lunedì 25 giugno 2012

Il destino (o la fortuna) di essere brutti


Sopra: Totò nel film Questa è la vita. Sotto Mugly
Mi viene un dubbio: essere considerati brutti, con tanto di “certificazione ufficiale”, è da considerarsi una disgrazia oppure un’opportunità? E ancora: ce la si può cavare con una grassa risata e usare tonnellate di autoironia, oppure si è talmente feriti da rasentare una grave crisi di identità e una conseguente reazione di misantropia?

La domanda mi sorge spontanea nel leggere che, alla 24a edizione del concorso “Cane più brutto del mondo” che si tiene alla Sonoma-Marin Fair di Petaluma (California, Usa) è stato eletto ancora una volta un Cane nudo cinese (Chinese crested dog). Quest’anno è la volta dell’inglese Mugly, dopo una innumerevole serie di colleghi della stessa razza. Insomma: questa particolarissima razza orientale, caratterizzata dal fatto di avere il corpo quasi completamente glabro, è una habitué  di questi poco lusinghieri ring. Eppure... sia in questo caso come in quello precedente (il californiano Yoda, campione 2011) i padroni dichiarano di essere lusingati da questo riconoscimento e spergiurano amore profondo per la bestiola. D’altra parte - mi viene da pensare - se li avesse sfiorato anche solo un velo di sospetto di diventare oggetto di scherno, non avrebbero iscritto il cane ad un concorso simile. No?

Che c’è dunque dietro questa scelta apparentemente masochista?

Per rispondere mi viene in mente un passaggio del film Questa è la vita (1954), in cui il povero Totò (nelle vesti di Rosario Chiarchiaro), vuole conquistarsi l'inimicizia dei suoi compaesani affinché la sua famiglia possa vivere in condizioni più favorevoli. Alla fine ottiene l’agognata patente di iettatore. Della serie: “L’avete voluta? E allora eccola: sì, sono un portasfiga certificato, e mo’ son cavoli vostri!”.
Allo stesso modo il proprietario di un cane oggettivamente brutto qual è Mugly o era Yoda, magari stanchi di essere additati dalla gente per lo sgorbio che tenevano al fondo del guinzaglio, hanno deciso di fare come Totò: certificarsi. E vantarsi di quest’azione. In questo modo un difetto diventa talmente amplificato da diventare oggetto di pregio: vengo premiato perché sono immensamente brutto. E di questo me ne vanto.
Ma il cuore della vicenda sta proprio qui: nell’iperbole della bruttezza. È proprio il massimo del difetto che genera il suo opposto: un dignitoso pregio. Una bruttezza più contenuta non avrebbe dato simili risultati. Magari solo un dispiacere reiterato, al quale ci si puo’ abituare con ghandiana pazienza e tolleranza.

Non diversamente accade tra gli uomini. A Piobbico, paese di poco più di 2mila abitanti nelle Marche, esiste un Club dei brutti, organizzazione internazionale (!) fondata nel 1879 che conta 30mila iscritti divisi in 25 sedi sparse per il mondo. E la “sindrome Totò iettatore” appare chiara già nelle parole con cui si presentano nel loro sito: “La nascita del club era motivata dall'esigenza di maritare le zitelle del paese, poi con il passare degli anni, e l'evoluzione della società l'associazione ha accolto una visione più ampia del problema. Lo scopo dell'associazione negli anni più recenti è stato quello di sminuire il culto della bellezza e dell'apparenza, ormai dominante sulla società moderna per ristabilire un giusto equilibrio di valori sociali”. Leggi: fare di necessità... virtù!

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