Il lupo che s'è venduto per un pezzo di carne
Là dove le onde dell'oceano si infrangono sulla scogliera in un ribolllire di spuma, è nata una leggenda. Narra la storia che un giorno Dio, volgendosi a contemplare il suo operato, vide un'isola flagellata dalle tempeste un piccolo popolo di pescatori. Quegli uomini rudi lottavano arditamente contro la natura impervia, ma il gelo dell'inverno e le coste impietose a volte avevano ragione di loro e il mare chiedeva spesso sacrifici di vite umane. Ciononostante essi rimanevano abbarbicati a quella terra con una ostinazione che era pari solo al loro coraggio.
Là dove le onde dell'oceano si infrangono sulla scogliera in un ribolllire di spuma, è nata una leggenda. Narra la storia che un giorno Dio, volgendosi a contemplare il suo operato, vide un'isola flagellata dalle tempeste un piccolo popolo di pescatori. Quegli uomini rudi lottavano arditamente contro la natura impervia, ma il gelo dell'inverno e le coste impietose a volte avevano ragione di loro e il mare chiedeva spesso sacrifici di vite umane. Ciononostante essi rimanevano abbarbicati a quella terra con una ostinazione che era pari solo al loro coraggio.
Vide Dio e si impietosì e studiò come poter alleviare la loro
sofferenza. Cercò fra le sue creature una che potesse servire allo scopo, ma
non la trovò. Decise allora di crearla.
Prese il corpo di un orso: l’ossatura
possente ben si prestava alle dure fatiche e la folta pelliccia avrebbe
consentito di resistere al freddo. Pensò poi di addolcirne i contorni con la
flessuosità della foca, perché sapesse nuotare e potesse scivolar via veloce
fra le onde. E, volgendo lo sguardo al mare, incontrò i delfini che seguivano
allegri e curiosi le navi. I loro piccoli occhi gioiosi rivelavano un animo
sereno e in più essi amavano l’uomo fino a salvargli la vita: non poteva
dimenticarli.
Plasmò e plasmò ed ecco uscire dalla mirabile forza creatrice un
animale superbo, dal pelame lucente, possente e dolce a un tempo. Quell’essere
però doveva avere anche una fedeltà a tutta prova, vivere accanto all’uomo ed
essere pronto a offrire la sua vita per lui. Gli mise allora in petto un cuore
di cane e il miracolo fu compiuto. Da
quel giorno gli uomini di mare ebbero accanto un compagno coraggioso, forte e
fedele: il Terranova!
(La leggenda del Terranova, da Emmy Bruno, Il cane di Terranova, Gruppo Mursia Editore, 1991).
Opportunismo. È questa la parola chiave, "l’elemento chimico" con il quale è possibile spiegare la reazione che ha dato vita alla scintilla della cinofilia. O almeno di quella primigenia.
Opportunismo. È questa la parola chiave, "l’elemento chimico" con il quale è possibile spiegare la reazione che ha dato vita alla scintilla della cinofilia. O almeno di quella primigenia.
Da una parte abbiamo quello dell’uomo, evidenziato già nel capitolo
precedente e in molti casi curiosamente elevato a livello di mito, come
nell’affascinante Leggenda del Terranova
dei nativi d’America, appena citata. In questo caso l’umanità sembra quasi non
avere remore a manifestare la propria debolezza; così manifesta da impietosire
la stessa divinità (“Vide Dio e si impietosì e studiò come poter
alleviare la loro sofferenza”), la quale decide di creare un animale
completamente nuovo: il cane di Terranova. In altri casi è sempre un essere
superiore a intervenire a fronte dell’incapacità umana di sopravvivere in una
natura che appare sempre più ostile, come nel caso del dio lupo Picvu’cin che invia sulla Terra delle renne,
cioè cibo, per i poveri uomini. In altri ancora, come nel caso di Anubi e Fenrir (vedi ancora il
capitolo 1), la divinità animale va oltre un semplice intervento salva-vita, e
arriva persino a incarnare la morte.
Dall’altra troviamo
l’opportunismo prima del lupo e poi
di quei proto-cani da cui è nato in
seguito il Canis familiaris, il cane
domestico come lo conosciamo oggi. Niente smancerie, dunque. Nessuna scelta
dettata dal quel sentimento d’amore che comunque rappresenta il miracolo più
eclatante dell’intera storia della domesticazione canina. Solo interesse di
entrambe le parti in gioco, in un rapporto già definito come democratico.
Eppure sorprende come i canidi
abbiano potuto cedere sui fronti della loro libertà, identità e indipendenza per diventare di fatto
quasi del tutto dipendenti dall’uomo. Stupisce come animali così intelligenti e
tanto autonomi da inserirsi in maniera straordinaria nell’intero ciclo vitale,
abbiano potuto prendere quell’abbaglio di
cui ironizzano i ricercatori.
A ben vedere, però, la chiave di
tutto questo è insita nell’etologia stessa dei canidi selvatici, e del lupo in
particolare: opportunismo. Sì. Il
lupo selvatico agisce anche secondo regole dettate dall’opportunismo: se può risparmiare
energia, vivere in maniera più sicura, proteggere meglio la prole ecc. si può
stare sicuri che sceglierà la via più
semplice. La stessa che magari contrasta con la sua fama irreale di
predatore romantico.
Ce lo insegnano i branchi di lupi
che oggi fanno razzie nelle discariche a cielo aperto. Detto semplicemente: chi
glielo fa fare di dare la caccia a ungulati spesso molto combattivi e rischiare
cornate, zoccolate sul muso, traumi e ferite mortali, quando magari, a fondo
valle, riescono a trovare ossa e scarti di carne a portata di mano?
Pur prescindendo da questi casi
tristissimi, è comunque risaputo che i branchi di lupi in genere scelgono le
prede che possono risultare più facili da catturare: animali giovani, anziani,
malati. Oppure anche singoli soggetti, magari in piena salute, ma che si
trovano occasionalmente (o volutamente, grazie alle strategie di caccia dei
lupi) isolati dal resto del gruppo e quindi risultano più vulnerabili. Da qui
il loro ruolo anche di “spazzini”, di regolatori naturali della popolazione
degli erbivori.
A questo punto risulta chiaro
come l’opportunità di un "cibo facile" come quello offerto dall’uomo oppure
lasciato a loro disposizione ai margini degli accampamenti, abbia determinato
un cambio di strategia lupina, trasformando una proverbiale diffidenza (la
stessa che nonostante tutto ha salvato la pelle dell’intera specie ancora oggi)
in una timida occasione di avvicinamento.
Fare un’enunciazione decisamente
forte come “il lupo s’è venduto per un pezzo di carne”, forse farà storcere la
bocca ai più, ma di fatto è vera. O lo è almeno per quei progenitori – quelli
che rappresentano la base del processo di domesticazione - che da selvatici
sono diventati semi-selvatici (proto-cani) e infine animali domesticati.
Prima di procedere occorre a
questo punto sgombrare il campo da una possibile, seppur affascinante,
illusione: il processo di domesticazione dei canidi selvatici che ha dato
origine al cane appare oggi perlopiù irripetibile. Quello che è successo resta
dunque quasi un unicum nella storia
dell’uomo.
Lo confermano i ripetuti
tentativi di addomesticare lupi selvatici, conclusi nella stragrande
maggioranza dei casi in insuccessi completi o comunque significativi.
L’obiettivo al quale si può arrivare è tutt’al più quello di avere soggetti che
non temono l’uomo; e, in casi più unici che rari, a soggetti che convivono con
esso. Praticamente mai però si arriva ad avere una domesticazione completa e
affidabile: l’animale conserva sempre una pericolosissima vena selvatica che,
una volta che emerge nei frangenti meno prevedibili, rischia di avere
conseguenze letali.
Lo dimostrano d’altra parte i
felidi ammaestrati nei circi: tigri e leoni ogni tanto assurgono agli onori
della cronaca per aver assalito il domatore. Segno evidente che l’uomo, pur in
anni di addestramento e partendo magari da soggetti già nati in cattività, non
è in grado di controllare completamente cuore, istinto e cervello del
selvatico.
Com’è stato possibile allora arrivare ai proto-cani? La risposta
sta probabilmente in un processo che non dura anni (come può essere nel caso
dei circhi) ma millenni interi. È in un susseguirsi di generazioni di uomini
primitivi che con tutta probabilità hanno pagato un prezzo altissimo fatto di
assalti letali, e che con pazienza e intuito hanno selezionato (leggi: allevato
e non ucciso) quei soggetti che più di altri erano docili, cioè dimostravano una maggiore tendenza ad accettare l’uomo
come loro capobranco. Ma, ripeto, parliamo di millenni. Fino ad arrivare ad
avere quei proto-cani (cioè simil-lupi però non più lupi) che di fatto
rappresentano una nuova specie rispetto al Canis
lupus (lupo), al Canis aureus (sciacallo
dorato) e a tutti gli altri canidi selvatici.
© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione
SEGUE CAP. 3

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