sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 7

Come ragiona il cane ora che non è più lupo

N
el capitolo precedente abbiamo riportato la frase di Bruce Fogle secondo cui
  l’intera base del comportamento del cane è quella che ha ereditato dal lupo. In effetti sorprende come ancora oggi i nostri cani domestici mettano in atto azioni e reazioni molto simili a quelle dei suoi alter ego selvatici, nonostante siano riferite a soggetti di una specie diversa come l’uomo. Com’è dunque questo non-più-lupo che abbiamo al nostro fianco?

Volendo fare un paragone, è come avere un animale nella cui mente c’è una lavagna per metà già scritta (e che contiene il modus operandi tipico del lupo), e per metà invece ancora bianca. E proprio in quest’ultima parte è l’uomo a scriverci sopra attraverso la selezione artificiale, ma soprattutto attraverso il tipo di interazione che è in grado di instaurare con lui.
Questa deve iniziare molto presto. Non prima delle 3 e non oltre le 14 settimane di vita. Meglio se nel periodo compreso tra le 6 e le 8 settimane. In questa fase, infatti, la mente del cane raggiunge il momento giusto per interessarsi con curiosità all’uomo e a farne poi il suo compagno di vita. È insomma come se ci trovassimo di fronte a un negozio con un orario molto ridotto: se arriviamo prima o dopo lo troviamo chiuso. Se invece entriamo in quella finestra temporale corretta, possiamo essere sicuri che scatterà quel legame affettivo e non solo che durerà per tutta la vita.

Dobbiamo immaginare questo processo di socializzazione del cucciolo come una curva parabolica. Nelle prime tre settimane cresce di poco oltre un ipotetico zero. Un incontro precoce con l’uomo in questa fase non porterebbe risultati, semplicemente  perché il cane non è pronto; deve prima capire di “essere un cane” (e lo fa con un naturale processo di imprinting [1] che gli fa capire di appartenere alla specie canina). Poi questa curva cresce, fino a toccare l’apice proprio tra le 3 e le 8 settimane di vita. Ecco il momento giusto: il cane sa già di essere un cane e può adesso intessere relazioni di amicizia con i protagonisti del mondo esterno. Infine la curva decresce fino a toccare ancora una volta lo zero, dopo la 14ª settimana di vita. Dopo di allora l’uomo potrà in qualche caso conquistarsi comunque il cuore del cane, ma con grandissime difficoltà e, soprattutto, con il rischio continuo di ingenerare in lui un sentimento di diffidenza e di paura.
Ovviamente i tempi sopra esposti non vanno calcolati cronometro alla mano. Restano indicativi. Quello che tuttavia è importante sottolineare è proprio questa “amicizia a tempo” che caratterizza ogni relazione tra uomo e gli animali evoluti in genere (l’esperienza con i felini, i grossi mammiferi marini e anche i rapaci ce lo dimostrano).

A due mesi vita il cucciolo lascia generalmente la cucciolata e inizia la sua nuova vita all’interno della famiglia. Cosa succede adesso?
Da buon “ex lupo” cerca per prima cosa di capire chi è il capo  e lui quale ruolo abbia all’interno del nuovo branco umano. All’interno della cucciolata il piccolo aveva già un ruolo: poteva essere il leader, oppure il più timido e introverso di tutti, e questa gerarchia si era stabilita attraverso il gioco (vera palestra per poi quello che sarebbe accaduto una volta divenuto adulto). Ora però le cose sono cambiate. Spetta dunque all’uomo diventare capobranco, e lo fa imponendo un giusto mix di autorevolezza e di sensibilità, così come farebbe un buon capo a quattro zampe.
In poche settimane il cucciolo impara presto che quello strano bipede che gli impedisce di fare certe cose, che lo loda se ne fa altre, che gli dà il cibo, che si permette di maneggiarlo, è il suo nuovo lupo alfa. E in poche settimane imparerà (come dovrebbe essere) che il suo posto è quello di sottomesso.
Se questo avviene, è probabile che tra uomo e cane si instauri una relazione perlopiù tranquilla e serena. È difatti una stupidaggine dettata dall’ignoranza e da pulsioni iper-animaliste pensare che il ruolo di sottomesso sia disdicevole. Per il cane non lo è affatto. Lo sarebbe anche in natura, nei confronti di altri lupi o cani. Il problema è semmai se non sa quale ruolo deve ricoprire per colpa di una educazione e di una gestione quotidiana non coerente, lunatica, impreparata.

Ecco che a questo punto entra in gioco una questione importante: il cane come vede l’uomo? Come una “mamma”? Come un conspecifico, solo di grado sociale più alto?

In una vecchia teoria di Lorenz, poi rimessa in discussione da lui stesso, l’etologo austriaco sostenne che esistono fondamentalmente due tipi di cani: quelli di origine lupina (ad esempio i cani nordici e il chow chow) che derivano dal lupo [2] e instaurano con l’uomo un rapporto quasi da “pari a pari”; quelli invece che derivano dallo sciacallo dorato [3] (il resto dei cani) che vedono l’uomo come una super-mamma e hanno nei suoi confronti un comportamento infantile.
Restiamo comunque su questa teoria. Esistono infatti razze che per razza, indole e memoria storica realmente hanno un modo di approcciarsi all’uomo all’apparenza molto freddo: i levrieri in genere non abbondano in smancerie; molti cani orientali (tra cui il già citato chow chow ma anche l’akita e lo shiba) risultano piuttosto riservati e diffidenti; alcuni cani da lavoro come il ciarplanina, il terrier nero russo, i cani nordici in genere realmente sembrano interagire con l’uomo “da pari a pari” e quasi pretendono un legame di “stima reciproca” per poter svolgere i compiti affidati. Esistono poi altre razze che invece sembrano restare degli eterni “bamboccioni”, per voler usare un’espressione divenuta di gran moda. Tra questi soprattutto i molossi.
Quindi? Non esiste un’unica risposta esaustiva. Quel che è certo è però che avendo delegato all’uomo funzioni fondamentali come il nutrirsi, il proteggersi, il riprodursi  e il trovare riparo, il cane di fatto vive in una eterna condizione figliale, la stessa che poi dà origine ai ben noti comportamenti detti neotenici [4] e che di fatto rende l’animale cane quasi del tutto dipendente dall’uomo.

Al di là del ruolo assunto dal capobranco umano agli occhi del cane, quello ancora più importante è il fatto che la famiglia umana sia ora il nuovo branco del cane. E per il branco, per la sua difesa, per la sua unità, per la sua sopravvivenza ora il cane – esattamente come farebbe in natura – è disposto anche a morire.
Detto questo è certamente impensabile che il cane che sia stato ben socializzato con i suoi conspecifici (che cioè abbia potuto stare a sufficienza con madre e fratelli) ci veda esattamente come dei cani. Più probabilmente ai suoi occhi siamo degli esseri strani, in cui non si riconosce, ma verso i quali prova sentimenti di affetto. Eppure si comporta con noi come se fossimo altri cani: ci invita al gioco allo stesso modo [5], ci segnala con l’abbaio un eventuale pericolo come se fossimo dei lupi che devono proteggere il territorio, innesca con noi le stesse lotte per ricoprire la posizione di leader che metterebbe in atto con i conspecifici. In buona sostanza si comporta ormai come un lupo domestico, e come altri lupi domestici ci vede.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione



[1] Questo avviene stando a contatto con la madre e i fratelli di cucciolata. Se, come ha dimostrato Lorenz, il cane dovesse passare i primi giorni di vita solo con noi umani, una volta adulto non riuscirebbe a riconoscersi negli altri cani, ne ignorerebbe il linguaggio e probabilmente li attaccherebbe per paura o perché considerati potenziali prede.
[2] Canis lupus
[3] Canis aureus
[4] Con neotenia si intende il permanere di atteggiamenti tipici del cucciolo anche in età adulta.
[5] Ponendosi nella tipica posizione con il posteriore alzato e gli arti anteriori paralleli a terra

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