Il lavoro... non nobilita il lupo
Chiarito il fatto che tra uomo e canidi si è instaurato nei millenni scorsi un tipo di relazione opportunistica, è giunto il momento di verificare quali frutti questa abbia comportato.
Diciamo subito che ci troviamo di
fronte a un rapporto assolutamente
sproporzionato a favore dell’uomo. Sfruttando le capacità innate dei canidi
selvatici di individuare, tallonare e bloccare le prede, gli uomini primitivi
hanno presto imparato che i canidi potevano essere dei validi aiutanti nella
caccia. È allora probabile che, almeno in una prima fase, i cacciatori si
limitassero a seguire i branchi di lupi nelle loro battute, intervenendo nel
momento in cui la preda veniva individuata. I canidi, per parte loro, devono
essersi abituati presto a non temere l’uomo, ma per farlo almeno in un primo
momento devono aver imparato che quei simil-scimmioni a due zampe non
rappresentavano di fatto una seria competizione nella caccia. È dunque merito
dei nostri antenati l’essere intervenuti nelle dinamiche del branco in maniera
graduale, facendosi accettare come collaboratori, se non proprio come
“osservatori” perlopiù innocui.
Diverso è invece il discorso nel momento in cui alcuni cuccioli hanno
iniziato a crescere all’interno degli insediamenti umani. Generazione dopo
generazione, approfittando del fatto che non dovevano più impegnarsi per
ottenere quel cibo che l’uomo stesso gli forniva, piano piano hanno imparato a
vedere nei bipedi i loro nuovi capibranco, e a delegare a loro quasi ogni
responsabilità.
Questo è d’altra parte un
atteggiamento perfettamente in linea con l’etologia del lupo selvatico e con la
psicologia del cane moderno. In natura chi è sottomesso al cosiddetto lupo alfa, il leader indiscusso,
continua a “lavorare” per il bene dell’intero gruppo, ma si priva (più o meno
volentieri) delle incombenze che spettano al capo. Allo stesso modo il cane che
vive serenamente la sua condizione di sottomesso al padrone, non va incontro a
stress o a conflitti interiori, in quanto – per usare un paragone pretenzioso –
è come l’ultimo impiegato di una grande multinazionale che si preoccupa solo di
arrivare allo stipendio del 27 del mese senza subire le tensioni legate al
dover guidare l’azienda.
Delegare l’uomo, però, non vuol
dire rinunciare ai propri istinti. È per questo che l’uomo ha potuto arrivare a
gestire quelli che ormai sono
diventati dei proto-cani e a impiegarli con successo nella caccia. Pratiche
venatorie come tallonare la preda, scovarla, inseguirla e bloccarla,
che oggi vedono razze specializzate (nell’ordine: i segugi, i cani da tana, i
levrieri e i molossi), non sono altro che pratiche comuni di un comune canide
cacciatore. Fanno parte di un suo modus
operandi istintivo. Il problema più grosso dev’essere stato semmai bloccare
l’ultima e naturale fase di questa procedura: divorare la preda. È allora facile immaginare quali scontri cruenti
si siano verificati tra gli uomini primitivi che, magari con minacce, urla e
gesti, hanno cercato di scacciare i
canidi dalla loro preda insanguinata, rivendicando in questo modo il loro
diritto di capibranco a consumare per primi il pasto.
Ma anche in questo caso
l’etologia del lupo è venuta incontro. Al lupo
alfa, o meglio alla coppia dominante
formata il più delle volte da un maschio e una femmina alfa, spetta di
fatto il diritto di nutrirsi non solo per primi, ma anche delle parti
dell’animale considerate più ricche di sostanze nutritive. Quindi diventò
presto quasi naturale che gli uomini si arrogassero il diritto di riempirsi la
pancia, a scapito dei canidi a cui restavano invece ossa e scarsi brandelli di
carne.
Dobbiamo allora immaginare, per
un periodo di diversi millenni, schiere di cacciatori nomadi muoversi in lungo
e in largo, accompagnati a breve distanza da piccoli branchi di animali ormai
in piena fase di domesticazione. E anche in questo caso quel rapporto
opportunistico ma democratico tra le due specie viene riconfermato: tu lupo mi
aiuti a cacciare e in cambio ricevi del cibo.
Inizia in questa fase un seppur
primordiale ruolo di cane da lavoro
e che si rivelerà fondamentale per capire come oggi si sia arrivati ad avere la
tribù del guinzaglio. Infatti, se in
termini di tempo immaginassimo di rappresentare il periodo che va da 15 mila
anni fa ad oggi in una linea orizzontale lunga 15 centimetri, potremmo dire che
almeno per i primi 14,8 centimetri il cane è stato visto solo come strumento di
lavoro. Per i restanti 2 millimetri è stato invece visto anche come qualcosa
d’altro: compagno, supporto, amico ecc. Si capisce allora bene quale ruolo
abbia avuto la funzione lavoro nel rapporto uomo-cane, e come invece in soli
pochissimi secoli questa relazione si sia trasformata, facendo dell’animale
qualcosa che prima non era mai stato.
Il prezzo pagato per “essersi
venduto per un pezzo di carne” da parte del lupo è stato dunque altissimo: lavorare non più per se stesso ma per
qualcun altro: l’uomo.
Intorno a 8 mila anni fa, in
occasione di quella che gli studiosi chiamano la rivoluzione neolitica, questo “giogo” a cui l’uomo ha posto i
canidi peggiora ulteriormente. In quest’epoca l’uomo tende infatti a essere
sempre meno cacciatore nomade per diventare stanziale. Con la nascita
dell’agricoltura e il diffondersi della pastorizia, i nostri antenati iniziano
a produrre più beni di quelli che
potevano consumare nel giro di pochi giorni. E iniziano anche a stabilirsi in
villaggi perlopiù stabili.
A questo punto cambia il ruolo
del proto-cane: non più solo collaboratore nella caccia, ma anche guardiano dei
beni del capo. Ruolo, anche questo, perfettamente in linea con il suo istinto naturale di difendere il
territorio e ciò che vi è contenuto.
Accade però a questo punto un
qualcosa di fondamentale nella storia della mente del cane. Per la prima volta
l’animale cede quello che era stato il suo ambiente connaturale da milioni di
anni (gli spazi liberi della steppa, della tundra e della foresta) e accetta –
suo malgrado – di essere confinato negli spazi dell’uomo: l’accampamento e
tutt’al più le terre limitrofe. Non più allora cacciatori liberi che hanno
accettato di avere come compagni i primitivi nomadi, ma “proto-cani da
salotto”, che iniziano proprio da qui ad abituarsi a considerare il loro
territorio quello che oggi per noi è il cortile, il parchetto dietro casa, il
monolocale. Il lupo, insomma, inizia a
diventare cane.
Proprio la vita all’interno di
quello che da ora in poi sarà il territorio dell’uomo, ha da questo momento in
poi dato origine alle mille specializzazioni che il cane ha assunto nel corso
dei tempi: cane da pastore, cane da difesa, cane per la lotta agli animali nocivi (come nel caso dei terrier,
gruppo di fatto selezionato in gran parte per questo compito, ad eccezione di
quelli usati per la caccia, come il fox terrier, o per la difesa, come l’airedale
terrier), cane da guerra.
Attraverso il lavoro, il cane
perde insomma la sua identità, fino a rivoltarsi quasi contro se stesso. È il
caso di quelle razze allevate con lo specifico compito di difendere i beni del
padrone affrontando il lupo: l’irish wolfhound (che nel nome stesso, wolf + hound, cacciatore di lupi, porta
scritto il suo destino), il pastore maremmano
abruzzese, il pastore di Ciarplanina,
i pastori ungheresi come il puli ed
il mudi ecc.
Attraverso il lavoro, il rapporto
democratico che fino ad ora ha regolato in maniera non declamata ma istintiva
il rapporto uomo-cane, si sbilancia ulteriormente a favore dell’uomo. E da
democratico passa a essere egemonico,
totalitario. L’uomo, ormai sapiente
gestore delle attitudini canine, ne diventa il padrone assoluto, in grado di
deciderne in qualsiasi momento la vita o la morte.
Eppure, durante tutti quei 14,8
centimetri di cui s’è detto prima, e nonostante questo strapotere umano,
è perlopiù rimasto un elemento fondamentale che non ha trasformato il cane in
un misero schiavo: il rispetto. Lo stesso
che negli ultimi 2 millimetri di storia s’è perso. E le conseguenze sono
evidenti: cani trasformati in bambolotti, amanti, surrogati di figli perduti o
mai nati, oggetti delle nostre miserie umane.
Recita un vecchio adagio
balcanico: “A un uomo felice occorrono
tre cose: aver bevuto l’acqua del Monte Liuboten, aver ricevuto i baci delle
ragazze di Prizzen e possedere un Sarplaninac [pastore di Ciarplanina, ndr]”.
Eccolo il rispetto. Sta tutto in
quel “possedere un Sarplaninac”, fonte di felicità ma anche di orgoglio per
pastori abituati a rapporti pragmatici, spicci, ma profondamente leali con gli
esseri verso cui provano... rispetto. E di citazioni del genere se ne possono
trovare infinite. Testimonianze di rapporti certo duri, poco o nulla propensi
alle smancerie, eppure il più delle volte corroborati da un tipo di interazione
quasi cameratesco, da uomo a uomo. “Tu lavori, bene, e io ti procuro da
mangiare, ti offro un riparo per la notte e ti rispetto. Tu non lavori bene,
allora ti ammazzo”. Semplice. Lineare. Crudele, certo, ma onesto.
© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione
SEGUE CAP. 4

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