sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 2

Il lupo che s'è venduto per un pezzo di carne

L
à dove le onde dell'oceano si infrangono sulla scogliera in un ribolllire di spuma, è nata una leggenda. Narra la storia che un giorno Dio, volgendosi a contemplare il suo operato, vide un'isola flagellata dalle tempeste un piccolo popolo di pescatori. Quegli uomini rudi lottavano arditamente contro la natura impervia, ma il gelo dell'inverno e le coste impietose a volte avevano ragione di loro e il mare chiedeva spesso sacrifici di vite umane. Ciononostante essi rimanevano abbarbicati a quella terra con una ostinazione che era pari solo al loro coraggio.
Vide Dio e si impietosì e studiò come poter alleviare la loro sofferenza. Cercò fra le sue creature una che potesse servire allo scopo, ma non la trovò. Decise allora di crearla.
Prese il corpo di un orso: l’ossatura possente ben si prestava alle dure fatiche e la folta pelliccia avrebbe consentito di resistere al freddo. Pensò poi di addolcirne i contorni con la flessuosità della foca, perché sapesse nuotare e potesse scivolar via veloce fra le onde. E, volgendo lo sguardo al mare, incontrò i delfini che seguivano allegri e curiosi le navi. I loro piccoli occhi gioiosi rivelavano un animo sereno e in più essi amavano l’uomo fino a salvargli la vita: non poteva dimenticarli.
Plasmò e plasmò ed ecco uscire dalla mirabile forza creatrice un animale superbo, dal pelame lucente, possente e dolce a un tempo. Quell’essere però doveva avere anche una fedeltà a tutta prova, vivere accanto all’uomo ed essere pronto a offrire la sua vita per lui. Gli mise allora in petto un cuore di cane e il miracolo fu compiuto.  Da quel giorno gli uomini di mare ebbero accanto un compagno coraggioso, forte e fedele: il Terranova! 

(La leggenda del Terranova, da Emmy Bruno, Il cane di Terranova, Gruppo Mursia Editore, 1991).  

Opportunismo. È questa la parola chiave, "l’elemento chimico" con il quale è possibile spiegare la reazione che ha dato vita alla scintilla della cinofilia. O almeno di quella primigenia.
Da una parte abbiamo quello dell’uomo, evidenziato già nel capitolo precedente e in molti casi curiosamente elevato a livello di mito, come nell’affascinante Leggenda del Terranova dei nativi d’America, appena citata. In questo caso l’umanità sembra quasi non avere remore a manifestare la propria debolezza; così manifesta da impietosire la stessa divinità  (“Vide Dio e si impietosì e studiò come poter alleviare la loro sofferenza”), la quale decide di creare un animale completamente nuovo: il cane di Terranova. In altri casi è sempre un essere superiore a intervenire a fronte dell’incapacità umana di sopravvivere in una natura che appare sempre più ostile, come nel caso del dio lupo Picvu’cin che invia sulla Terra delle renne, cioè cibo, per i poveri uomini. In altri ancora, come nel caso di Anubi e  Fenrir (vedi ancora il capitolo 1), la divinità animale va oltre un semplice intervento salva-vita, e arriva persino a incarnare la morte. 
Dall’altra troviamo l’opportunismo prima del lupo e poi di quei proto-cani da cui è nato in seguito il Canis familiaris, il cane domestico come lo conosciamo oggi. Niente smancerie, dunque. Nessuna scelta dettata dal quel sentimento d’amore che comunque rappresenta il miracolo più eclatante dell’intera storia della domesticazione canina. Solo interesse di entrambe le parti in gioco, in un rapporto già definito come democratico.

Eppure sorprende come i canidi abbiano potuto cedere sui fronti della loro libertà, identità e indipendenza per diventare di fatto quasi del tutto dipendenti dall’uomo. Stupisce come animali così intelligenti e tanto autonomi da inserirsi in maniera straordinaria nell’intero ciclo vitale, abbiano potuto prendere quell’abbaglio di cui ironizzano i ricercatori.
A ben vedere, però, la chiave di tutto questo è insita nell’etologia stessa dei canidi selvatici, e del lupo in particolare: opportunismo. Sì. Il lupo selvatico agisce anche secondo regole dettate dall’opportunismo: se può risparmiare energia, vivere in maniera più sicura, proteggere meglio la prole ecc. si può stare sicuri che sceglierà la via più semplice. La stessa che magari contrasta con la sua fama irreale di predatore romantico.
Ce lo insegnano i branchi di lupi che oggi fanno razzie nelle discariche a cielo aperto. Detto semplicemente: chi glielo fa fare di dare la caccia a ungulati spesso molto combattivi e rischiare cornate, zoccolate sul muso, traumi e ferite mortali, quando magari, a fondo valle, riescono a trovare ossa e scarti di carne a portata di mano?
Pur prescindendo da questi casi tristissimi, è comunque risaputo che i branchi di lupi in genere scelgono le prede che possono risultare più facili da catturare: animali giovani, anziani, malati. Oppure anche singoli soggetti, magari in piena salute, ma che si trovano occasionalmente (o volutamente, grazie alle strategie di caccia dei lupi) isolati dal resto del gruppo e quindi risultano più vulnerabili. Da qui il loro ruolo anche di “spazzini”, di regolatori naturali della popolazione degli erbivori.   

A questo punto risulta chiaro come l’opportunità di un "cibo facile" come quello offerto dall’uomo oppure lasciato a loro disposizione ai margini degli accampamenti, abbia determinato un cambio di strategia lupina, trasformando una proverbiale diffidenza (la stessa che nonostante tutto ha salvato la pelle dell’intera specie ancora oggi) in una timida occasione di avvicinamento.
Fare un’enunciazione decisamente forte come “il lupo s’è venduto per un pezzo di carne”, forse farà storcere la bocca ai più, ma di fatto è vera. O lo è almeno per quei progenitori – quelli che rappresentano la base del processo di domesticazione - che da selvatici sono diventati semi-selvatici (proto-cani) e infine animali domesticati.

Prima di procedere occorre a questo punto sgombrare il campo da una possibile, seppur affascinante, illusione: il processo di domesticazione dei canidi selvatici che ha dato origine al cane appare oggi perlopiù irripetibile. Quello che è successo resta dunque quasi un unicum nella storia dell’uomo.
Lo confermano i ripetuti tentativi di addomesticare lupi selvatici, conclusi nella stragrande maggioranza dei casi in insuccessi completi o comunque significativi. L’obiettivo al quale si può arrivare è tutt’al più quello di avere soggetti che non temono l’uomo; e, in casi più unici che rari, a soggetti che convivono con esso. Praticamente mai però si arriva ad avere una domesticazione completa e affidabile: l’animale conserva sempre una pericolosissima vena selvatica che, una volta che emerge nei frangenti meno prevedibili, rischia di avere conseguenze letali.
Lo dimostrano d’altra parte i felidi ammaestrati nei circi: tigri e leoni ogni tanto assurgono agli onori della cronaca per aver assalito il domatore. Segno evidente che l’uomo, pur in anni di addestramento e partendo magari da soggetti già nati in cattività, non è in grado di controllare completamente cuore, istinto e cervello del selvatico.

Com’è stato possibile allora arrivare ai proto-cani? La risposta sta probabilmente in un processo che non dura anni (come può essere nel caso dei circhi) ma millenni interi. È in un susseguirsi di generazioni di uomini primitivi che con tutta probabilità hanno pagato un prezzo altissimo fatto di assalti letali, e che con pazienza e intuito hanno selezionato (leggi: allevato e non ucciso) quei soggetti che più di altri erano docili, cioè dimostravano una maggiore tendenza ad accettare l’uomo come loro capobranco. Ma, ripeto, parliamo di millenni. Fino ad arrivare ad avere quei proto-cani (cioè simil-lupi però non più lupi) che di fatto rappresentano una nuova specie rispetto al Canis lupus (lupo), al Canis aureus (sciacallo dorato) e a tutti gli altri canidi selvatici.

© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 3

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