sabato 14 maggio 2016

LA TRIBÙ DEL GUINZAGLIO - Cap. 3

Il lavoro... non nobilita il lupo

Chiarito il fatto che tra uomo e canidi si è instaurato nei millenni scorsi un tipo di relazione opportunistica, è giunto il momento di verificare quali frutti questa abbia comportato.

Diciamo subito che ci troviamo di fronte a un rapporto assolutamente sproporzionato a favore dell’uomo. Sfruttando le capacità innate dei canidi selvatici di individuare, tallonare e bloccare le prede, gli uomini primitivi hanno presto imparato che i canidi potevano essere dei validi aiutanti nella caccia. È allora probabile che, almeno in una prima fase, i cacciatori si limitassero a seguire i branchi di lupi nelle loro battute, intervenendo nel momento in cui la preda veniva individuata. I canidi, per parte loro, devono essersi abituati presto a non temere l’uomo, ma per farlo almeno in un primo momento devono aver imparato che quei simil-scimmioni a due zampe non rappresentavano di fatto una seria competizione nella caccia. È dunque merito dei nostri antenati l’essere intervenuti nelle dinamiche del branco in maniera graduale, facendosi accettare come collaboratori, se non proprio come “osservatori” perlopiù innocui.
Diverso è invece il discorso nel momento in cui alcuni cuccioli hanno iniziato a crescere all’interno degli insediamenti umani. Generazione dopo generazione, approfittando del fatto che non dovevano più impegnarsi per ottenere quel cibo che l’uomo stesso gli forniva, piano piano hanno imparato a vedere nei bipedi i loro nuovi capibranco, e a delegare a loro quasi ogni responsabilità.

Questo è d’altra parte un atteggiamento perfettamente in linea con l’etologia del lupo selvatico e con la psicologia del cane moderno. In natura chi è sottomesso al cosiddetto lupo alfa, il leader indiscusso, continua a “lavorare” per il bene dell’intero gruppo, ma si priva (più o meno volentieri) delle incombenze che spettano al capo. Allo stesso modo il cane che vive serenamente la sua condizione di sottomesso al padrone, non va incontro a stress o a conflitti interiori, in quanto – per usare un paragone pretenzioso – è come l’ultimo impiegato di una grande multinazionale che si preoccupa solo di arrivare allo stipendio del 27 del mese senza subire le tensioni legate al dover guidare l’azienda.

Delegare l’uomo, però, non vuol dire rinunciare ai propri istinti. È per questo che l’uomo ha potuto arrivare a gestire quelli che ormai sono diventati dei proto-cani e a impiegarli con successo nella caccia. Pratiche venatorie come tallonare la preda, scovarla, inseguirla e bloccarla, che oggi vedono razze specializzate (nell’ordine: i segugi, i cani da tana, i levrieri e i molossi), non sono altro che pratiche comuni di un comune canide cacciatore. Fanno parte di un suo modus operandi istintivo. Il problema più grosso dev’essere stato semmai bloccare l’ultima e naturale fase di questa procedura: divorare la preda. È allora facile immaginare quali scontri cruenti si siano verificati tra gli uomini primitivi che, magari con minacce, urla e gesti, hanno cercato di scacciare i canidi dalla loro preda insanguinata, rivendicando in questo modo il loro diritto di capibranco a consumare per primi il pasto.
Ma anche in questo caso l’etologia del lupo è venuta incontro. Al lupo alfa, o meglio alla coppia dominante formata il più delle volte da un maschio e una femmina alfa, spetta di fatto il diritto di nutrirsi non solo per primi, ma anche delle parti dell’animale considerate più ricche di sostanze nutritive. Quindi diventò presto quasi naturale che gli uomini si arrogassero il diritto di riempirsi la pancia, a scapito dei canidi a cui restavano invece ossa e scarsi brandelli di carne.

Dobbiamo allora immaginare, per un periodo di diversi millenni, schiere di cacciatori nomadi muoversi in lungo e in largo, accompagnati a breve distanza da piccoli branchi di animali ormai in piena fase di domesticazione. E anche in questo caso quel rapporto opportunistico ma democratico tra le due specie viene riconfermato: tu lupo mi aiuti a cacciare e in cambio ricevi del cibo.

Inizia in questa fase un seppur primordiale ruolo di cane da lavoro e che si rivelerà fondamentale per capire come oggi si sia arrivati ad avere la tribù del guinzaglio. Infatti, se in termini di tempo immaginassimo di rappresentare il periodo che va da 15 mila anni fa ad oggi in una linea orizzontale lunga 15 centimetri, potremmo dire che almeno per i primi 14,8 centimetri il cane è stato visto solo come strumento di lavoro. Per i restanti 2 millimetri è stato invece visto anche come qualcosa d’altro: compagno, supporto, amico ecc. Si capisce allora bene quale ruolo abbia avuto la funzione lavoro nel rapporto uomo-cane, e come invece in soli pochissimi secoli questa relazione si sia trasformata, facendo dell’animale qualcosa che prima non era mai stato.

Il prezzo pagato per “essersi venduto per un pezzo di carne” da parte del lupo è stato dunque altissimo: lavorare non più per se stesso ma per qualcun altro: l’uomo.

Intorno a 8 mila anni fa, in occasione di quella che gli studiosi chiamano la rivoluzione neolitica, questo “giogo” a cui l’uomo ha posto i canidi peggiora ulteriormente. In quest’epoca l’uomo tende infatti a essere sempre meno cacciatore nomade per diventare stanziale. Con la nascita dell’agricoltura e il diffondersi della pastorizia, i nostri antenati iniziano a  produrre più beni di quelli che potevano consumare nel giro di pochi giorni. E iniziano anche a stabilirsi in villaggi perlopiù stabili.
A questo punto cambia il ruolo del proto-cane: non più solo collaboratore nella caccia, ma anche guardiano dei beni del capo. Ruolo, anche questo, perfettamente in linea con  il suo istinto naturale di difendere il territorio e ciò che vi è contenuto.

Accade però a questo punto un qualcosa di fondamentale nella storia della mente del cane. Per la prima volta l’animale cede quello che era stato il suo ambiente connaturale da milioni di anni (gli spazi liberi della steppa, della tundra e della foresta) e accetta – suo malgrado – di essere confinato negli spazi dell’uomo: l’accampamento e tutt’al più le terre limitrofe. Non più allora cacciatori liberi che hanno accettato di avere come compagni i primitivi nomadi, ma “proto-cani da salotto”, che iniziano proprio da qui ad abituarsi a considerare il loro territorio quello che oggi per noi è il cortile, il parchetto dietro casa, il monolocale. Il lupo, insomma, inizia a diventare cane.      

Proprio la vita all’interno di quello che da ora in poi sarà il territorio dell’uomo, ha da questo momento in poi dato origine alle mille specializzazioni che il cane ha assunto nel corso dei tempi: cane da pastore, cane da difesa, cane per la lotta agli animali nocivi (come nel caso dei terrier, gruppo di fatto selezionato in gran parte per questo compito, ad eccezione di quelli usati per la caccia, come il fox terrier, o per la difesa, come l’airedale terrier), cane da guerra.

Attraverso il lavoro, il cane perde insomma la sua identità, fino a rivoltarsi quasi contro se stesso. È il caso di quelle razze allevate con lo specifico compito di difendere i beni del padrone affrontando il lupo: l’irish wolfhound  (che nel nome stesso, wolf + hound, cacciatore di lupi, porta scritto il suo destino), il pastore maremmano abruzzese, il pastore di Ciarplanina, i pastori ungheresi come il puli ed il mudi ecc.

Attraverso il lavoro, il rapporto democratico che fino ad ora ha regolato in maniera non declamata ma istintiva il rapporto uomo-cane, si sbilancia ulteriormente a favore dell’uomo. E da democratico passa a essere egemonico, totalitario. L’uomo, ormai sapiente gestore delle attitudini canine, ne diventa il padrone assoluto, in grado di deciderne in qualsiasi momento la vita o la morte.

Eppure, durante tutti quei 14,8 centimetri di cui s’è detto prima, e nonostante questo strapotere umano, è perlopiù rimasto un elemento fondamentale che non ha trasformato il cane in un misero schiavo: il rispetto. Lo stesso che negli ultimi 2 millimetri di storia s’è perso. E le conseguenze sono evidenti: cani trasformati in bambolotti, amanti, surrogati di figli perduti o mai nati, oggetti delle nostre miserie umane.

Recita un vecchio adagio balcanico: “A un uomo felice occorrono tre cose: aver bevuto l’acqua del Monte Liuboten, aver ricevuto i baci delle ragazze di Prizzen e possedere un Sarplaninac [pastore di Ciarplanina, ndr]”.

Eccolo il rispetto. Sta tutto in quel “possedere un Sarplaninac”, fonte di felicità ma anche di orgoglio per pastori abituati a rapporti pragmatici, spicci, ma profondamente leali con gli esseri verso cui provano... rispetto. E di citazioni del genere se ne possono trovare infinite. Testimonianze di rapporti certo duri, poco o nulla propensi alle smancerie, eppure il più delle volte corroborati da un tipo di interazione quasi cameratesco, da uomo a uomo. “Tu lavori, bene, e io ti procuro da mangiare, ti offro un riparo per la notte e ti rispetto. Tu non lavori bene, allora ti ammazzo”. Semplice. Lineare. Crudele, certo, ma onesto.  


© Stefano Nicelli – Vietata la riproduzione

SEGUE CAP. 4

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