sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 4

Il cane utile... e quello "non più utile"

Il concetto di rispetto con il quale s’è chiuso il capitolo precedente, nel corso dei secoli è andato perlopiù di pari passo con l’attitudine del cane a lavorare. A scapito, però, di altri fattori come la bellezza o la capacità, da parte dell’animale, di dare origine a un legame emotivamente ricco con l’uomo. In quei 14,8 cm di storia citati, insomma, poco importava che l’animale fosse espansivo, coccolone, o finanche bello da vedere. Queste sono tutte prerogative che cercano  gli uomini moderni. Non certo i nostri avi. 
L’attitudine a lavorare rendeva dunque il cane utile, e quindi degno di rispetto, ma unicamente perché era importante mantenerlo in una condizione tale da poter continuare a rendere un servigio all’uomo.

Non è un caso, allora, che i primi tentativi di classificare le razze canine si siamo tutte incentrate sul ruolo che i vari cani avevano. Lo storico greco Senofonte, vissuto tra il V ed il IV secolo a.C, ad esempio si limitò a distinguere due gruppi: i cani adatti per la guardia e quelli adatti per la caccia. Con Aristotele invece, filosofo greco del IV secolo a.C, cambia la prospettiva, ma non il senso del discorso.  I cani vengono infatti suddivisi solo per provenienza geografica: quelli dell’Epiro; di Laconia; di Molosso; di Cirene; i cani degli egiziani; quelli indiani; quelli melitensi.
Anche i Romani non si comportarono diversamente, e la loro classificazione è anch’essa imperniata solo sulla funzione: cani venatici (da caccia, suddivisi tra coloro che seguono, attaccano e rincorrono la selvaggina), quelli pastorales (da pastore) e villatici (cani da guardia alle case, alle fattorie, ai campi ecc.).
Una piccola novità la offre invece John Keys, meglio noto con l’appellativo di Dottor Caius, medico tra gli altri di regnanti come Edoardo VI (1537-1553), e le regine Maria I (1516-1558) ed Elisabetta (1533-1603). Nella sua classificazione datata 1576, oltre a diversi (e particolarmente analitici) gruppi di cani da caccia e da utilità, cita anche il gruppo dei Currish kind-degenerate, traducibile con “i cani dei saltimbanco”. Secondo Keys i cani da lavoro erano destinati alle fasce sociali medio-alte della popolazione; gli altri, i Currish kind-degenerate, erano invece destinati alle fasce più popolari, le meno nobili in tutti i sensi. Inizia dunque a insidiarsi una differenziazione sociale dell’animale cane. La stessa che poi darà vita a molte delle scelte che inconsciamente ancora oggi facciamo prediligendo una razza piuttosto che un’altra.

Per arrivare a una considerazione del cane non più dal solo punto di vista utilitaristico ma anche esteriore, morfologico, occorre aspettare il XIX secolo. Per la precisione Pierre Mégnin, medico veterinario dell’esercito francese, il quale nel 1897 divise le razze canine secondo un sistema ancora oggi in vigore: lupoidi (cani con testa a forma di piramide orizzontale, orecchie generalmente diritte, muso allungato e stretto, labbra piccole e serrate, quelle superiori non oltrepassano la base delle gengive inferiori); braccoidi (cani con testa a forma quasi prismatica, col muso egualmente lungo sia all’estremità sia alla base e separata dalla fronte da una depressione generalmente ben marcata, orecchie cadenti, labbra lunghe e pendenti, le superiori oltrepassanti il livello della gengiva inferiore); molossoidi (cani con testa voluminosa, rotonda o cuboide, orecchie piccole e cadenti, muso corto, labbra lunghe e spesse, corpo massiccio e normalmente di grande statura); graioidi (cani con testa a forma di cono allungato, cranio stretto, orecchie piccole coricate all’indietro e diritte, muso lungo e sottile in tutti i sensi e in linea retta con la fronte, naso saliente ed angolato, sporgente sulla bocca, labbra piccole e corte o serrate, corpo slanciato, membra fragili, ventre molto levrettato).

È a questo punto importante sottolineare come la selezione artificiale condotta dall’uomo sul cane (ciò che rappresenta il passo successivo alla domesticazione), per il 90% del periodo intercorso tra il primo contatto tra le due specie a oggi, sia stato dettato da ragioni pratiche. I soggetti destinati a riprodursi erano quelli con le maggiori doti sfruttabili per il lavoro: forza, aggressività, tempra, costituzione fisica ecc. La conseguenza è che per lunghi secoli ci troviamo di fronte a definizioni di cani, ad esempio “mastino”, che non identificano un particolare molosso, ma più genericamente un vasto universo di cani di stazza più o meno grossa e con caratteristiche fisico/caratteriali adatte alla lotta, la guardia, la guerra e la difesa. Solo da un paio di secoli, invece, con lo svilupparsi della cinognostica [1] e le conoscenze in ambito genetico, si è arrivati a produrre razze non necessariamente pensate per un ruolo pratico preciso.  

Lo svilupparsi dei criteri di selezioni moderni ha certamente fatto ordine in un guazzabuglio di veri e propri meticci, favorendo una razionalizzazione dei vari genotipi [2] e, di conseguenza, riassestando il fenotipo [3] delle razze che conosciamo oggi, ma a ben vedere ha anche favorito una vera e propria rivoluzione culturale che si può riassumere in poche parole: il cane non necessariamente dev’essere utile; può anche non fare nulla  e avere comunque piena dignità di esistere. 

Significativa in questo senso è la storia del bulldog inglese. Per secoli questo cane ha rappresentato un classico esempio di mastino usato per il combattimento con altri animali. Il nome stesso (bull + dog, cane da toro) evoca ancora oggi scontri cruenti con i bovini, resi ancora più atroci dal fatto che il cane doveva mordere il muso del povero avversario e cercare di resistere il più a lungo possibile senza mollare la presa. Azione del resto facilitata dalla conformazione prognata del muso che – attraverso una posizione arretrata del tartufo (naso) – permetteva al bulldog di continuare a respirare dalla narici pur avendo la bocca serrata.
Questa vera e propria pratica sportiva, detta bull-baiting, fu ampiamente perseguita almeno fino alla metà del XIX secolo. Poi, con l’insorgere di una nuova coscienza animalista e la conseguente introduzione di normative contro i combattimenti tra animali (nel 1834 in Francia; nel 1835 in Inghilterra), diventò una pratica illegale seppur portata avanti in periferia o in zone dove comunque la polizia chiudeva un occhio. L’effetto fu comunque devastante sulla razza. Il bulldog, che dobbiamo immaginare non certo piccolo e tozzo come quello odierno, semmai più grande e simile all’attuale bulldog americano, si trovò quasi di colpo senza impiego. Inoltre  i soggetti allora esistenti avevano un tasso di aggressività interspecifica [4] elevati e comunque incompatibili con una facile gestione quotidiana.
Iniziò allora da qui una straordinaria azione di riconversione della razza che doveva intervenire sulla stazza (non erano più necessari cani grossi) ma soprattutto sul carattere. Attraverso selezioni mirate il cane iniziò allora a rimpicciolirsi e a incrementare le sue doti di docilità e socialità, per farne non più un cane “da lavoro” ma un good citizen dog, un “cane buon cittadino, come si usa dire da qualche anno.
Nel 1864 Samuel Wickens, usando lo pseudonimo Philo-Kuon (amico del cane), scrisse il primo standard della razza, dando di fatto le prime direttive di quello che oggi chiamiamo english bulldog e chiudendo definitivamente una pagina di storia.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 5



[1] Scienza che valuta le razze canine per i loro caratteri morfologici e fisiologici esteriori e individuare così per ciascuna razza la migliore utilizzazione e il massimo rendimento.
[2] Per genotipo si intende la costituzione genetica di un organismo
[3] L’aspetto esteriore
[4] Rivolta cioè verso soggetti di una specie diversa

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