Alle radici della cinofilia: tra cane e uomo un "rapporto democratico"
Una piccola schiera di figure nude, di selvaggi, cammina attraverso l’erba alta della steppa. Portano lance dalla punta d’osso, alcuni hanno persino arco e frecce. (...) Non sono ancora uomini liberi, non sono i signori della terra, ma creature inseguite che in ogni cespuglio temono un pericolo.
(...) E così l’orda avanza, stanca e silenziosa. (...) D’improvviso,
come caprioli che si arrestano a fiutare l’aria, tutte le teste si volgono
nella stessa direzione, tese in ascolto. (...) È uno sciacallo che lancia il
suo urlo. Stranamente colpita, l’orda si arresta e ascolta quel saluto, ricordo
di tempi migliori e meno pericolosi. E d’un tratto il giovane capo, dalla
fronte alta, fa qualcosa che agli altri appare incomprensibile: stacca un pezzo di carne dal magro bottino
e lo getta a terra.
Può darsi che gli altri si arrabbino, dopotutto non vivono tanto
nell’abbondanza da permettersi di seminare cibo nella steppa. Probabilmente
neppure il giovane sa con chiarezza perché lo ha fatto; è un gesto dettato dal
cuore, forse voleva avere gli sciacalli vicini a sé. Comunque sia, egli
continua a deporre di tanto in tanto un pezzetto di cinghiale sul suo cammino.
(...) D’un tratto di nuovo l’urlo degli sciacalli. Le bestie hanno
trovato i pezzi di carne e seguendo quella traccia si accostano al bivacco.
Allora uno del gruppo alza gli occhi interrogativi sul capo, poi si leva e va a
deporre delle ossa a una certa distanza, dove ancora giunge il riflesso del
fuoco. Un evento memorabile: per la prima volta l’uomo ha nutrito di sua mano un
animale che gli è utile.
Questo è il famoso incipit del libro E l’uomo incontrò il cane [1] in cui l’etologo e Premio Nobel per la
medicina Konrad Lorenz (1903-1989)
rievoca quello che potrebbe essere stato il momento in cui, per la prima volta
nella storia, scocca la scintilla della cinofilia.
Una sorta di Big Bang, però questa
volta non più fisico semmai emotivo,
destinato tuttavia a produrre un’analoga e continua espansione di reazioni in
tutto il creato.
Ma le cose sono andate veramente
così? "Molto probabilmente", scrive l’etologo Roberto Marchesini [2]
riferendosi al titolo del libro di Lorenz, "il nostro angolo di prospettiva
pecca di antropocentrismo giacché è molto più verosimile che sia stato il cane
a incontrare l’uomo, ossia ad avvicinarsi agli accampamenti degli ominidi e non
viceversa".
A dire il vero, però, poco
importa ai fini di questo libro verificare da chi abbia avuto inizio questo
straordinario rapporto umano-animale. Sarebbe un po’ come cercare di capire, in
una splendida e lunghissima storia d’amore tra uomo e donna, chi dei due si sia
innamorato per primo. L’importante è il risultato: la coppia. E, nel caso del
cane, l’importante è che da millenni le due specie abbiano trovato un’intesa,
un modo più o meno efficace di comprendersi a vicenda e – cosa non da poco – un
modo di convivere quietamente. Nonostante talvolta nel cane riemerga la sua
natura animale più profonda e reagisca con la violenza a quelle che,
giustamente o ingiustamente, ritiene siano state delle minacce (a tutti i
livelli, quindi anche sul piano emotivo, ad esempio della gelosia) nei suoi
confronti.
La cinofilia, dunque nasce con l’uomo. La letteratura "classica"
parla in questo senso di un processo di domesticazione del cane che risalirebbe
a circa 15 mila anni fa. Si tratta di una tesi suffragata dai reperti
archeologici, di cui i più datati si collocano appunto tra i 16 ed i 13 mila
anni fa. Eppure negli ultimi anni nuove teorie portate avanti nel 1997 da Robert Wayne e nel 2002 da Peter Savolainen retrodaterebbero
questo incontro tra uomo e cane molto più indietro: in un periodo compreso tra
i 135 ed i 76 mila anni fa. In piena età
dell’uomo di Neanderthal. Vale a dire agli albori della razza umana così come
la conosciamo oggi.
E non è una questione da poco. Se
Wayne e Savolainen avessero ragione, o se comunque la data dei 15 mila anni
dovesse comunque essere spostata molto più indietro, vorrebbe dire che uomo e
cane di fatto sono cresciuti assieme. Sono evoluti assieme. "Se davvero la
partnership con il cane fosse ascrivibile a oltre 100.000 anni fa", scrive
Roberto Marchesini[3], "allora potremmo essere autorizzati a ritenere tale interazione non solo di
carattere culturale, ma addirittura di carattere coevolutivo. Sarebbe cioè
plausibile pensare che anche il cane in qualche modo ci abbia selezionati,
offrendo un vantaggio competitivo a quei soggetti che erano predisposti a
creare legami simbiontici con lui".
Si apre a questo punto uno
scenario interessante per capire come oggi si sia arrivati ad avere la tribù del guinzaglio, ovvero un gruppo
sociale comunemente chiamato di "cinofili", che riconosce i suoi membri, i
quali a loro volta adottano un gergo e regole di comportamento pressoché
condivise e univoche. La cinofilia nasce
sotto forma di una relazione
democratica. Uomo e cane, cioè, contribuiscono entrambi e ognuno per ciò
che sa fare meglio, a mantenere viva la relazione attraverso una reciproca
cessione di prodotti (cibo) e servizi (guardia e collaborazione nella caccia).
L’uomo offre del cibo o comunque permette ai canidi di nutrirsi degli scarti
sdoganati alla periferia degli accampamenti; i canidi, per parte loro, già solo
con la loro presenza pressoché stanziale ai limiti dell’agglomerato umano,
riescono a tenere lontani altri e più pericolosi predatori; con il passare del
tempo arriveranno poi a collaborare in maniera più o meno attiva all’attività
venatoria dell’uomo.
Sia chiara però una cosa. I
canidi di 15 mila anni fa, esattamente come i lupi selvatici di oggi, non avevano bisogno dell’uomo. Madre
natura li aveva già provvisti di tutti gli strumenti necessari per vivere,
riprodursi e gestire al meglio la loro nicchia biologica. Discorso diverso
invece riguarda invece l’uomo. Non dimentichiamo infatti che il lupo si
sviluppa sulla faccia della Terra nel periodo del Pliocene (2 milioni di anni fa), vale a dire un tempo enorme prima
della comparsa della sua versione domestica, il cane. È dunque un animale che
ha potuto sviluppare al meglio le sue tecniche di caccia e sopravvivenza.
Certamente molto di più dell’uomo che solo in età più tarda riuscì a costruire
strumenti efficaci per cacciare. C’è allora da chiedersi: quanto vantaggio ha
ottenuto l’uomo dall'avere al fianco animali come i primi canidi addomesticati?
Sicuramente grande. Molto più
grande rispetto a quello goduto dal lupo/cane, il quale tutt'al più ci ha
guadagnato in comodità: invece che penare l’anima per cacciare, si trovava del
cibo già facilmente disponibile. Un po’ come nei supermercati moderni. E
allora, restando all'interno di questa metafora: qual è il prezzo che lui ha
dovuto pagare alla cassa? Un prezzo
altissimo: la sua libertà; la sua identità; la sua indipendenza.
Il punto su cui è importante
ragionare è che il processo di domesticazione portato avanti dall’uomo ha avuto
come oggetto animali perfettamente selvatici e indipendenti. Quei “proto-cani” che in un modo o nell’altro
hanno superato la naturale diffidenza e hanno deciso di avvicinare l’uomo, lo
hanno dunque fatto non per necessità, ma per scelta autonoma. Sta poi all’uomo
l’aver corrotto questa primaria relazione democratica, trasformandolo in un
rapporto egemonico, totalitario. E finanche stupido. Scrive a questo proposito Cristina Baraldi, medico veterinario in
un articolo su Internet: “Va sottolineato che la domesticazione del cane non è
avvenuta su basi di coercizione ma, come scherzano alcuni ricercatori, in
seguito a una sorta di 'grande abbaglio' preso dai lupi: da alcuni lupi che
hanno cominciato a far riferimento a un altro mammifero, un bipede molto
intelligente e capace di nutrire e proteggere efficacemente il suo clan”.
È chiaro a questo punto che la
visione antropocentrica che vede l’uomo come colui che “incontra il cane”,
quasi gli concedesse di godere della sua amicizia, va rivoltata completamente.
È semmai il canide a decidere che forse valeva la pena di dare un’occhiata a
questo strano essere a due zampe, non fosse altro che per quella subdola (ma formidabile
in natura) forma di adescamento rappresentata dal cibo. Quindi sarebbe più
giusto dire che l’uomo ha corrotto il
lupo perché lui ne aveva bisogno. Lui era il più debole. Lui, e solo lui, era
l’essere “imperfetto”.
Questa scomoda, ma a questo punto
incontrovertibile, ammissione di debolezza di noi umani nei confronti dei
canidi è suffragata anche dal mito. In Israele,
presso il sito di Ein Mallah, è stato individuato un reperto archeologico
formidabile: una tomba, risalente a 12 mila anni fa, in cui è stato sepolto un
uomo anziano che appoggia la testa e la mano su un cucciolo.
Cosa ci suggerisce questa
scoperta? In primo luogo ci dà una conferma del fatto che a quel tempo il
proto-cane aveva già assunto una dignità tale nella cultura umana da
permettergli di essere seppellito con l’uomo. Ben lungi dalla cultura islamica
per la quale il cane è un essere impuro, in questo caso non solo l’animale è
“puro” abbastanza da non rischiare di contaminare l’ultimo viaggio del vecchio
padrone, ma viene anche suggellato, quasi onorato quel rapporto di amore che ha
legato i due in vita.
Certo, si tratta a prima vista di
un caso di atteggiamento protettivo dell’uomo verso il cucciolo (l’uomo gli
appoggia la mano sopra, quasi a volerlo difendere come un figlio). Eppure la
testa dell’uomo appoggiata al cane fa trapelare anche un’altra interpretazione:
è l’uomo stesso che cerca calore, conforto, con un gesto che richiama molto il
bimbo che cerca rassicurazione nel petto della madre.
Ecco allora un’ulteriore conferma
di quella relazione democratica di
cui s’è detto sopra: l’uomo protegge il cane; il cane protegge l’uomo. Nessuno,
di fronte alla morte, può assurgere il diritto di essere padrone dell’altro.
Un altro reperto grossomodo della
stessa epoca è ancora più interessante: è lo scheletro di una ragazza, sepolta
in posizione fetale assieme a quattro canidi con il muso rivolto verso i punti
cardinali. In questo caso l’ammissione inconscia di debolezza umana di fronte
al cane è pressoché evidente: all’animale si chiede di proteggere l’anima della
giovane dalle minacce che possono arrivare da ogni parte, esattamente come con
tutta probabilità faceva in vita. L’uomo è debole. Di fronte alla morte non ha
più poteri. I canidi invece sì.
Questo rapporto speciale dei
canidi con la morte trova d’altra parte ampie conferme in ogni parte del globo
e in ogni tempo. Basti pensare al dio egiziano Anubi: una divinità che proteggeva le necropoli e il regno dei
morti, rappresentato originariamente come un cane dal pelo rossiccio e la coda
lunga e poi, a partire dal 1500 a.C, con il corpo di uomo e la testa di cane,
identificata poi come testa di sciacallo per rappresentare l’animale che si
nutre di carogne ed è quindi strettamente connesso alla morte.
Nella mitologia germanica,
invece, il lupo Fenrir è la
terribile incarnazione del male e della morte, in grado addirittura di ingoiare
vivo un guerriero che è anche un mito del bene: Odino.
Per il popolo siberiano dei
Ciukci esiste un dio lupo di nome Picvu’cin
che manda loro le renne (vita), ma pretende anche in cambio dei sacrifici
animali (morte).
Uno dei casi più affascinanti è infine
quello del chihuahua. Caratteristica
di questa razza è ancora oggi la presenza della cosiddetta mallera, una lieve fessura nella parte superiore del cranio determinata
da una non completa fusione delle ossa del cranio. La mallera, detta anche fontanella,
è tipica anche dei neonati. Solo che in questi ultimi è destinata a chiudersi
nel giro di breve tempo. Nel chihuahua invece no. Resta aperta. E proprio
attraverso questa fessura le antiche popolazioni del Messico pensavano che il
cane potesse dialogare con gli dei. Da qui nasce la considerazione del chihuahua
come cane dotato di poteri soprannaturali, e responsabile di un ruolo tanto
delicato quanto importante: accompagnare le anime dei morti nel loro ultimo
viaggio verso le terre ultraterrene.
Se dunque il reciproco interesse pratico è la ragione prima (e forse meno
romantica rispetto a quello che si potrebbe sognare) di questo fatidico
incontro tra uomo e cane, c’è anche da dire che certamente fin da subito si
dev’essere creato anche un certo qual legame
affettivo tra le due specie. Quello che poi rappresenterà in effetti il
vero collante della cinofilia. Sarebbe difatti un errore non attribuire anche
ai primi uomini primitivi una certa predisposizione naturale a provare
sentimenti come tenerezza, istinto protettivo, solitudine.
La scienza ci conferma poi che di
fronte a un cucciolo, fosse anche di lupo, inconsciamente noi uomini siamo
portati a provare sentimenti di tenerezza, di protezione. Gli occhi grandi
propri dei cuccioli, così come l’aspetto “tondeggiante” di tutto quel corpino,
spiega tra gli altri lo zoologo inglese Desmond
Morris, solleticano in modo profondo il nostro istinto paterno/materno
inducendoci a mettere da parte ogni possibile atteggiamento di diffidenza o
peggio ostile e, anzi, spingendoci a prenderci cura di lui. Esattamente come
accade per il neonato.
Ci troviamo allora di fronte a un
mix formidabile di elementi, in grado di gettare basi solide di quella
relazione che ancora oggi, seppur in parte deviata, esiste tra cani e umani: utilità e sentimento. Due fattori la cui persistenza è tuttavia legata
proprio al loro essere presenti contemporaneamente.
In tempi durissimi come quelli
vissuti dai nostri antenati, dove l’istinto di sopravvivenza e la conseguente ricerca
di cibo si poneva come l’obiettivo primario giorno dopo giorno, sarebbe stato
impensabile lo scoccare di questa scintilla emotiva se quei proto-cani non
fossero stati anche utili: a procurare cibo e poi in seguito a difendere
territorio e beni da altri predatori. Resta insomma difficile da pensare che un
Homo sapiens non avesse mai provato
un moto di tenerezza nei confronti di un cucciolo di erbivoro, magari orfano
della madre appena uccisa. Solo che quel piccoletto non aveva altra funzione
pratica che sfamare la tribù per un giorno. Era quindi un’utilità immediata,
esauribile in poche ore, e pertanto non sufficientemente duratura da permettere
a questi ominidi di coltivarla e alimentarla, spinti anche da un puro moto
d’animo.
Proprio il fattore utilità è infine quello che più di
altri ha deciso il destino del cane e della cinofilia. Lungi da pur romantiche
ma non vere considerazioni, la domesticazione del cane trova nel tornaconto utilitaristico da parte
dell’uomo il 98% della sua ragione d’essere. Il restante 2% è invece
rappresentato da quel moto affettivo che pur ha rappresentato la benzina
necessaria per far muovere questa imponente (e per molto tempo empirica),
macchina in grado di produrre le attuali 400 e più razze canine, a partire da
uno sparuto gruppo di canidi progenitori. E, come vedremo nei prossimi capitoli, sta
proprio nel corrompersi di questa preponderanza dell’aspetto “utilità” che
nascono i primi semi di quella degenerazione del rapporto tra uomo e cane a cui
assistiamo oggi.
© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione
SEGUE CAP. 2


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