Non sono mai stato attratto dalle disquisizioni linguistiche. Tuttavia, di fronte al quotidiano scempio della cinofilia degli anni Duemila, anche il mio lessico abituale ha un rigurgito di indignazione. E così propongo l’introduzione di una dicotomia netta tra la parola cinofilo (ovvero “amante, amico dei cani”) e cinoforo (colui che il cane semplicemente “lo porta in giro”).
Regalare la parola cinofilo a tutti, cioè anche a coloro che vedono in questo animale unicamente il cortiletto privato dove far giocare tranquillamente le loro frustrazioni di uomini a danno e vergogna del nostro amico a quattro zampe, sinceramente non mi va più. Così toglierei questo appellativo a tutti i padroni che: colorano il mantello del cane a tinte choc; gli danno solo vegetali perché anche loro aborrono il mangiar carne; gli danno da bere la “birra per cani”. Ma anche a coloro che al canile rifiutano di adottare un soggetto nero, perché porta sfiga o “viene male nelle foto”; oppure li tengono chiusi in cortile tutto il giorno, d’estate e d’inverno; che regalano cuccioli a Natale; che a carnevale li trasformano con costumi bizzarri per farsi due risate con gli amici; che ricorrono alla chirurgia estetica per togliere ad esempio le pliche della pelle sul muso di un Bullmastiff. Eccetera.
Per loro va bene solo il termine cinoforo, dal latino “fero”, portare. “Portatori (malati) di cani”, e basta. Ma anche di tante idiozie quanto è il loro peso corporeo. No. La parola cinofilo, pur senza essere affascinante come altre - magari straniere - conserva in sé un radice bella, pulita: l’amore per il cane. In questi dementi che ignorano la più piccola particella di intelligenza canina e umana, di cinofilia non c’è nulla. Chiamateli allora padroni, gente con il cane. Se non proprio depressi, ignoranti. Finanche coglioni. Ma, se volete restare nel lessico più fine e meno volgare, allora usate cinofori. Farete bella figura, e renderete giustizia a coloro che, i cani, li amano davvero.

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