sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 1

Alle radici della cinofilia: tra cane e uomo un "rapporto democratico" 

Una piccola schiera di figure nude, di selvaggi, cammina attraverso l’erba alta della steppa. Portano lance dalla punta d’osso, alcuni hanno persino arco e frecce. (...) Non sono ancora uomini liberi, non sono i signori della terra, ma creature inseguite che in ogni cespuglio temono un pericolo.
(...) E così l’orda avanza, stanca e silenziosa. (...) D’improvviso, come caprioli che si arrestano a fiutare l’aria, tutte le teste si volgono nella stessa direzione, tese in ascolto. (...) È uno sciacallo che lancia il suo urlo. Stranamente colpita, l’orda si arresta e ascolta quel saluto, ricordo di tempi migliori e meno pericolosi. E d’un tratto il giovane capo, dalla fronte alta, fa qualcosa che agli altri appare incomprensibile: stacca un pezzo di carne dal magro bottino e lo getta a terra.
Può darsi che gli altri si arrabbino, dopotutto non vivono tanto nell’abbondanza da permettersi di seminare cibo nella steppa. Probabilmente neppure il giovane sa con chiarezza perché lo ha fatto; è un gesto dettato dal cuore, forse voleva avere gli sciacalli vicini a sé. Comunque sia, egli continua a deporre di tanto in tanto un pezzetto di cinghiale sul suo cammino.
(...) D’un tratto di nuovo l’urlo degli sciacalli. Le bestie hanno trovato i pezzi di carne e seguendo quella traccia si accostano al bivacco. Allora uno del gruppo alza gli occhi interrogativi sul capo, poi si leva e va a deporre delle ossa a una certa distanza, dove ancora giunge il riflesso del fuoco. Un evento memorabile: per la prima volta l’uomo ha nutrito di sua mano un animale che gli è utile.   

Questo è il famoso incipit del libro E l’uomo incontrò il cane [1] in cui l’etologo e Premio Nobel per la medicina Konrad Lorenz (1903-1989) rievoca quello che potrebbe essere stato il momento in cui, per la prima volta nella storia, scocca la scintilla della cinofilia. Una sorta di Big Bang, però questa volta non più fisico semmai emotivo, destinato tuttavia a produrre un’analoga e continua espansione di reazioni in tutto il creato.

Ma le cose sono andate veramente così? "Molto probabilmente", scrive l’etologo Roberto Marchesini [2] riferendosi al titolo del libro di Lorenz, "il nostro angolo di prospettiva pecca di antropocentrismo giacché è molto più verosimile che sia stato il cane a incontrare l’uomo, ossia ad avvicinarsi agli accampamenti degli ominidi e non viceversa".
A dire il vero, però, poco importa ai fini di questo libro verificare da chi abbia avuto inizio questo straordinario rapporto umano-animale. Sarebbe un po’ come cercare di capire, in una splendida e lunghissima storia d’amore tra uomo e donna, chi dei due si sia innamorato per primo. L’importante è il risultato: la coppia. E, nel caso del cane, l’importante è che da millenni le due specie abbiano trovato un’intesa, un modo più o meno efficace di comprendersi a vicenda e – cosa non da poco – un modo di convivere quietamente. Nonostante talvolta nel cane riemerga la sua natura animale più profonda e reagisca con la violenza a quelle che, giustamente o ingiustamente, ritiene siano state delle minacce (a tutti i livelli, quindi anche sul piano emotivo, ad esempio della gelosia) nei suoi confronti.
La cinofilia, dunque nasce con l’uomo. La letteratura "classica" parla in questo senso di un processo di domesticazione del cane che risalirebbe a circa 15 mila anni fa. Si tratta di una tesi suffragata dai reperti archeologici, di cui i più datati si collocano appunto tra i 16 ed i 13 mila anni fa. Eppure negli ultimi anni nuove teorie portate avanti nel 1997 da Robert Wayne e nel 2002 da Peter Savolainen retrodaterebbero questo incontro tra uomo e cane molto più indietro: in un periodo compreso tra i 135  ed i 76 mila anni fa. In piena età dell’uomo di Neanderthal. Vale a dire agli albori della razza umana così come la conosciamo oggi.
E non è una questione da poco. Se Wayne e Savolainen avessero ragione, o se comunque la data dei 15 mila anni dovesse comunque essere spostata molto più indietro, vorrebbe dire che uomo e cane di fatto sono cresciuti assieme. Sono evoluti assieme. "Se davvero la partnership con il cane fosse ascrivibile a oltre 100.000 anni fa", scrive Roberto Marchesini[3], "allora potremmo essere autorizzati a ritenere tale interazione non solo di carattere culturale, ma addirittura di carattere coevolutivo. Sarebbe cioè plausibile pensare che anche il cane in qualche modo ci abbia selezionati, offrendo un vantaggio competitivo a quei soggetti che erano predisposti a creare legami simbiontici con lui".

Si apre a questo punto uno scenario interessante per capire come oggi si sia arrivati ad avere la tribù del guinzaglio, ovvero un gruppo sociale comunemente chiamato di "cinofili", che riconosce i suoi membri, i quali a loro volta adottano un gergo e regole di comportamento pressoché condivise e univoche. La cinofilia nasce sotto forma di una relazione democratica. Uomo e cane, cioè, contribuiscono entrambi e ognuno per ciò che sa fare meglio, a mantenere viva la relazione attraverso una reciproca cessione di prodotti (cibo) e servizi (guardia e collaborazione nella caccia). L’uomo offre del cibo o comunque permette ai canidi di nutrirsi degli scarti sdoganati alla periferia degli accampamenti; i canidi, per parte loro, già solo con la loro presenza pressoché stanziale ai limiti dell’agglomerato umano, riescono a tenere lontani altri e più pericolosi predatori; con il passare del tempo arriveranno poi a collaborare in maniera più o meno attiva all’attività venatoria dell’uomo.   
Sia chiara però una cosa. I canidi di 15 mila anni fa, esattamente come i lupi selvatici di oggi, non avevano bisogno dell’uomo. Madre natura li aveva già provvisti di tutti gli strumenti necessari per vivere, riprodursi e gestire al meglio la loro nicchia biologica. Discorso diverso invece riguarda invece l’uomo. Non dimentichiamo infatti che il lupo si sviluppa sulla faccia della Terra nel periodo del Pliocene (2 milioni di anni fa), vale a dire un tempo enorme prima della comparsa della sua versione domestica, il cane. È dunque un animale che ha potuto sviluppare al meglio le sue tecniche di caccia e sopravvivenza. Certamente molto di più dell’uomo che solo in età più tarda riuscì a costruire strumenti efficaci per cacciare. C’è allora da chiedersi: quanto vantaggio ha ottenuto l’uomo dall'avere al fianco animali come i primi canidi addomesticati?
Sicuramente grande. Molto più grande rispetto a quello goduto dal lupo/cane, il quale tutt'al più ci ha guadagnato in comodità: invece che penare l’anima per cacciare, si trovava del cibo già facilmente disponibile. Un po’ come nei supermercati moderni. E allora, restando all'interno di questa metafora: qual è il prezzo che lui ha dovuto pagare alla cassa?  Un prezzo altissimo: la sua libertà; la sua identità; la sua indipendenza

Il punto su cui è importante ragionare è che il processo di domesticazione portato avanti dall’uomo ha avuto come oggetto animali perfettamente selvatici e indipendenti. Quei “proto-cani” che in un modo o nell’altro hanno superato la naturale diffidenza e hanno deciso di avvicinare l’uomo, lo hanno dunque fatto non per necessità, ma per scelta autonoma. Sta poi all’uomo l’aver corrotto questa primaria relazione democratica, trasformandolo in un rapporto egemonico, totalitario. E finanche stupido. Scrive a questo proposito Cristina Baraldi, medico veterinario in un articolo su Internet: “Va sottolineato che la domesticazione del cane non è avvenuta su basi di coercizione ma, come scherzano alcuni ricercatori, in seguito a una sorta di 'grande abbaglio' preso dai lupi: da alcuni lupi che hanno cominciato a far riferimento a un altro mammifero, un bipede molto intelligente e capace di nutrire e proteggere efficacemente il suo clan”.
È chiaro a questo punto che la visione antropocentrica che vede l’uomo come colui che “incontra il cane”, quasi gli concedesse di godere della sua amicizia, va rivoltata completamente. È semmai il canide a decidere che forse valeva la pena di dare un’occhiata a questo strano essere a due zampe, non fosse altro che per quella subdola (ma formidabile in natura) forma di adescamento rappresentata dal cibo. Quindi sarebbe più giusto dire che l’uomo ha corrotto il lupo perché lui ne aveva bisogno. Lui era il più debole. Lui, e solo lui, era l’essere “imperfetto”.

Questa scomoda, ma a questo punto incontrovertibile, ammissione di debolezza di noi umani nei confronti dei canidi è suffragata anche dal mito. In Israele, presso il sito di Ein Mallah, è stato individuato un reperto archeologico formidabile: una tomba, risalente a 12 mila anni fa, in cui è stato sepolto un uomo anziano che appoggia la testa e la mano su un cucciolo.
Cosa ci suggerisce questa scoperta? In primo luogo ci dà una conferma del fatto che a quel tempo il proto-cane aveva già assunto una dignità tale nella cultura umana da permettergli di essere seppellito con l’uomo. Ben lungi dalla cultura islamica per la quale il cane è un essere impuro, in questo caso non solo l’animale è “puro” abbastanza da non rischiare di contaminare l’ultimo viaggio del vecchio padrone, ma viene anche suggellato, quasi onorato quel rapporto di amore che ha legato i due in vita.
Certo, si tratta a prima vista di un caso di atteggiamento protettivo dell’uomo verso il cucciolo (l’uomo gli appoggia la mano sopra, quasi a volerlo difendere come un figlio). Eppure la testa dell’uomo appoggiata al cane fa trapelare anche un’altra interpretazione: è l’uomo stesso che cerca calore, conforto, con un gesto che richiama molto il bimbo che cerca rassicurazione nel petto della madre.
Ecco allora un’ulteriore conferma di quella relazione democratica di cui s’è detto sopra: l’uomo protegge il cane; il cane protegge l’uomo. Nessuno, di fronte alla morte, può assurgere il diritto di essere padrone dell’altro.  

Un altro reperto grossomodo della stessa epoca è ancora più interessante: è lo scheletro di una ragazza, sepolta in posizione fetale assieme a quattro canidi con il muso rivolto verso i punti cardinali. In questo caso l’ammissione inconscia di debolezza umana di fronte al cane è pressoché evidente: all’animale si chiede di proteggere l’anima della giovane dalle minacce che possono arrivare da ogni parte, esattamente come con tutta probabilità faceva in vita. L’uomo è debole. Di fronte alla morte non ha più poteri. I canidi invece sì.
Questo rapporto speciale dei canidi con la morte trova d’altra parte ampie conferme in ogni parte del globo e in ogni tempo. Basti pensare al dio egiziano Anubi: una divinità che proteggeva le necropoli e il regno dei morti, rappresentato originariamente come un cane dal pelo rossiccio e la coda lunga e poi, a partire dal 1500 a.C, con il corpo di uomo e la testa di cane, identificata poi come testa di sciacallo per rappresentare l’animale che si nutre di carogne ed è quindi strettamente connesso alla morte.
Nella mitologia germanica, invece, il lupo Fenrir è la terribile incarnazione del male e della morte, in grado addirittura di ingoiare vivo un guerriero che è anche un mito del bene: Odino. 
Per il popolo siberiano dei Ciukci esiste un dio lupo di nome Picvu’cin che manda loro le renne (vita), ma pretende anche in cambio dei sacrifici animali (morte).
Uno dei casi più affascinanti è infine quello del chihuahua. Caratteristica di questa razza è ancora oggi la presenza della cosiddetta mallera, una lieve fessura nella parte superiore del cranio determinata da una non completa fusione delle ossa del cranio. La mallera, detta anche fontanella, è tipica anche dei neonati. Solo che in questi ultimi è destinata a chiudersi nel giro di breve tempo. Nel chihuahua invece no. Resta aperta. E proprio attraverso questa fessura le antiche popolazioni del Messico pensavano che il cane potesse dialogare con gli dei. Da qui nasce la considerazione del chihuahua come cane dotato di poteri soprannaturali, e responsabile di un ruolo tanto delicato quanto importante: accompagnare le anime dei morti nel loro ultimo viaggio verso le terre ultraterrene.

Se dunque il reciproco interesse pratico è la ragione prima (e forse meno romantica rispetto a quello che si potrebbe sognare) di questo fatidico incontro tra uomo e cane, c’è anche da dire che certamente fin da subito si dev’essere creato anche un certo qual legame affettivo tra le due specie. Quello che poi rappresenterà in effetti il vero collante della cinofilia. Sarebbe difatti un errore non attribuire anche ai primi uomini primitivi una certa predisposizione naturale a provare sentimenti come tenerezza, istinto protettivo, solitudine.
La scienza ci conferma poi che di fronte a un cucciolo, fosse anche di lupo, inconsciamente noi uomini siamo portati a provare sentimenti di tenerezza, di protezione. Gli occhi grandi propri dei cuccioli, così come l’aspetto “tondeggiante” di tutto quel corpino, spiega tra gli altri lo zoologo inglese Desmond Morris, solleticano in modo profondo il nostro istinto paterno/materno inducendoci a mettere da parte ogni possibile atteggiamento di diffidenza o peggio ostile e, anzi, spingendoci a prenderci cura di lui. Esattamente come accade per il neonato.

Ci troviamo allora di fronte a un mix formidabile di elementi, in grado di gettare basi solide di quella relazione che ancora oggi, seppur in parte deviata, esiste tra cani e umani: utilità e sentimento. Due fattori la cui persistenza è tuttavia legata proprio al loro essere presenti contemporaneamente.
In tempi durissimi come quelli vissuti dai nostri antenati, dove l’istinto di sopravvivenza e la conseguente ricerca di cibo si poneva come l’obiettivo primario giorno dopo giorno, sarebbe stato impensabile lo scoccare di questa scintilla emotiva se quei proto-cani non fossero stati anche utili: a procurare cibo e poi in seguito a difendere territorio e beni da altri predatori. Resta insomma difficile da pensare che un Homo sapiens non avesse mai provato un moto di tenerezza nei confronti di un cucciolo di erbivoro, magari orfano della madre appena uccisa. Solo che quel piccoletto non aveva altra funzione pratica che sfamare la tribù per un giorno. Era quindi un’utilità immediata, esauribile in poche ore, e pertanto non sufficientemente duratura da permettere a questi ominidi di coltivarla e alimentarla, spinti anche da un puro moto d’animo.

Proprio il fattore utilità è infine quello che più di altri ha deciso il destino del cane e della cinofilia. Lungi da pur romantiche ma non vere considerazioni, la domesticazione del cane trova nel tornaconto utilitaristico da parte dell’uomo il 98% della sua ragione d’essere. Il restante 2% è invece rappresentato da quel moto affettivo che pur ha rappresentato la benzina necessaria per far muovere questa imponente (e per molto tempo empirica), macchina in grado di produrre le attuali 400 e più razze canine, a partire da uno sparuto gruppo di canidi progenitori. E, come vedremo nei prossimi capitoli, sta proprio nel corrompersi di questa preponderanza dell’aspetto “utilità” che nascono i primi semi di quella degenerazione del rapporto tra uomo e cane a cui assistiamo oggi.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 2


[1] Adelphi Edizioni, Milano 1973
[2] I Nostri Cani, febbraio 2002
[3] Marchesini, articolo citato

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