sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 5

La celebrazione del cane inutile e le radici della moderna "cinofollia"

Il venir meno di una condizione inderogabile almeno fino a un paio di secoli fa – il cane deve risultare utile per avere la facoltà di esistere – a favore invece di una nuova e più comoda situazione – il cane può anche non fare nulla e avere comunque il diritto di vivere – può essere considerato come il punto cruciale dal quale ha inizio un nuovo, e più perverso modo di vedere, trattare e vivere il cane. Insomma, un po’ come è accaduto a certi atleti molto blasonati, il rapporto uomo-animale da tonico, pragmatico, efficiente e rigoroso qual era agli inizi, si è lasciato in seguito andare a ogni sorta di vizio, e in qualche caso a un più generale “decadimento morale”.

Non unica colpevole, ma certamente corresponsabile di questa trasformazione, è stata la selezione artificiale da parte dell’uomo  che, a partire dall’800 in poi, ha generato su basi non più empiriche ma scientifiche cani perlopiù iper-specializzati, e per questo a maggiore rischio “disoccupazione” con il cambiare dello scenario socio-economico.
Per comprendere il fenomeno, basta pensare al settore della caccia. Nell’attuale classificazione delle razze canine della Fci (Federazione Cinologica Internazionale), su 10 gruppi esistenti ben 3 sono dedicati espressamente a razze per uso venatorio: il Gruppo 6 (Segugi e cani per pista di sangue), il Gruppo 7 (Cani da ferma) e il Gruppo 8 (Cani da riporto, da cerca e da acqua). Il numero totale di razze comprese in questi tre gruppi ammonta poi a 160 razze (su circa 400 riconosciute), senza contare razze come i bassotti (Gruppo 4) o alcuni terrier (Gruppo 3), nati anch’essi per uso venatorio Ciò significa che oggi almeno il 50% delle razze esistenti è stata selezionata per la caccia.

Un altro dato per riflettere: nel 2015 sono stati registrati ai Libri genealogici dell’Enci (Ente nazionale della cinofilia italiana) ben 13.782 setter inglesi (cane nato espressamente per la caccia). Vale a dire che in un solo anno, e contando solo quelli di razza pura muniti di pedigree, in Italia circolano più di 13 mila cuccioli di questo cane da ferma. Ora, vogliamo forse illuderci che tutti quanti abbiano la fortuna di scorrazzare per i boschi in cerca di selvaggina? Affatto. La maggior parte di questi è destinata a finire in salotti borghesi, tra divani e caloriferi, scelti da chi magari la caccia proprio non la sopporta ma solo per il fatto che si tratta di un cane bello e anche socievole. Quindi, sono destinati a svolgere un’attività che non fa parte della loro indole e della loro memoria storica.

Quello che si è verificato negli ultimi decenni è dunque ancora più grave: si è continuato a produrre soggetti di razze che ormai non hanno quasi nessuna ragione d’essere con la loro funzione primigenia. Pensiamo ai cani nordici come l’alaskan malamute o il siberian husky: a parte il loro uso per intraprendenti cittadini metropolitani che vogliono provare l’ebbrezza di una corsa in slitta, oggi quale funzione possono avere? Nessuna. Eppure almeno fino all’inizio degli ultimi anni ’80 queste razze sono state iper-allevate anche in Italia, dando vita ad un mercato - alimentato da un contemporaneo e deleterio effetto moda - di cuccioli finiti tutt’al più in qualche casa di montagna.   

Ecco dunque il vero cuore del problema. Le mutate condizioni socio-economiche che, perlopiù in Occidente, hanno sollevato il cane dall’obbligo di rendersi utile, hanno di fatto drogato il mercato che continua a produrre soggetti iper-specializzati quasi che ci trovassimo ancora in tempi in cui il cane da slitta poteva effettivamente correre nella neve, il cane da caccia poteva realmente andar per boschi, e cani come molti terrier passare la giornata a cacciare topi e lonze. Tra realtà storica e attività umana si è dunque creato un incredibile dialogo tra sordi, senza alcun ragionevole punto di contatto. È allora il caso di dire che la cinofilia, da strumento per soddisfare i bisogni dell’uomo, negli ultimi 200 anni si è sempre più trasformata in strumento per compiacere l’uomo. A qualsiasi costo.

Discorso ben diverso è invece quello che riguarda i paesi non occidentali, dove questa iper-specializzazione non è affatto così marcata, a favore invece di cani perlopiù tuttofare. Pensiamo ad esempio  al già citato pastore di Ciarplanina. Da molosso con eccellenti doti fisiche qual è, risulta in grado di essere un ottimo cane da guardia, un buon cane da difesa personale e anche un buon guardiano del bestiame. Quello che poi lo caratterizza è quella che i giornalisti cinofili definiscono spesso una “natura incorrotta”: vale a dire un comportamento più vicino al fratello lupo che al cane domestico, fatto di fierezza, coraggio, atteggiamento parzialmente indomito e la capacità di porsi di fronte all’uomo quasi “da pari a pari” e con ben pochi atteggiamenti gratuitamente servili.

Curiosamente (ma a pensarci bene neanche poi tanto) molte altre razze non occidentali conservano queste caratteristiche. E guarda caso sono le stesse che hanno subito il minor impatto derivante dalla selezione artificiale umana. Razze orientali come il chow-chow o l’akita, quelle dell’Europa dell’Est come il puli e il laika, ma anche quelle dall’altra parte del mondo come il fila brasileiro o il perro dogo mallorquin, presentato tutte un fondamentale atteggiamento di fierezza, di tempra [1] dura  e di scarsa socievolezza che difficilmente troviamo tra i nostri cani europei. Rispettano cioè più da vicino quello che idealmente potevano essere le caratteristiche di quei proto-cani, non ancora cani domestici e non più lupi dei nostri antenati.

Di fronte a questo ulteriore indizio che vede proprio l’uomo quale responsabile primo di un certo decadimento della vera natura canina, l’effetto a cui assistiamo oggi è pressoché drammatico: l’avere al nostro fianco cani che hanno perso la loro identità, e sui quali vogliamo invece apporre quella che noi umani riteniamo essere la più adatta.

Per i nostri cani ormai disoccupati creiamo degli intrattenimenti artificiali: facciamo correre i levrieri dietro a peluche meccanici nei cinodromi o nei campi da coursing; i border collie li facciamo lavorare solo in esibizioni sportive, pronti a radunare uno sparuto gruppo di pecore ormai assuefatte e sotto gli occhi dei giudici inflessibili; il pastore maremmano abruzzese non ha più idea di cosa sia un lupo; i molossi ormai sono ridotti a morsicare la manica di juta e plastica dell’addestratore. E così via.
Tutto questo senza contare che ormai per certe razze esistono due tipologie di cani: l’una, in cui si predilige la bellezza e che rispecchia in toto lo standard di razza; l’altra, in cui si prediligono invece le doti lavorative, in cui invece il fenotipo si concede qualche “variazione sul tema” e spesso risulta essere solo una versione bruttina del cane vero.

In questo mix di perdita di lavoro, d’identità e  spesso anche di delle attitudini e originarie e memoria storica di razza, affondano le radici della moderna cinofollia. Vale a dire di quel nuovo modo di vivere il cane, totalmente antropocentrico e vero e proprio vaso di pandora di molti dei disturbi comportamentali a cui oggi purtroppo vanno soggetti i nostri compagni a quattro zampe.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE PARTE SECONDA 




[1] Con tempra si indica la capacità del cane di sopportare stimoli negativi sia fisici che psichici

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