sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 6

Come ragionava il lupo prima di diventare cane


Scrive lo studioso Bruce Fogle nel suo volume La mente del cane [1]: “Il cane potrebbe sembrare una pecora. Si potrebbe pensare in realtà che sia una pecora, ma l’intera base del suo comportamento è quello che ha ereditato dal lupo”. Se dunque vogliamo capire il nostro cane dobbiamo necessariamente rifarci al suo parente selvatico, in quanto siamo di fronte a un processo ereditario ed evoluzionistico a direzione unica: dal lupo al cane e non certo viceversa.

Un primo elemento fondamentale per capire e porre in relazione questi due canidi è il concetto di branco, che per quanto riguarda il lupo può essere definito come una unità familiare allargata, in quanto generalmente è composto dai due genitori riproduttivi e dalla loro prole. Il numero di soggetti che lo compongono è variabile e soprattutto determinato da vari fattori tra cui in primo luogo il tipo di habitat popolato (se ricco o meno di selvaggina o comunque di disponibilità alimentari) e in secondo luogo la vastità del territorio controllato dal branco stesso: in sostanza più quest’ultimo è ampio (ed è quindi in grado di fornire cibo per tutti i suoi componenti, sempre in relazione al tipo di habitat che lo caratterizza) più il branco può essere numeroso. Di norma le osservazioni effettuate indicano un numero medio di 4-6 soggetti, anche se non mancano rilevamenti decisamente maggiori, come quello rarissimo di un branco di 36 lupi individuato negli anni ‘60 in Alaska.
Parlare di branco significa poi coinvolgere un altro aspetto che accomuna lupo e cane: la socialità. In sostanza grazie al fatto che il lupo è un animale sociale si può creare un branco, ma è anche vero che quest’ultimo ha determinato la socialità stessa di questo selvatico.
Per capire questo concetto dobbiamo rifarci a ragioni di carattere etologico ed evoluzionistico. A differenza dei felidi, i canidi in genere sono dei cacciatori decisamente meno efficaci: i primi, definiti dagli etologi “specializzati”, sono dotati di armi d’offesa molto valide, tra cui le unghie retrattili e una maggiore agilità; i canidi, invece, detti cacciatori “opportunisti”, sono meno dotati rispetto ai primi e devono necessariamente trovare la forza nell’unione coordinata del gruppo; i felidi, difatti, hanno un sistema di predazione basato sull’avvicinamento graduale, furtivo e silenzioso alla preda, fino a sferrare di colpo l’assalto finale; i lupi, ad esempio, si basano invece su lunghi e pazienti inseguimenti portati avanti da tutto il branco, fino ad isolare la preda prescelta e colpirla. Per ottenere questo occorre ovviamente che all’interno del branco ci sia una perfetta coordinazione, ma questa può esistere solo se il gruppo - come diremmo per degli uomini - è molto “affiatato”, e soprattutto se risulta chiara e rispettata la gerarchia di potere tra i suoi membri. La minore efficacia predatoria singola ha dunque portato per natura il lupo ad un tipo di predazione “a gruppo”; quest’ultima a sua volta ha favorito l’innescarsi e il perfezionarsi di quella socialità intraspecifica che lo caratterizza.
Una conferma a quanto detto ci viene data in questo senso dall’etologa Daniela Tarricone che, nel suo volume Cane o gatto per amico? [2], scrive: “Sicuramente l’incrementato successo predatorio ottenuto tramite la caccia di gruppo deve aver svolto una grossa pressione a favore dell’insorgere di uno stile di vita sociale”.

Abbiamo appena fatto riferimento alla gerarchia di potere all’interno del branco. Ma come funziona nel dettaglio? Possiamo innanzitutto dividere due linee gerarchiche distinte: una maschile e una femminile. All’interno di ciascuna linea troveremo l’individuo dominante detto lupo o lupa a, (alfa) altri individui dominati, di medio livello gerarchico, detti lupi b (beta), fino ad arrivare al vero e proprio “capro espiatorio” per l’intero branco, il lupo w (omega), detto anche “il pacificatore”,  che rappresenta non solo l’ultimo soggetto nella scala gerarchica ma anche quello contro il quale si sfogano la maggior parte delle tensioni di tutti i componenti del gruppo; rappresenta insomma una “valvola di sfogo vivente”, che assorbendo le tensioni dell’intero branco ne mantiene salda l’unità. Il lupo omega è costretto perlopiù ad una vita a margine del branco, almeno fino a quando rimane in esso.

È importante infatti sottolineare come il branco, e la relativa gerarchia di potere che lo governa, non sia fisso nello spazio e nel tempo. La coppia dominante, formata dal maschio e dalla femmina a, l’unica coppia alla quale sia permesso di riprodursi, deve continuamente sottostare al tentativo di prevaricazione da parte dei sottomessi che tentano in questo modo di conquistarsi un ruolo più favorevole. I lupi dominanti (e nello specifico il maschio alfa, al quale è sottomessa persino la stessa femmina a) hanno difatti molti vantaggi: si nutrono per primi (e quindi hanno la possibilità di sfamarsi fino a sazietà), e sono gli unici a potersi accoppiare (salvo dei rari casi in cui, per distrazione della coppia alfa o per altri fattori di disturbo che intervengono, anche i lupi sottomessi arrivino ad unirsi tra di loro). A fronte di questi “diritti” stanno anche dei “doveri”; tra questi c’è la funzione di guida del branco nelle battute di caccia, il ruolo di “paciere” per eventuali zuffe che coinvolgano gli individui sottomessi e in genere il ruolo di guida per i suoi conspecifici.
Il tentativo di prevaricazione e la relativa difesa del ruolo conquistato vengono perpetrati attraverso un’infinita serie di segnali sonori e mimici, fino ad arrivare a veri e propri scontri fisici che tuttavia solo in pochi casi portano alla morte di uno dei due contendenti; perlopiù si concludono infatti con una resa simbolica dello sconfitto, correlata dalla conferma anch’essa simbolica dell’autorità da parte del dominante. La vecchiaia oppure il generale indebolimento del soggetto alfa faciliterà tuttavia la prevaricazione degli altri su quest’ultimo, stravolgendo in questo modo l’intera scala gerarchica. Il risultato che se ne ottiene è di norma duplice: l’ex lupo (o lupa) dominante continua a vivere nel branco conservando un ruolo di più basso potere, ma più spesso raggiungendo proprio quel “gradino omega” che, come abbiamo visto, è il più scomodo; una seconda alternativa è quella di essere allontanato o allontanarsi spontaneamente dal branco (cosa che fanno tutti i cuccioloni, una volta raggiunta la maturità sessuale, vale a dire dopo i primi 12 mesi d’età) e di cercare un altro branco che lo accolga. Quest’ultimo caso non è raro ma non rappresenta nemmeno la norma: il più delle volte il vecchio “capo” condurrà il resto della vita da wolf alone (lupo solitario), cibandosi di animali di piccole dimensioni oppure di quello che trova nelle discariche pubbliche, fino alla morte.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 7 



[1] Edizioni Geo, 1991
[2] Editoriale Olimpia, 1991

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