Come ragionava il lupo prima di diventare cane
Scrive lo studioso Bruce Fogle nel suo volume La mente del cane [1]: “Il cane potrebbe sembrare una pecora. Si potrebbe pensare in realtà che sia una pecora, ma l’intera base del suo comportamento è quello che ha ereditato dal lupo”. Se dunque vogliamo capire il nostro cane dobbiamo necessariamente rifarci al suo parente selvatico, in quanto siamo di fronte a un processo ereditario ed evoluzionistico a direzione unica: dal lupo al cane e non certo viceversa.
Scrive lo studioso Bruce Fogle nel suo volume La mente del cane [1]: “Il cane potrebbe sembrare una pecora. Si potrebbe pensare in realtà che sia una pecora, ma l’intera base del suo comportamento è quello che ha ereditato dal lupo”. Se dunque vogliamo capire il nostro cane dobbiamo necessariamente rifarci al suo parente selvatico, in quanto siamo di fronte a un processo ereditario ed evoluzionistico a direzione unica: dal lupo al cane e non certo viceversa.
Un primo
elemento fondamentale per capire e porre in relazione questi due canidi è il
concetto di branco, che per quanto
riguarda il lupo può essere definito come una unità familiare allargata, in quanto generalmente è composto dai
due genitori riproduttivi e dalla loro prole. Il numero di soggetti che lo
compongono è variabile e soprattutto determinato da vari fattori tra cui in
primo luogo il tipo di habitat popolato
(se ricco o meno di selvaggina o comunque di disponibilità alimentari) e in
secondo luogo la vastità del territorio
controllato dal branco stesso: in sostanza più quest’ultimo è ampio (ed è
quindi in grado di fornire cibo per tutti i suoi componenti, sempre in
relazione al tipo di habitat che lo caratterizza) più il branco può essere
numeroso. Di norma le osservazioni effettuate indicano un numero medio di 4-6
soggetti, anche se non mancano rilevamenti decisamente maggiori, come quello
rarissimo di un branco di 36 lupi individuato negli anni ‘60 in Alaska.
Parlare di branco significa poi coinvolgere un
altro aspetto che accomuna lupo e cane: la socialità. In sostanza grazie al fatto che il
lupo è un animale sociale si può creare un branco, ma è anche vero che
quest’ultimo ha determinato la socialità stessa di questo selvatico.
Per capire
questo concetto dobbiamo rifarci a ragioni di carattere etologico ed
evoluzionistico. A differenza dei felidi, i canidi in genere sono dei
cacciatori decisamente meno efficaci: i primi, definiti dagli etologi
“specializzati”, sono dotati di armi d’offesa molto valide, tra cui le unghie
retrattili e una maggiore agilità; i canidi, invece, detti cacciatori
“opportunisti”, sono meno dotati rispetto ai primi e devono necessariamente
trovare la forza nell’unione coordinata del gruppo; i felidi, difatti, hanno un
sistema di predazione basato sull’avvicinamento graduale, furtivo e silenzioso
alla preda, fino a sferrare di colpo l’assalto finale; i lupi, ad esempio, si
basano invece su lunghi e pazienti inseguimenti portati avanti da tutto il
branco, fino ad isolare la preda prescelta e colpirla. Per ottenere questo
occorre ovviamente che all’interno del branco ci sia una perfetta
coordinazione, ma questa può esistere solo se il gruppo - come diremmo per
degli uomini - è molto “affiatato”, e soprattutto se risulta chiara e
rispettata la gerarchia di potere tra i suoi membri. La minore efficacia
predatoria singola ha dunque portato per natura il lupo ad un tipo di
predazione “a gruppo”; quest’ultima a sua volta ha favorito l’innescarsi e il
perfezionarsi di quella socialità intraspecifica che lo caratterizza.
Una conferma
a quanto detto ci viene data in questo senso dall’etologa Daniela Tarricone che, nel suo volume Cane o gatto per amico? [2],
scrive: “Sicuramente l’incrementato successo predatorio ottenuto tramite la
caccia di gruppo deve aver svolto una grossa pressione a favore dell’insorgere
di uno stile di vita sociale”.
Abbiamo
appena fatto riferimento alla gerarchia di potere all’interno del branco. Ma
come funziona nel dettaglio? Possiamo innanzitutto dividere due linee gerarchiche
distinte: una maschile e una femminile. All’interno di ciascuna linea troveremo
l’individuo dominante detto lupo o lupa a, (alfa) altri individui dominati, di medio livello gerarchico, detti
lupi b
(beta), fino ad arrivare al vero e
proprio “capro espiatorio” per l’intero branco, il lupo w (omega), detto anche “il pacificatore”, che rappresenta non solo l’ultimo soggetto
nella scala gerarchica ma anche quello contro il quale si sfogano la maggior
parte delle tensioni di tutti i componenti del gruppo; rappresenta insomma una
“valvola di sfogo vivente”, che assorbendo le tensioni dell’intero branco ne
mantiene salda l’unità. Il lupo omega
è costretto perlopiù ad una vita a margine del branco, almeno fino a quando
rimane in esso.
È importante
infatti sottolineare come il branco, e la relativa gerarchia di potere che lo
governa, non sia fisso nello spazio e nel tempo. La coppia dominante, formata
dal maschio e dalla femmina a, l’unica coppia alla quale sia permesso di riprodursi,
deve continuamente sottostare al tentativo di prevaricazione da parte dei
sottomessi che tentano in questo modo di conquistarsi un ruolo più favorevole.
I lupi dominanti (e nello specifico il maschio alfa, al quale è sottomessa persino la stessa femmina a) hanno difatti molti vantaggi: si nutrono per primi (e quindi hanno la possibilità di
sfamarsi fino a sazietà), e sono gli unici a potersi accoppiare (salvo dei rari
casi in cui, per distrazione della coppia alfa
o per altri fattori di disturbo che intervengono, anche i lupi sottomessi
arrivino ad unirsi tra di loro). A fronte di questi “diritti” stanno anche dei
“doveri”; tra questi c’è la funzione di guida del branco nelle battute di
caccia, il ruolo di “paciere” per eventuali zuffe che coinvolgano gli individui
sottomessi e in genere il ruolo di guida per i suoi conspecifici.
Il tentativo
di prevaricazione e la relativa difesa del ruolo conquistato vengono perpetrati
attraverso un’infinita serie di segnali sonori e mimici, fino ad arrivare a
veri e propri scontri fisici che tuttavia solo in pochi casi portano alla morte
di uno dei due contendenti; perlopiù si concludono infatti con una resa
simbolica dello sconfitto, correlata dalla conferma anch’essa simbolica
dell’autorità da parte del dominante. La vecchiaia oppure il generale
indebolimento del soggetto alfa
faciliterà tuttavia la prevaricazione degli altri su quest’ultimo, stravolgendo
in questo modo l’intera scala gerarchica. Il risultato che se ne ottiene è di
norma duplice: l’ex lupo (o lupa) dominante continua a vivere nel branco
conservando un ruolo di più basso potere, ma più spesso raggiungendo proprio quel
“gradino omega” che, come abbiamo visto, è il più scomodo; una seconda
alternativa è quella di essere allontanato o allontanarsi spontaneamente dal
branco (cosa che fanno tutti i cuccioloni, una volta raggiunta la maturità
sessuale, vale a dire dopo i primi 12 mesi d’età) e di cercare un altro branco
che lo accolga. Quest’ultimo caso non è raro ma non rappresenta nemmeno la
norma: il più delle volte il vecchio “capo” condurrà il resto della vita da wolf alone (lupo solitario), cibandosi
di animali di piccole dimensioni oppure di quello che trova nelle discariche
pubbliche, fino alla morte.
© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione
SEGUE CAP. 7

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