la pubblicità necessaria a farlo vivere. Però posso lavorare per questo. Studiare, farmi in quattro, cercare contatti, ideare soluzioni, proporre idee. Insomma... posso darmi da fare per il mio sogno. E così facendo non dissimulo la realtà. Cerco di piegarla al mio volere. Alle mie aspirazioni. A cio’ che voglio e, parafrasando l’Alfieri, “volli, sempre volli, fortissimamente volli”.
Oggi la scomparsa di Steve Jobs, genio dell’Apple e sognatore concreto, stimola milioni di persone a ripensare alla sua voglia di sognare. Alla sua lucida follia che si è trasformata in miliardi di euro per l’azienda che ha contribuito a fondare e milioni di clienti soddisfatti. Oggi il sogno torna a diventare il protagonista. Non è infatti morto né l’iPhone né l’iPad. E’ morto il loro inventore. E così, fra un mese, il concetto di sogno tornerà ad impolverarsi sotto chili di giudizi negativi: “E’ un sognatore...” si dice di qualcuno che osa pensare in modo stupefacente, lontano da ogni canone conosciuto.
Sarà anche così, ma nel club dei sognatori ci sono anche persone che lavorano incessantemente per quello che vogliono. Come Steve. E talvolta a questo traguardo ci arrivano. A questo proposito, se non sbaglio Silvester Stallone in un film disse qualcosa del tipo: “Non smettere mai di lottare. Se poi perdi non importa. L’importante è che tu abbia lottato”.
Un piccolo esempio personale. Ho sempre voluto fare il giornalista. Da piccolo (era il 1976, avevo 12 anni) un giorno appesi in cucina un foglio di quaderno che simulava la pagina di un giornale. Decisi di chiamarlo con scarso senso del gusto La cornacchia. Poi una “erre” mi rimase nel pennarello, e così diventò: La conacchia. Andava bene lo stesso. Ricordo che accanto a una improbabile cronaca della vittoria di Niki Lauda in Formula 1 vista in Tv, c’era una news su un fatto avvenuto in casa nostra.
Beh... non sono diventato il direttore del Corriere della Sera (a dire il vero neanche mi interessa) e probabilmente i miei lettori sono quei 25 di manzoniana memoria. Eppure, nonostante le facili ironie di amici di allora e parenti, sono riuscito a scrivere e dirigere testate cinofile nazionali. E ora spiego ad allievi entusiasti, come si può fare giornalismo cinofilo. Questo, credetemi, mi dà una soddisfazione che vale più di cento articoli sui più blasonati quotidiani di oggi.

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