Il cane come “arma” di offesa, ricatto. Strumento involontario e inconsapevole per ferire l’altro: sia esso un compagno, un amico o un familiare. È l’altra faccia della cinofilia. Quella che rappresenta lo specchio riflesso e deformato di un rapporto uomo-animale perlopiù esaltato come bello, tenero; talvolta persino edulcorato nell’ostinata spinta a cercare un qualcosa di positivo in un’umanità in grado troppe volte di assumere profili scabrosi. Ed ecco allora il concretizzarsi di questo fenomeno in testimonianza, feroce e inaspettata, giunta via mail per il solo fatto di aver scritto libri sui cani (e di averne evidenziato anche il lato più bieco): “Usava il suo cane per difendersi da me....lui da proteggere io da ferire”.
Nulla di nuovo, purtroppo. È l’applicazione di un principio fondamentale che regola certi rapporti umani: il ricatto dell’amore. Sia esso rivolto ad un altro umano oppure ad un animale. È l’amore come arma d’offesa, merce preziosa che diventa moneta di scambio: ti ferisco dirottando l’amore; ti ferisco dimostrandoti che altri meritano più amore di te; ti rendo cosciente di quanto poco amore sei meritevole al confronto di altri.
Nulla di nuovo, s’è detto. Stupisce tuttavia che, ad assumere il ruolo di grimaldello per scardinare l’equilibrio emotivo dell’altro, sia stato scelto un cane. Proprio lui, così lontano dalle geometrie e dai calcoli amorosi di noi bipedi; lui così pronto ed immediato a restituire (moltiplicato) l’intero capitale d’affetto investito nelle pieghe del suo cuore. Eppure le cronache di questi anni ci insegnano come proprio il cane diventi anch’esso materia di contenzioso nelle cause di divorzio: affetto da spartire in uno spezzatino di giorni alterni, come per i figli.
Perché allora stupirsi? Per colpire, ferire, umiliare l’altro, si ricorre a tutto: bambini, amici, parenti... e cani. In amore e in guerra non esistono regole, si dice. C’è allora solo da sperare che proprio il cane, dall’alto della sua purezza emotiva, possa almeno lui essere indenne da condizionamenti e restituire con una semplice leccata in viso, un grammo di dignità e amore a chi crede di averli perduti entrambi.

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