Il mio, giovanile proposito di diventare addestratore di cani è durato lo spazio di 3 week-end.
Erano i primi anni 90 e in Italia di corsi formativi di questo tipo ce n’erano pochissimi. Fu quasi per caso che allora ne individuai uno in Lombardia. Subito decisi che l’onore frequentarlo valeva comunque la pena di quei 130 chilometri di distanza da casa mia.
Erano i primi anni 90 e in Italia di corsi formativi di questo tipo ce n’erano pochissimi. Fu quasi per caso che allora ne individuai uno in Lombardia. Subito decisi che l’onore frequentarlo valeva comunque la pena di quei 130 chilometri di distanza da casa mia.
Del docente, che qui chiamerò "Luigi" con un nome di fantasia, non sapevo molto: giusto il necessario per capire che poteva svelarmi i segreti del comportamento canino. Da parte mia, già masticavo qualcosa di cinofilia: perlopiù testi di comportamento canino arrivati dall’America, di cui però ignoravo assolutamente l’effetto dirompente che proprio su Luigi avrebbero poi avuto.
Il primo week-end trascorse tranquillo. Il clima era piacevole e Luigi professionale e simpatico. Il bello doveva ancora venire. E precisamente in occasione del secondo appuntamento. Dopo mezz’ora che Luigi parlava del comportamento dei cuccioli, un guizzo nella mente mi accorciò il respiro. Quello che stavo ascoltando era perfettamente in linea con quanto avevo da poco letto su un manuale di William E. Campbell, tra i più famosi comportamentisti canini degli Stati Uniti e da pochi anni conosciuto anche in Italia. Alzai allora la mano. Luigi finì la frase e mi disse: “Prego, hai qualche domanda?”.
“Sì”, risposi. “Volevo chiedere se questa problematica comportamentale di cui stiamo parlando può essere ricollegata ad un ruolo iper dominante del cane nei confronti di un padrone remissivo, e quindi probabilmente inadatto per quel tipo di cane”.
La faccia di Luigi mutò di colpo. Appoggiò i fogli sulla scrivania e, con sguardo perforante da cartone animato giapponese, mi disse: “Tu hai letto Campbell, vero?”.
La faccia di Luigi mutò di colpo. Appoggiò i fogli sulla scrivania e, con sguardo perforante da cartone animato giapponese, mi disse: “Tu hai letto Campbell, vero?”.
Sentii farsi il vuoto accanto a me. Dei miei compagni di corso qualcuno si chinò per raccogliere una improbabile penna caduta; qualcun altro iniziò a soffiarsi il naso usando un fazzoletto accuratamente aperto sulla faccia.
Risposi “Sì” ma in quell’istante mi sentii come Fantozzi che viene scoperto dal dietologo mentre ingoia di nascosto una polpetta. Quel “Tu hai letto Campbell” era diventato nella mia mente un: “Tu mangiare polpetta. Ja?”.
Luigi si limitò a riprendere in mano i fogli, scivolando sulla risposta con un vago: “Questo argomento lo affronteremo più tardi”. Ormai mi ero trasformato in un novello Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco, e già mi immaginavo duelli a colpi di citazioni nel retro del canile. All’imbrunire.
Così non fu. A fine lezione Luigi assunse semmai le vesti di un catechista-cinofilo preoccupato che un suo allievo potesse essere forviato da scuole di pensiero diverse dalla sua.
Così non fu. A fine lezione Luigi assunse semmai le vesti di un catechista-cinofilo preoccupato che un suo allievo potesse essere forviato da scuole di pensiero diverse dalla sua.
In occasione del terzo e ultimo appuntamento, la mia propensione a diventare addestratore iniziava già a vacillare. Forse semplicemente perché mi sentivo più attratto dal fascino della carta stampata che di tute protettive e cani incazzati pronti a morderti il braccio protetto dalla cosiddetta manica. Il bello però si verificò sul campo di addestramento.
Mi trovavo a una trentina di metri da Luigi, assieme a un paio di altri allievi. Nostro compito era quello di far sedere il cane con il comando “Seduto!”. Luigi si era raccomandato: se il cane esegue bene il comando, lodatelo in maniera sperticata! Primo allievo: perfetto. Esercizio Ok e lodi a bizzeffe. Secondo allievo: bene anche lui.
Giunse il turno di Mariella. Il suo Labrador si sedette immediatamente come se fosse un cane da circo. Purtroppo però la ragazza si limitò dare una innocente pacca sulla testa del cane.
Fu allora che sentii l’equivalente di un orso svegliarsi. Era Luigi che con grandi gesti gridava: “Fagli i complimentiiiii! Porca ***** . Mettigli la lingua in bocca a ‘sto cazzo di cane!”. Iniziai a ridere come un matto e ancora oggi, quando ci penso, rido ancora.
Da allora io e Luigi siamo amici che si vogliono bene e si stimano reciprocamente, ognuno per il suo settore di competenza. E quando mi è capitato di incontrarlo ancora, non ho mai dimenticato di citare quell’episodio della povera Mariella e di quel bacio negato, che doveva essere un grande premio.

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